Una silhouette alla finestra – a night with Bob Dylan – di Michele Ulisse Lipparini

bob dylan

Di chi è l’arte? Domanda non scontata. Domanda sempre aperta. Vogliamo azzardare una possibile risposta: in prima e temporanea istanza l’arte è dell’artista che la produce (se intellettualmente onesto/a), poi però, in un immediato fluire delle cose, quella materia magmatica sfugge di mano a chi la crea e diviene di chi la fruisce. I mercanti e i collezionisti li lasciamo fuori dal tempio, sono veicoli contingenti e mai davvero proprietari di niente, soprattutto se l’arte in questione è la musica, virus etereo, contagio galvanizzante, effimero manufatto e invisibile verità che si propaga senza se e senza ma. La musica è mercurio. Non interessano, in questa sede, cavilli di © né faccende afferenti a diritto d’autore o a ricchezze dei Creso di un’industria che ha creato moderne cosmogonie, fonte battesimale delle divinità del ventesimo secolo. Fuck all that! L’arte, inoltre, è di tutti coloro che l’hanno introiettata, metabolizzata e sono in grado di discettarne articolando un pensiero convincente, creatori a loro volta di un mosaico altrettanto effimero. Già, tutto cambia, sempre. Gli artisti, spesso, dopo una felice stagione ispirata perdono la spinta, la fiamma si affievolisce o muore. Alcuni, davvero pochi, conservano, fedeli a se stessi, la propria condanna, la nutrono e maledetti si perdono (si trovano?) nel cammino: la ragione stessa del viaggio, viaggiare.

Oggetto (soggetto?) di questa disamina è Bob Dylan. The Poet laureate of rock’n’roll, era una delle sintetiche e profetiche etichette che Jeff Miers, critico musicale del Buffalo News, mise insieme per riassumerne la vita, nel 2002, quando scrisse la recensione del concerto tenutosi ad Hamburg, nello stato di NY. L’uomo che odia le etichette, ironicamente, da allora scelse di adottare quel pout porri descrittivo come apertura dei concerti, declamato al pubblico dal suo road manager: è durato oltre un decennio e se era un mantra che doveva condurre a Stoccolma ha funzionato, Bob ha conquistato il Nobel per la Letteratura del 2016 (forse sarebbe più appropriato dire Nobel per la Poesia, viste anche le motivazioni specifiche, enjoy that one, Holy Allen!), Nobel alla faccia degli ottusi, dei trinariciuti, degli invidiosi, dei pennivendoli imbalsamati e dei vecchi di spirito.

Mi sono trovato a dichiarare concluso il Never Ending Tour ormai circa 2 anni or sono (Zimmerman e la vertigine della setlist, sulle pagine di Buscadero n. 381, settembre 2015). Con una punta d’ironia, oggi mi trovo a battezzare questa “nuova” fase: The Never Changing Tour. E a questo punto direi che i tratti ne sono chiari ma voglio sottolineare una simpatica scelta, Things Have Changed, la canzone che gli ha fruttato un Oscar, apre i concerti dal 2013, l’anno in cui si videro i prodromi del capitolo attule. 85 concerti, 2 videro Bob sparigliare la canzoni in tavola, a Roma cambiò la scelta dei brani e la canzone non fu eseguita, le altre 83 sere era lì, primo pezzo in scaletta. Analogamente 88 sere su 92 nel 2014. Tutte le sere nel 2015. 72 su 75 nel 2016 e finora tutti i concerti del 2017. Perdonatemi la pedanteria del dato, ma da 4 anni a questa parte la prima cosa che Bob ci dice tutte le sere è Un tempo m’importava/ma le cose son cambiate. Le cose son cambiate, niente di più onesto.

Palladium, London 29-04-17 © Paolo Brilllo

Palladium, London 29-04-17 © Paolo Brillo

Procedendo per zoom selettivi, il ventesimo secolo è il secolo americano, la musica rock è il canale più amplificato e ripetuto del ventesimo secolo, il protagonista assoluto di questa storia parziale dell’umanità è Bob Dylan. Che è anche IL Mercurio della musica moderna. Forma, stile, contenuti, voce, interpretazione. Non c’è più eclettico proteiforme sulla scena. Cultore consapevole, o meno, del proprio mito, sfuggente alle definizioni (non quelle di chiunque scriva ma quelle delle categorie dell’anima), potremmo produrre indizi, citazioni da interviste, semantica del surreale a testimoniare l’unica importante verità nella sua – e nostra – enigmatica storia umana e artistica: combattendo se stesso [that enemy within] Bob ha scontentato alcuni e ha battezzato col fuoco, il plasma del magma di cui sopra, milioni di noi che hanno condiviso la strada con lui, assistendo all’esecuzione capitale e alla risurrezione delle canzoni, in fieri, work in progress, morte_gestazione_travaglio_rinascita del manufatto, cangiante per avere vita. Bob ha tradito le canzoni per esser loro fedele, ha scandito la voce, ha affermato la proprietà intellettuale fattiva dell’opera, quelle canzoni di cui ha anche detto “non le ho scritte io, sono sempre esistite, io sono solo il canale attraverso cui sono arrivate qui”. Un © che si rinnovava, ogni volta che sul palco si animava questa liturgia laica ma forse davvero sacra. Un © che scadeva ogni volta che il pubblico – quella componente essenziale, a detta di Bob, a far vivere una canzone – terminava di vuotare quel luogo a non ripetere. Una parabola che ha chiamato a raccolta con violenta urgenza l’arte, l’artista e i fruitori.

