Mostre Milano – Milano e la Grande Guerra

milano-grande-guerra

Mostre Milano: Milano e la Grande Guerra – di Stefano Malvicini – A Palazzo Morando, un percorso tra gli eventi che segnarono Milano tra il 1915 e il ’18

img_4546 img_4534 img_4532
La Grande Guerra fu un dramma umano e sociale che tutti conosciamo sia dai libri di Storia che da testimonianze dovute a mostre ed eventi commemorativi. Anche la toponomastica delle nostre città è segnata da questi eventi che, dal 1914 (1915 per l’Italia) al 1918 travolsero l’intero Mondo. Quale città non ha una via dedicata al Piave, all’Isonzo o a quei luoghi, tra Veneto e Friuli, che furono campali per la vittoria italiana?

Manifesto di allarme antiaereo

Manifesto di allarme antiaereo

La Grande Guerra è, anche, il perno su cui si muove la mostra documentaria, organizzata a Palazzo Morando di Milano dal 20 marzo al 15 luglio 2018. Non si tratta di una mostra canonica, composta solo di fotografie d’epoca, bensì di un’esposizione in cui i documenti hanno un ruolo fondamentale. Curata da Barbara Bracco, la mostra è stata organizzata dal Comune di Milano, in collaborazione con Fondazione Giuseppe Saragat, Società Umanitaria, Centro Studi Grande Milano, Palazzo Morando e Novecento Italiano.

Domenica del Corriere. Volantini per la sottoscrizione lanciati da un dirigibile

Domenica del Corriere. Volantini per la sottoscrizione lanciati da un dirigibile

Manuale per la preparazione degli indumenti

Manuale per la preparazione degli indumenti

L’Italia entrò in Guerra nel 1915 a fianco dell’Intesa, contro gli Imperi Centrali. Il conflitto, dapprima europeo, si allargò, ben presto, alle potenze di Oltreoceano, come Stati Uniti e Giappone, schierate con l’Intesa, e a quelle del Vicino Oriente, come la Turchia, che combatté al fianco degli Imperi Centrali. La Grande Guerra, come cominciò a essere chiamata, è nota per essere stata un conflitto di logoramento, di tempi lunghissimi passati nelle trincee o ad attendere mosse del nemico, ma anche di grandi spargimenti di sangue: essa costò al Mondo oltre venti milioni di perdite e un’intera generazione, quella dei ragazzi nati intorno al 1890, perduta. “L’inutile strage”, come ebbe a chiamarla il papa Benedetto XV, fu una carneficina che non risparmiò combattimenti aspri anche in territori e condizioni avverse, come provano le linee di difesa organizzate sulle Dolomiti, dove ragazzi italiani e austro-ungarici si combatterono al freddo per tre lunghi anni. La retorica patriottica italiana la considerò come la Quarta Guerra d’Indipendenza, visto che, alla fine del conflitto, l’Italia, reduce da battaglie devastanti, come quelle sull’Isonzo o quelle, decisive, sul Piave, ottenne il Trentino, l’Alto Adige, la Venezia-Giulia, l’Istria e la Dalmazia e, quindi, i nazionalisti considerarono raggiunti i confini naturali del territorio italiano.

Cenacolo impacchettato

Cenacolo impacchettato

Donne tramviere per sostituire i richiamati

Donne tramviere per sostituire i richiamati

Gli effetti del bombardamento austriaco su Porta Romana

Gli effetti del bombardamento austriaco su Porta Romana

Il centro tematico, oltre che il fondale del percorso della mostra, è Milano, con il suo fondamentale ruolo svolto negli anni tra il 1915 e il ’18. Non a caso, la mostra prende inizio dai contrasti tra interventisti e neutralisti, tra il 1914 e il ’15, spesso sfociati in scontri tra fazioni e con l’Esercito. Famose sono le immagini del celebre raduno degli interventisti all’Arena, il 10 giugno 1914, in cui presero la parola Filippo Corridoni e un giovane Benito Mussolini. Milano fu anche bombardata, dagli austriaci, ed ebbe i suoi primi morti a causa di un’incursione aerea nel quartiere di Porta Romana. Il passo più importante, dal punto di vista tematico, per la mostra, fu la rotta di Caporetto: nel 1917, le armate austriache e prussiane entrarono nella valle dell’Isonzo il 24 ottobre, costringendo i battaglioni italiani a una catastrofica ritirata fino al Piave, dove riuscirono a fermare il nemico sulla strada verso Venezia. La ritirata militare fu accompagnata da un enorme numero di profughi e sfollati, provenienti dalle zone del Friuli, della Venezia-Giulia e del Veneto orientale occupate dagli austro-prussiani. Milano, lontana dal fronte, si dichiarò, però subito in prima linea nell’accoglienza sia dei militari feriti, negli ospedali cittadini, che in quella dei profughi. Si potrebbe dire che la Milano contemporanea, sempre solidale e accogliente, che riceve “con il coeur in man”, sia nata in questi frangenti, esattamente cento anni fa. E ancora oggi questa è Milano, città che ha accolto i profughi friulani prima, i contadini meridionali poi e, ora, i ragazzi che provengono dai Paesi sottosviluppati, in lotta con altre “inutili stragi” e con la fame.

