Mostre Milano – Capolavori Sibillini

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Mostre Milano: Capolavori Sibillini – di Stefano Malvicini – Al Museo Diocesano, i gioielli delle pinacoteche civiche dei paesi dell’entroterra marchigiano

I monti Sibillini, situati sul confine tra Marche, Umbria e Lazio, sono stati teatro dei drammatici terremoti del 2016. Le scosse hanno colpito sia ad agosto, quando a essere distrutta fu Amatrice, che a novembre, quando il sisma devastò Norcia e Visso.

Questa zona, così piegata dalle catastrofi naturali, è anche un territorio ricchissimo dal punto di vista artistico. Fare scoprire al grande pubblico il tesoro dell’entroterra marchigiano è l’obiettivo della mostra ospitata dal 21 dicembre 2017 al 30 giugno 2018 presso il Museo Diocesano Carlo Maria Martini di Milano. Dopo il successo di pubblico a Palazzo Campana di Osimo, la mostra giunge a Milano all’interno di un percorso sviluppato sull’area geografica dell’Italia Centrale, visto anche il parallelismo (fino al 28 gennaio) con l’esposizione dell’Adorazione dei Pastori di Perugino.

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Curata da Vittorio Sgarbi e Daniela Tisi, la mostra è patrocinata dalla Regione Marche, in collaborazione con il Ministero per i Beni e le Attività Culturali e del Turismo e l’ANCI delle Marche e della Lombardia. La prima scoperta per il visitatore è l’importanza della cosiddetta Rete Museale dei Sibillini, ovvero l’unione delle cinque pinacoteche civiche di paesi situati tra le province di Macerata, Fermo e Ascoli Piceno, che, da anni, tutelano e valorizzano il patrimonio culturale di questa zona di confine dell’entroterra marchigiano. Le pinacoteche sono quelle di Montefortino, San Ginesio, Sarnano, Loro Piceno e Montalto delle Marche, a cui è dedicata ognuna delle cinque sezioni della mostra. Ne emerge un tracciato molto identitario, volto alla rinascita e alla voglia di reagire alle disgrazie, partendo dalla preservazione della memoria collettiva, attraverso l’Arte. La mostra è, in sé, un piccolo viaggio all’interno della Cultura artistica marchigiana dal ‘400 al ‘700, che ci coinvolge e ci conduce, con la fantasia, in quelle zone così duramente colpite dal terremoto. Non a caso, nel 2016, molti degli edifici che ospitavano le pinacoteche sono stati lesionati dalle scosse e il loro trasferimento in sedi più sicure è stato il “casus belli” per l’organizzazione della mostra.

L’introduzione è affidata a una testimonianza diretta, legata a uno dei simboli delle Marche, Giacomo Leopardi, a quel poeta che dedicò tanti versi alle amate colline tra Recanati, Loreto e Osimo: la sua maschera funebre, custodita presso la pinacoteca civica di San Ginesio. La “guida” ideale per il nostro percorso è , invece, la bellissima maga, più simile a una Dea antica, che compare sui manifesti della mostra, immortalata da Corrado Giaquinto nel pieno ‘700 a simboleggiare la potenza delle scienze occulte e della cartomanzia, all’epoca molto in voga.

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Il primo passaggio è la Pinacoteca Civica Fortunato Duranti di Montefortino, chiamata “Il piccolo Louvre dei Sibillini” per la ricchezza delle collezioni. Tra le opere spicca una meravigliosa Santa Caterina su tavola, di Antoniazzo Romano (1430/35 – 1508), artista significativo della pittura nell’Urbe prima della “calata” toscana e umbra, ma grazioso nella resa dei volti e nelle pose, già rinascimentali a tutti gli effetti, e un Cristo alla colonna del Perugino. All’interno della Pinacoteca di Montefortino, spicca un corpus notevolissimo di opere, in prevalenza bozzetti, di artisti del ‘700, sempre pochissimo conosciuti e apprezzati, che il Duranti amava particolarmente. Il primo nome è quello di Corrado Giaquinto (1703-65), artista originario di Molfetta, ma formatosi a Napoli e divenuto famoso tra Roma, dove, tra i suoi capolavori, lasciò l’affresco sulla volta di Santa Croce in Gerusalemme, e i territori papali. Lavorò anche, per alcuni anni, a Torino e a Madrid, dove realizzò la decorazione di alcune sale del Palazzo Reale, impresa che sarebbe stata proseguita da un altro grande della Pittura italiana, Giambattista Tiepolo. Di Giaquinto, a Montefortino, sono esposti il bozzetto per l’Immacolata Concezione e il profeta Elia, preparatorio per la pala della chiesa del Carmine a Torino, e una bellissima versione, in chiave rococò, di Agar e Ismaele. Più orientato al neoclassicismo è il secondo protagonista, Cristoforo Unterberger (1732-98), nativo di Cavalese, in Trentino, ed esponente di una dinastia di pittori famosissima in Alto Adige e in Tirolo. Cristoforo visse oltre la metà della sua vita a Roma, dove si legò al gusto di Anton Raphael Mengs e divenne un fervente sostenitore del Neoclassicismo, pur non abbandonando mai, del tutto, le radici barocche dei suoi viaggi giovanili a Vienna e a Venezia, e continuando a inviare dipinti destinati al Tirolo. L’artista fu molto attivo nelle terre papali, e, tra i suoi capolavori, sono da citare le pale per le cattedrali di Urbino e Macerata, oltre a numerosi ritratti e studi sulle antichità romane. In mostra, di Cristoforo, spiccano i due grotteschi Combattimenti tra tritoni e grifi, di forte reminiscenza cinquecentesca, legata a Raffaello e alla sua cerchia, così come alcuni dipinti di soggetto sacro: il Martirio di San Pietro, ancora fortemente influenzato da Guido Reni e da Guercino, i Santi Filippo Neri e Ignazio di Loyola, oltre a due bozzetti già caratterizzati da gusti neoclassici, l’Assunta e santi a monocromo per la chiesa di Gallese, vicino Viterbo, e il San Ponziano risparmiato dai leoni, per il Duomo di Spoleto, entrambi degli anni ’80 del ‘700. Più legato alla Natura è il terzo protagonista, ovvero Cristoforo Munari (1667-1720), precedente di alcuni decenni rispetto a Giaquinto e Unterberger, ma interessante per le sue Nature Morte. Nativo di Reggio Emilia, visse in prevalenza tra Roma e la Toscana, dove realizzò Nature Morte influenzate sia dal gusto realistico, e a volte decadente, dei fiamminghi del ‘600, ma, anche, dalla ricchezza dei particolari di area padana, ancora legata ai fratelli Campi. Ne emergono risultati strabilianti per quanto riguarda la dovizia dei particolari, tra frutta, fiori e insetti di ogni tipo.