Fra l’estate e l’autunno del 2013 prende forma l’ennesimo cambiamento, alas. Grandi pulizie in casa Zimmerman, si ritrova concentrazione, cambiano le luci, s’innesca un meccanismo che porterà a definire una proposta: il tour autunnale europeo, in una parola, scintillante. Il rock si dissolve, non è tanto importante perché si debba aggiungere un’altra etichetta, non saprei quale appiccicare, ma ha una sua rilevanza nel momento in cui si fa cronaca e testimonianza. Il crooning s’insinua, la ricerca infinita finisce, d’altro canto anche tempo e morte hanno un inizio. E quell’arte muore. O si ritira in Florida.

Palladium, London 28-04-17 © Paolo Brilllo

Palladium, London 28-04-17 © Paolo Brillo

Well… Things have changed! E nessuno può dire che lui stesso non l’abbia annunciato forte e chiaro.

Il “Never Changing Tour” è approdato a Londra, al Palladium, il 28 aprile 2017.

Con pochi, non rilevanti, aggiustamenti di tiro la proposta è la stessa dal 2013. Un po’ di giocoleria nell’ordine delle canzoni è il massimo di variazione che prende corpo. Se, però, negli ultimi anni si erano scorse tracce di legittima stanchezza fisica, oggi l’uomo ha ritrovato energia e concentrazione, la voce è potente, priva di asperità e trova uno spazio per giocare sui versi di Early Roman Kings, un divertissement nel testo, la melodia uno standard blues. La prima metà del concerto è intrinsecamente più vivace, così vuole la selezione dei brani, la seconda risente di un’atmosfera troppo al rallentatore, e anche Love Sick e poi Ballad Of A Thin Man, che chiude la serata, ne pagano il prezzo.

Personalmente, non seguo l’artista quando intraprende la via del crooning, non ho una passione per Sinatra né per gli standard americani, ben lontani dalla matrice emotiva che ha portato gli uomini, nel tempo, a forgiare il blues o il folk cui Bob ha attinto a inizio anni ’90 per i due dischi acustici, che insieme formano una raccolta davvero imperdibile di brani americani che spezzano le ossa, canzoni struggenti ma mai melliflue né posticce. I brani degli ultimi 3 album che ha pubblicato non m’interessano, anzi, lasciatemi essere politically incorrect, mi NON interessano, mi annoiano ed è irrilevante se sia un mio limite o no, è un semplice dato di fatto. Ma è anche un dato di fatto che sono perfette per la proposta elaborata dal 2013 in poi: canzoni brevi, esteticamente commoventi, e Bob può esibirsi in performances che dimostrano – a quella parte di mondo che distrattamente non se n’era ancora accorta – come lui sappia cantare qualsiasi cosa, come possa vestire gli abiti del confidential singer a piacimento, come dopo aver dato anima e corpo e anima ancora alla musa musicale, oggi, la sua voce sia plasticamente perfetta per queste interpretazioni. Ce l’ha detto chiaro dal palco del MusiCares Person of the Year, edizione 2015, “perché me?” perché i critici si sono accaniti sulla sua voce? Avrebbero dovuto riunirsi tutti lì, al Palladium, per farsi stupire positivamente da quella stessa voce che non saprebbero riconoscere. Un altro dei brani fissi in scaletta da 4 anni, ormai, è Pay In Blood, il ritornello recita Pago col sangue/ma non il mio; a Londra Bob la canta con concitata convinzione, quella voce di quell’artista aderisce incalzante a un testo risoluto e grandguignolesco, ma ciononostante alla fine ne usciamo con le ossa intatte.

Oggi come oggi un concerto di Bob Dylan è un’esperienza solida, garantita, uniforme, affidabile. Lui oscilla fra gli ottantotto tasti e il centropalco, fra le dita gli scorrono sicure le note. Le staffilate d’armonica non sono contemplate in questo spettacolo. La serata non fa una piega. 21 canzoni senza sosta né sbavature.

Palladium, London 30-04-17 © Paolo Brilllo

Palladium, London 30-04-17 © Paolo Brilllo

In un’intervista di qualche anno fa, Bob diceva che non cantava per i fan della prima fila, rei di essere recidivi, assidui fruitori di quei concerti da cui non sapevi mai come saresti uscito, bensì per il resto del pubblico. Non ci ho mai creduto, secondo me cantava first and foremost per se stesso, per una necessità interiore, una missione. Nelle grottesche riduzioni che una comunità di appassionati di fan poteva produrre, si scherzava dicendo “Londra 2003, prima sera”, come se un luogo venisse a esistere in un’unica data, la sera di QUEL concerto, ogni concerto aveva un codice fiscale, un’identità irripetibile, con i rischi del caso, ma non c’era modo di confondere una sera con l’altra. Nel presente, rischi non se ne corrono più e la sensazione è che non stia più cantando per se stesso, non più in risposta a un’esigenza creativa intima, e questi ultimi anni si sovrappongono in un unico interminabile (questo sì) concerto.

Confidando nella possibilità di una prossima smentita, tormentato dal ticchettare dell’orologio, sono fermo sotto una finestra del Saint James Hotel, Bob, intravedo una silhouette alla finestra, sembra più un’ombra nella notte.

Michele Ulisse Lipparini

ci piace postare un link alla famosa lecture che Bob doveva eseguire per il Nobel. 5 giorni prima della deadline è arrivato un discorso che spazia da Shakespeare a Leadbelly, con una chiusa perfetta. Dalla voce di His Bobness

http://www.svenskaakademien.se/en/nobel-lecture

se poi aveste bisogno di seguire la lecture, con il testo inglese sotto gli occhi, eccolo qui

https://www.nobelprize.org/nobel_prizes/literature/laureates/2016/dylan-lecture.html

e se invece volete curiosare fra le foto di uno dei migliori fotografi musicali sulla piazza, ecco la pagina di Paolo Brillo, autore degli scatti che accompagnano quest’articolo

https://www.flickr.com/photos/highw61/

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