 

Bando del sindaco Caldara

Bando del sindaco Caldara

Milano organizzò la macchina della solidarietà grazie al sindaco socialista Emilio Caldara, il primo di una lunga serie di borgomastri del Garofano, ma anche alla sua società civile che, per l’occasione, raccolse fondi e creò nuove istituzioni per curare i feriti, i mutilati e gli sfollati. Milano colpì anche un giovane americano, volontario nella Croce Rossa americana: questo ragazzo si chiamava Ernest Hemingway, ancora agli albori della sua fortuna letteraria.

Milano, però, fu anche la città che convertì la sua vocazione industriale, soprattutto meccanica, in quella bellica. L’Alfa, la Pirelli, la Borletti e altre grandi fabbriche si convertirono, in base a un Regio Decreto del 1915, all’industria destinata alla produzione di ordigni e materiale bellico, ancor più massicciamente dal 1917, quando la resistenza dell’Esercito italiano sul Piave necessitava munizioni. In questo contesto si possono scoprire episodi sconosciuti che la cronaca di allora ignorò “per dovere di Patria”, come uno dei più drammatici incidenti sul Lavoro mai avvenuti nel nostro Paese. Nel giugno del 1918, a Castellazzo di Bollate, la Sutter & Thevenot produceva granate e altri ordigni destinati al fronte, nelle fasi finali della Guerra: un’esplosione devastò i capannoni, dove lavoravano soprattutto donne tra i 14 e i 30 anni (essendo gli uomini al fronte), e morirono 59 persone. Tra i soccorritori giunti sul posto, compariva anche Hemingway, che rimase colpito dall’episodio e dalla scarsa eco della strage, travolta dalle notizie in arrivo dal Veneto e dal Friuli. In mostra campeggia una grande foto relativa alla pausa pranzo delle operaie, che testimonia la fiera volontà delle donne italiane di portare avanti il Paese mentre i loro mariti, fidanzati e fratelli combattevano al fronte.

Appello per la sottoscrizione. Un militare taglia la mano dell'austriaco sul Piave

Appello per la sottoscrizione. Un militare taglia la mano dell’austriaco sul Piave

Appello per la sottoscrizione

Appello per la sottoscrizione

Cartolina di propaganda antitedesca

Cartolina di propaganda antitedesca

Scalarini, Vignetta pacifista

Scalarini, Vignetta pacifista

Sul versante opposto, la mostra conferisce anche ampio spazio al patriottismo legato al combattimento in Guerra. Molto importanti sono tutte quelle cartoline, alcune delle quali ancora di gusto liberty, che invitavano i giovani ad arruolarsi, insieme ai bandi destinati ai disertori, così come i manifesti, di sapore simbolista, che rappresentano la Madrepatria italiana in pericolo, con la mano austriaca che si allunga sul Piave, verso Venezia e Padova, mentre un giovane alpino cerca di tagliarle un dito con un’accetta. La retorica patriottica, spesso legata ad ambienti nazionalisti, puntava su questa forma di comunicazione per portare quanti più giovani possibile sulle linee difensive in Veneto.

La conclusione della mostra è affidata al lutto, che Milano, come l’Italia intera elaborò per i seicentomila caduti (diecimila milanesi), dopo la Vittoria del 4 novembre 1918, come testimoniano i ritratti di alcuni caduti cittadini, ma anche all’assistenza ai familiari dei morti meneghini. Anche in questo caso Milano fu solidale, aperta e internazionale. Si iniziarono a costruire monumenti ai caduti, con l’obiettivo iniziale, pacifista, del “mai più”, anche se i fantasmi che sfruttarono la crisi economica post-bellica e la rassegnazione dei reduci avrebbero trasformato questo intento in revanscismo, voglia di rivincita, come prova la solenne inaugurazione, alla presenza del re Vittorio Emanuele III e di Benito Mussolini, nel 1928, del Tempio del Muzio in Piazza Sant’Ambrogio, dedicato ai morti milanesi in Guerra. Nonostante la marcia su Roma e la presa del potere fascista, Milano rimase, orgogliosamente, socialista e progressista, come lo è ancora oggi, ma, sulla città, iniziarono ad aggirarsi spettri lugubri: nel 1919, da un balcone di Piazza San Seplocro, Mussolini decretò la nascita dei Fasci Italiani di Combattimento, primo nucleo del futuro partito fascista, mentre, negli stessi mesi il presidente americano Woodrow Wilson visitò la città, con l’obiettivo di mettere in atto, anche in Italia, i suoi “quattordici punti”. Inutilmente, però. Per l’Europa si stava aprendo una nuova fase sociale e politica, quella dei totalitarismi, che avrebbe portato, in vent’anni, oltre a lutti e sciagure per il Mondo intero, anche a una nuova catastrofe bellica globale.

Milano e la Grande Guerra. Caporetto, la Vittoria, Wilson
Palazzo Morando, Via Sant’Andrea 6, 20121 Milano
Orari: martedì – domenica 9,00-13.00; 14.00-17.30; lunedì chiuso.
Ingresso gratuito
Info: tel. 02 88446056 / 65735; c.palazzomorando@comune.milano.ithttp://www.costumemodaimmagine.mi.it

Stefano Malvicini

 > leggi anche gli altri articoli e recensioni di S. Malvicini per Milano Arte Expo magazine

contatti Milano Arte Expo: mail: milano.arte.expo@gmail.com– telefono: +393662632523

Per recensioni, redazionali e banner sul magazine online, contattate Melina Scalise, telefono +393664584532

 

Potrebbero interessarti anche...

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *