Mostre Milano – Revolution

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Mostre Milano: Revolution – di Stefano Malvicini – Alla Fabbrica del Vapore, un percorso storico tra Musica, Costume e Società del quadriennio 1966-69, che cambiò il Mondo

Quattro anni che cambiarono definitivamente il Mondo: questo il riassunto migliore per descrivere il periodo 1966-69.

A questi anni, Milano dedica, alla Fabbrica del Vapore, una grande mostra, intitolata Revolution. Dopo il successo di pubblico a Londradal 2 dicembre 2017 al 4 aprile 2018, gli spazi espositivi di Via Procaccini ospitano una retrospettiva multimediale dedicata a quel periodo, comunicante, a livello tematico, anche con la contigua mostra dedicata a Che Guevara. Si tratta di un percorso immersivo nell’epoca, curato da personaggi di tutto rispetto: Victoria Broakes e Geoffrey Marsh, del Victoria & Albert Museum di Londra, l’istituzione che ha prestato molto del materiale esposto, Fran Tomasi, il promoter che portò, per primo, in Italia i Pink Floyd, Clara Tosi Pamphilii, giornalista e storica della Moda, e Alberto Tonti, noto critico musicale. L’apparato multimediale, specie quello audio, è curato da Sennheiser, mentre quello strutturale dallo stesso architetto che ha curato l’esposizione della Sacra Conversazione di Tiziano a Palazzo Marino, Corrado Anselmi. Oltre al Victoria & Albert Museum, la mostra è promossa da Comune di Milano, Fabbrica del Vapore, Avatar, Gruppo MondoMostre Skira, mentre tra i main sponsor compaiono nomi di peso nell’universo musicale odierno, come Virgin Radio e la rivista Rolling Stone.

La mostra si configura, un po’ come quella sul Che, come un libro di Storia multimediale aperto davanti ai nostri occhi, che si basa su alcune icone rimaste nella Storia, come la copertina dell’album Sgt. Pepper’s Lonely Hearts dei Beatles, e che ci racconta la frattura avvenuta in quegli anni, un vero spartiacque tra due epoche. Non a caso, quando si parla di “contestazione“, si pensa subito al 1968, anno in cui esplose questo fenomeno in tutto il Mondo: la mostra ci spiega non solo dove, ma anche come, e perché, questo fenomeno è potuto accadere, e con quali media si è diffuso. Si è trattato di un episodio propagatosi a macchia di leopardo, nato da una comune volontà di abbattere barriere, mentali e culturali, di lottare contro l’establishment, la classe politica ancora, frequentemente, retrograda e moralista, ma anche contro una società ancora sessista e sessuofoba, per cui affrontare certi argomenti, come l’omosessualità, risultava disdicevole e, spesso, penalmente perseguito. Queste premesse, unite a una crisi dei valori tradizionali, generarono un fenomeno di radicale cambiamento, una vera rivoluzione, o meglio, la Revolution descritta nel titolo.

Aubrey Beardsley, The Climax, 1907, Victoria and Albert Museum, Londra

Aubrey Beardsley, The Climax, 1907, Victoria and Albert Museum, Londra

Hapshash and the Coloured Coat, Poster di The Crazy World of Arthur Brown at UFO, 1967, Victoria and Albert Museum, Londra

Hapshash and the Coloured Coat, Poster di The Crazy World of Arthur Brown at UFO, 1967, Victoria and Albert Museum, Londra