La seconda tappa ci porta a San Ginesio, nella Pinacoteca Civica Scipione Gentili. In questa sezione, spiccano due grandi tavole che attirano l’attenzione per la monumentalità e per la vivacità delle scene. La prima è il Sant’Andrea e la battaglia fra Ginesini e Fermani, narrazione di un episodio storico, di lotte campanilistiche che, da quelle parti, sono ancora molto sentite, eseguita a tempera dal pittore toscano Nicola di Ulisse da Siena, probabilmente, nel 1463, come ringraziamento per lo scampato pericolo, a cui è legata la misteriosa apparizione del santo sulle mura cittadine. Le dimensioni eccezionali dell’apostolo, la mancanza di senso prospettico, ma anche il dinamismo delle figure in lotta, ancora legato ai Lorenzetti e a Simone Martini, testimoniano la caratteristica periferica della zona rispetto ai grandi centri urbani già permeati di Cultura rinascimentale. La seconda è la Madonna in trono con i santi Francesco, Girolamo, Caterina e Maddalena, opera di Vincenzo Pagani (1490-1568), artista marchigiano fortemente orientato sia alla monumentalità prospettica umbra di Signorelli e Perugino, che alla tonalità veneta di Lorenzo Lotto. Proprio a quest’ultimo, pare essere ispirata la pala di San Ginesio, soprattutto per la tenda verde alle spalle della Vergine e per il paesaggio, molto vicino alle opere marchigiane del maestro veneziano. Il Settecento è rappresentato, di nuovo, da un’opera tenebrosa del pittore siciliano Salvatore Monosilio (1715-76), attivo soprattutto a Roma, e dalla monumentalità marattesca del fermano Filippo Ricci (1715-93).

Terzo passaggio è Sarnano, con la sua Pinacoteca Civica. Spicca la meravigliosa Madonna col Bambino e angeli musicanti del veneziano Vittore Crivelli (1440-1501/2), fratello del più noto Carlo, con cui condivide la magnificenza di particolari classicheggianti e di frutta, a scopo decorativo, dovuti alla lezione del maestro Francesco Squarcione, così come il fondo oro tipicamente veneto-bizantino e la monumentalità frontale e iconica dei Vivarini, di cui fu allievo. In tale pinacoteca spiccano anche altre due opere del Pagani, sempre molto vicine allo stile del Lotto, ma, ora, anche al classicismo di Raffaello. Il Settecento è rappresentato da Ignaz Stern (1679-1748), artista austriaco formatosi a Bologna, nella bottega del Cignani, e divenuto famoso a Roma e nei territori papali, con uno stile misto tra suggestioni tenebrose, classicismo emiliano e lezione veneziana del Piazzetta.

La quarta tappa ci porta a Montalto delle Marche, luogo natale di papa Sisto V, al secolo Felice Peretti (1521-90). Più che di dipinti, a Montalto l’interesse si focalizza sul ruolo che il Papa conferì al borgo natale, che divenne, per suo decreto, capitale di un presidato comprendente diciassette cittadine limitrofe, sede vescovile e, soprattutto, di una Zecca autonoma che coniò monete per alcuni anni. Testimonianze di questo glorioso passato sono l’albero genealogico dei Peretti, l’abito in seta damascata del Papa e alcuni medaglioni dorati.

Il viaggio si conclude a Loro Piceno, con due grandi pale d’altare, l’Assunzione della Vergine di Ercole Ramazzani (1537-98), artista suggestionato dal Lotto e dal Pagani, ma esponente del Manierismo della Controriforma marchigiana, e la Madonna del Rosario, di ignoto artista cinquecentesco, caratterizzata da una grande scena centrale circondata da riquadri piccoli in cui sono raffigurati i misteri della vicenda mariana.

Capolavori Sibillini – Le Marche e i luoghi della Bellezza
Museo Diocesano Carlo Maria Martini, Piazza Sant’Eustorgio 3, 20121 Milano
Orari: martedì – domenica 10.00-18.00; lunedì chiuso
Biglietti: Intero 8,00 Euro, Ridotto 6,00 Euro

Stefano Malvicini

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