Marijke Koger, Vestito, 1967-68, Victoria and Albert Museum, Londra

Marijke Koger, Vestito, 1967-68, Victoria and Albert Museum, Londra

Il sottotitolo ci apre al racconto del vero tema della mostra: Musica e Ribelli. Sì, perché la Musica ebbe un ruolo fondamentale, se non addirittura trainante, nel far esplodere la contestazione in tutto l’Occidente. Sin dai primi dischi di Woody Guthrie e di una giovane Joan Baez, la lotta alle rigide politiche americane reduci dal maccartismo era evidente, ma il vero boom avvenne dall’altra parte dell’Oceano, in Inghilterra: la “Swinging London”. Nel 1966, Londra divenne la capitale dell’anticonformismo, da cui sarebbe sfociata la protesta generalizzata degli anni successivi. Londra divenne la capitale della Moda alternativa, con la stilista Mary Quant che, destando scandalo, accorciò le gonne fino a 10-15 centimetri sopra il ginocchio, facendo nascere un vero mito, la minigonna, indossata da modelle come Twiggy. La grafica dei manifesti per le sfilate riprendeva lo stile Art Nouveau di Mucha o quello simbolista di Beardsley, con tonalità più sgargianti, al limite della psichedelia. Affascinato da tale fervore creativo e culturale, oltre che dalla voglia di cambiamento, Michelangelo Antonioni girò, a Londra, il suo capolavoro, Blow-up, film interamente dedicato alla storia della “Swinging London”. Il veicolo trainante fu, ancora una volta, la Musica: due gruppi si contendevano la scena londinese, i Beatles e i Rolling Stones. I primi furono i veri pionieri del cambiamento culturale dell’epoca, e la loro voglia di voltare pagina è descritta dalle loro parole della canzone che ha dato nome alla mostra, Revolution:

You say you want a revolution
Well, you know
We all want to change the world
You tell me that it’s evolution
Well, you know
We all want to change the world

(Tu sai di volere una rivoluzione
bene, lo sai
Noi tutti vogliamo cambiare il Mondo
Tu mi dici che sia evoluzione
Bene, lo sai
Noi tutti vogliamo cambiare il Mondo)

Alan Aldridge e Harry Willock, Revolution, 1968

Alan Aldridge e Harry Willock, Revolution, 1968

Abito di John Lennon per Sgt. Pepper, 1967, Victoria and Albert Museum, Londra

Abito di John Lennon per Sgt. Pepper, 1967, Victoria and Albert Museum, Londra

Lennon, Kaleidoscope Eyes, 1967, Collezione Privata

Lennon, Kaleidoscope Eyes, 1967, Collezione Privata

Se gli Stones si dedicavano più agli eccessi e agli abiti vistosi, i Beatles ebbero modo di concentrarsi sulla sostanza delle idee. La diffusione, oltre che dei circuiti ufficiali, anche delle radio pirata fece il resto: fu un punto di rottura, ancor di più dopo la messa fuorilegge di tali media da parte del governo inglese. Dopo la “Swinging London”, nulla fu più come prima: la voglia di cambiamento trasmessa dai Beatles e dai Rolling Stones pervase l’intero Occidente, deciso a dire basta con il passato e ad aprire una nuova pagina.

Lato A dell'album Underground, di Vari Artisti, 1969

Lato A dell’album Underground, di Vari Artisti, 1969

Lato A dell'album Underground, di Vari Artisti, 1969

Lato A dell’album Underground, di Vari Artisti, 1969

Lato B dell'album One Nation Underground dei Pearls Before Swine, 1967

Lato B dell’album One Nation Underground dei Pearls Before Swine, 1967

Lato A dell'album One Nation Underground dei Pearls Before Swine, 1967

Lato A dell’album One Nation Underground dei Pearls Before Swine, 1967

Lato B dell'album Wow/Grape Jam dei Moby Grape 1968

Lato B dell’album Wow/Grape Jam dei Moby Grape 1968

Lato A dell'album Wow/Grape Jam dei Moby Grape 1968

Lato A dell’album Wow/Grape Jam dei Moby Grape 1968

Lato B dell'album Something Else dei The Kinks, 1967

Lato B dell’album Something Else dei The Kinks, 1967

Lato A dell'album Something Else dei The Kinks, 1967

Lato A dell’album Something Else dei The Kinks, 1967

Lato A dell'album Disraeli Gears dei Cream, 1967

Lato A dell’album Disraeli Gears dei Cream, 1967

Lato A dell'album Disraeli Gears dei Cream, 1967

Lato A dell’album Disraeli Gears dei Cream, 1967

Lato A dell'album West Coast Love-In, di vari artisti, 1967

Lato A dell’album West Coast Love-In, di vari artisti, 1967

Lato A dell'album West Coast Love-In, di vari artisti, 1967

Lato A dell’album West Coast Love-In, di vari artisti, 1967

Lato B dell'album Little Games degli Yardbirds, 1967

Lato B dell’album Little Games degli Yardbirds, 1967

Lato A dell'album Little Games degli Yardbirds, 1967

Lato A dell’album Little Games degli Yardbirds, 1967

Lato A dell'album Sssh dei Ten Years After, 1969

Lato A dell’album Sssh dei Ten Years After, 1969

Lato A dell'album Sssh dei Ten Years After, 1969

Lato A dell’album Sssh dei Ten Years After, 1969

Lato B dell'album Cheap Thrills dei Big Brother and The Holding Company, 1968

Lato B dell’album Cheap Thrills dei Big Brother and The Holding Company, 1968

Lato A dell'album Cheap Thrills dei Big Brother and The Holding Company, 1968

Lato A dell’album Cheap Thrills dei Big Brother and The Holding Company, 1968

A questo punto, è opportuno sottolineare come la mostra, dopo la prima sezione, dedicata alla Londra anni ’60, sia interamente pervasa dalla Musica del tempo e dalla sua atmosfera: potremmo dire che Revolution sia una mostra sulla Storia della Musica applicata alle dinamiche sociali e di costume dell’epoca. Le pareti sono tapezzate di cover di vinili, di proprietà privata, che riassumono la più grande pagina della Storia della Musica dal dopoguerra a oggi, con nomi, come Pink Floyd, Jethro Tull, Black Sabbath, Deep Purple, Jefferson Airplane, Kinks, Cream, Simon & Garfunkel, Jimi Hendrix e molti altri, oltre ai già citati Beatles e Rolling Stones. A questo punto, il suggerimento sarebbe anche quello di ascoltare l’audioguida, inclusa nel prezzo della mostra: sarete totalmente immersi negli anni ’60, con una colonna sonora di tutto rispetto, composta da pietre miliari della storia del rock.

Manifestazione per l'uguaglianza dei diritti fra uomini e donne, New York, 1970

Manifestazione per l’uguaglianza dei diritti fra uomini e donne, New York, 1970

Ciò è la prova migliore di quanto la Musica abbia pervaso la voglia di cambiamento di quei ragazzi, nati tra la fine degli anni ’30 e l’inizio dei ’40, segnando, per sempre, le sorti del Mondo contemporaneo. Il cambiamento, infatti, non riguardò solo la Musica, ma anche ogni parte della sfera sociale. Innanzitutto, le donne cominciarono a volersi emancipare dal paternalismo e dal machismo che dominava la visione famigliare di allora, e iniziarono a farlo attraverso la sfera erotica: vari fumetti descrivono il cambiamento dei costumi sessuali femminili nell’arco di questi anni, in cui iniziarono a girare anche i primi anticoncezionali. Le donne iniziarono a lottare per il loro ruolo nella società, per il loro riconoscimento di parità dei sessi e per non essere più “angeli del focolare”: anche in tal senso, importanti furono icone del rock come Janis Joplin o Grace Slick, che affrontarono certe battaglie nei loro testi.

Builder Levy, Harlem Peace March, New York, 1967, Victoria and Albert Museum, Londra

Builder Levy, Harlem Peace March, New York, 1967, Victoria and Albert Museum, Londra

Libertad para Angela Davis, 1971

Libertad para Angela Davis, 1971

Martin Luther King a United Nations Plaza, 1967

Martin Luther King a United Nations Plaza, 1967

Stokley Carmichael, attivista americano nel movimento per i diritti civili, Londra, 1970

Stokley Carmichael, attivista americano nel movimento per i diritti civili, Londra, 1970

Non ci fu solo la lotta per l’emancipazione della donna, però: in questi anni, anche le minoranze, tanto care  a Fabrizio De Andrè, iniziarono a farsi sentire. I neri d’America, innanzitutto. Furono gli anni in cui Martin Luther King predicava la pace e l’unione tra bianchi e afroamericani, e, per questo, pagò con la vita, ma anche in cui esplose il fenomeno delle Pantere Nere, gli attivisti di colore che posero agli onori della cronaca le dure condizioni del segregazionismo razziale in alcuni Stati USA. Anche a loro, John Lennon e i Rolling Stones dedicarono canzoni, soprattutto alla militante comunista Angela Davis e al compagno di lotta Bobby Seale, ritratti in alcuni manifesti esposti in mostra. Anche gli omosessuali iniziarono ad alzare la voce, tanto che, negli stessi anni, nella progressista California, sfilarono i primi gay pride. In mostra, molte sono le fotografie originali dedicate a queste lotte di emancipazione.

Poster di Che Guevara dalla fotografia Guerrillero Heroico di Alberto Korda, fine anni '60, Victoria and Albert Museum, Londra

Poster di Che Guevara dalla fotografia Guerrillero Heroico di Alberto Korda, fine anni ’60, Victoria and Albert Museum, Londra

Pompieri in azione per spegnere un incendio scoppiato a causa dei disordini a Detroit, luglio 1967

Pompieri in azione per spegnere un incendio scoppiato a causa dei disordini a Detroit, luglio 1967

John Lennon e Yoko Ono a letto nella Presidential Suite dell'Amsterdam Hilton Hotel, 1969

John Lennon e Yoko Ono a letto nella Presidential Suite dell’Amsterdam Hilton Hotel, 1969

Scontri tra Polizia e dimostranti a Chicago, 1968

Scontri tra Polizia e dimostranti a Chicago, 1968

La miccia che fece scoppiare l’incendio furono le guerre, soprattutto quella in Vietnam. Le atrocità commesse dagli americani, oltre alla voglia di pace e alla carica terzomondista che era giunta, anche tra i contestatori, dalla rivoluzione cubana e dai discorsi di Che Guevara, fece esplodere le proteste nelle università, come Berkeley, il primo ateneo a mobilitarsi (Ronald Reagan, allora governatore della California, bollò come nullafacenti e comunisti i contestatori), ma anche come Kent State, in Ohio, dove la Guardia Nazionale sparò sui contestatori, facendo morti e feriti. Vari furono i casi di rinuncia volontaria ad arruolarsi per il Vietnam, come testimonia il caso di Cassius Clay. Ciò fu un detonatore, e anche la Musica ne fu coinvolta: Neil Young compose, con David Crosby, Stephen Stills e Graham Nash, un pezzo, Ohio, dedicato ai fatti di Kent State, censurato dai media americani. La mostra conferisce ampio spazio a questa tematica, sia con fotografie originali delle proteste, che con manifesti che denunciano le atrocità in Vietnam, e, addirittura, con riproduzioni originali delle divise dell’esercito USA durante la campagna in Estremo Oriente. Ovviamente, anche in Europa, esplose la contestazione, soprattutto in Francia, con il celebre “Maggio Francese”, di cui, in mostra, sono esposti cimeli, ma anche, in Italia, con le proteste nelle università milanesi e a Roma, a Valle Giulia. A tali fatti, Leo Ferrè dedicò un altro grande pezzo di Storia della Musica, Paris, je ne t’aime plus. Uno degli obiettivi della contestazione era la pace mondiale, senza più inutili spargimenti di sangue, come ben evidenziato dal celeberrimo manifesto, esposto in mostra, War is over, di John Lennon e Yoko Ono, tra i promotori del notissimo motto “make love not war”.

Iggy Pop durante un concerto a Cincinnati, 1970

Iggy Pop durante un concerto a Cincinnati, 1970

Installazione immersiva Cave al Riverside Museum, New York, 1966

Installazione immersiva Cave al Riverside Museum, New York, 1966

Preparativi dei Merry Pranksters per la festa Acid Test Graduation, San Francisco, 1966

Preparativi dei Merry Pranksters per la festa Acid Test Graduation, San Francisco, 1966

La Musica portò anche a travalicare i limiti naturali, insieme all’uso, sempre maggiore, di droghe e acidi tra i ribelli e gli alternativi, oltre che tra gli stessi musicisti, come provano pezzi del calibro di Lucy in the sky with diamonds dei Beatles o White rabbit dei Jefferson Airplane. La psichedelia fu un fenomeno molto comune nella Musica e nella Letteratura del tempo, unita a suggestioni fantasy, come provano alcuni fumetti e poesie esposte in mostra. A ciò si legò la suggestione delle religioni e filosofie orientali, in particolare quella indù, che pervase, tra gli altri, i Beatles nel loro maggior fulgore creativo, e alcuni loro pezzi, come Strawberry Fields, lo testimoniano. Anche l’influenza e la diffusione in Occidente della Musica del grande compositore indiano Ravi Shankar aiutò questa tendenza a diffondersi nell’ala più “freak” dei giovani alternativi e gettò le basi per la riscoperta dell’India, nel decennio successivo, da parte dei Led Zeppelin e, più recentemente, con i Kula Shaker.

Oliver Mourgue, Djinn Easy Chair, 1963, Victoria and Albert Museum, Londra

Oliver Mourgue, Djinn Easy Chair, 1963, Victoria and Albert Museum, Londra

Il primo Earth Day, New York, 1970

Il primo Earth Day, New York, 1970

E poi fu la volta della passione per lo Spazio: il 20 luglio 1969, Neil Armstrong posò, per primo, il piede sul suolo lunare. Iniziarono a circolare sempre più gadget, come quelli esposti, dedicati all’esplorazione dell’Universo, navicelle, robot e astronauti, mentre la Musica aveva addirittura anticipato questa conquista: nel primo album dei Pink Floyd, The Piper at the Gates of Dawn (1967), due brani, Astronomy Domine e Interstellar Overdrive, teorizzavano, in chiave psichedelica, la possibilità di viaggiare nello spazio. Negli stessi anni, iniziò a emergere un nuovo spirito a favore del rispetto dell’ambiente e del pianeta, sfociato, più tardi, nel movimento ecologista: perfetta espressione ne è il collage di Robert RauschenbergEarth Day, 22 april, in cui l’artista, uscito dalla sua fase pop, sentì e fece suo l’impegno per un mondo migliore e rispettoso sia dell’ambiente che delle biodiversità.

Poster di Jimi Hendrix, 1967, Victoria and Albert Museum, Londra

Poster di Jimi Hendrix, 1967, Victoria and Albert Museum, Londra

Renzo Chiesa, Jimi Hendrix al Piper, 1968

Renzo Chiesa, Jimi Hendrix al Piper, 1968

Renzo Chiesa, Jimi Hendrix al Piper, 1968

Renzo Chiesa, Jimi Hendrix al Piper, 1968

Sly Stone a Woodstock, 1970

Sly Stone a Woodstock, 1970

La conclusione è affidata, di nuovo, alla Musica, o meglio, a un evento musicale che fece storia: Woodstock. Dal 15 al 18 agosto 1969, migliaia di giovani alternativi si riversarono sui campi vicini a Bethel, nello Stato di New York, per partecipare a una kermesse di tre giorni di concerti. Fu il primo festival rock della Storia, e fu un successo, visto che aprì la strada a tanti altri eventi analoghi nel Mondo, ancora oggi. Sul palco, salirono pesi massimi della Musica: Joan Baez, Carlos Santana, un giovanissimo Joe Cocker, Jefferson Airplane, Who, Jimi Hendrix e altri. La loro partecipazione a Woodstock segnò la Storia della Musica. Particolarmente degna di nota fu l’esibizione, alle nove del mattino del 18 agosto, di Jimi Hendrix. Il chitarrista, ultimo a suonare, fece uno show memorabile di due ore, in cui intonò, in chiave pacifista e anti-guerra in Vietnam, l’inno americano The Star-Spangled Banner, distorcendolo con effetti sonori ed elettronici che alludevano alle bombe tirate dagli aerei USA sui villaggi e alle migliaia di soldati statunitensi uccisi. A Hendrix sono riferibili molti cimeli esposti nell’ultima sezione, come le sue chitarre, tra cui lo scheletro di quella da lui bruciata durante un concerto, così come degni di nota sono anche la batteria suonata da Keith Moon degli Who o il vestito indossato dalla cantante dei Jefferson Airplane, Grace Slick.

Il pubblico di Woodstock 1969

Il pubblico di Woodstock 1969

Prima di uscire, ci si può immergere, tramite la multimedialità, all’interno di un’apposita experience room, nei filmati originali del festival di Woodstock, per comprendere a pieno l’importanza della rivoluzione non violenta, musicale, culturale, di costume, moda e società, attuata da una generazione, quella my generation cantata dagli Who, che ha cambiato per sempre il Mondo.

Revolution – Musica e Ribelli
Fabbrica del Vapore, Via Giulio Cesare Procaccini 4, 20154 Milano
Orari: lunedì 15.00 – 20.00; giovedì 10.00 – 22.00; martedì, mercoledì, venerdì, sabato e domenica 10.00-20.00
Apertura straordinaria: 1 aprile, 10.00 – 20.00
Biglietti: Intero 16,00 Euro, ridotto 14,00 Euro
Info: www.mostrarevolution.ithttps://www.facebook.com/mostrarevolution/

Stefano Malvicini

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