Biennale Venezia 2017, La 57. Esposizione Internazionale d’Arte vista da Lorenzo Bonini

Biennale Venezia 2017

Biennale Venezia 2017 – Padiglione Italia – Roberto Cuoghi

Biennale Venezia 2017, la 57a Esposizione Internazionale d’Arte vista da Lorenzo BoniniUna considerazione sulla vetrina della Biennale diretta da Christine Macel. Nata nel 1969 a Parigi, laureata in Storia dell’arte, è stata conservatrice del Patrimonio e ispettore della creazione artistica per la “Délégation aux Arts Plastiques” del Ministero della Cultura francese (dal 1995). Dal 2000 ricopre il compito di Curatore capo del Musée National d’Art Moderne al Centre Pompidou di Parigi.

Christine Macel

Paolo Baratta, Christine Macel – Ph by Andrea Avezzù

Incaricata quale direttrice della 57ª Biennale di Venezia, propone il progetto artistico Viva Arte Viva, piano espositivo ambizioso che non conquista i palati fini della biennale addetti ai lavori, pur riuscendo a bollare l’esposizione veneziana, come l’inizio di un nuovo impulso umanistico. Affermando che questa sarà: «una Biennale con gli artisti, degli artisti, per gli artisti», un percorso da visitare e aperto fino al 26 novembre che apre alla possibilità di una nuova rifioritura dell’arte. Su questo tema la Macel ha molto insistito: «L’arte di oggi di fronte ai conflitti nel mondo, testimonia la parte più preziosa dell’umanità», in un momento in cui l’umanesimo è messo in pericolo. A mio avviso questa rassegna d’arte più famosa al mondo, è intrisa di buone maniere e onesti propositi, il visitatore lo percepirà sia che cominci dal Padiglione Centrale ai Giardini, come suggerito dalla stessa curatrice o dall’Arsenale, dove sussistono sette dei nove trans-padiglioni pensati da Christine Macel, tutti pensati per calarsi dentro i vari temi svolti, anche se mancano gli artisti dai grandi nomi, come sono assenti le opere importanti, quelle esposte, poche, sono disposte in maniera oserei dire scontata senza celebrazione o elogio. I grandi artisti non sono stati invitati volontariamente per non ripetere ciò che avviene nelle esposizioni museali nazionali o gallerie private in gran voga oggi: resuscitare nomi di artisti dimenticati. Tutto ciò è la conferma di volere a tutti costi lasciare la propria impronta a Venezia. Ma se un artista viene scordato, è perché non aveva meriti per essere ricordato, e nello specifico se questi grandi nomi (pochi per l’appunto) ci sono, possiamo dire e considerare che le sale dedicate ad esempio a Philippe Parreno, o viceversa a Kiki Smith, non danno i risultati artistici previsti, considerando che sono due artisti invitati da Christine Macel e di cui aveva già curato in Francia mostre personali.

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Roberto Cuoghi

Roberto Cuoghi Imitazione di Cristo, ph. Irene Fanizza

Osservazioni

Una considerazione positiva va comunicata, la migliore opera d’arte presente in Biennale è stata realizzata dal modenese Roberto Cuoghi (1973) con l’opera Imitazione di Cristo per la sezione Il mondo magico, ed è da considerarsi il capolavoro della 57esima Biennale e tutto questo è molto incoraggiante per l’arte italiana. Un impianto d’opera ben articolato con molteplici sfaccettature che unisce miti, pietà, magia e simbolismo nella Storia dell’Arte, in un processo spiazzante e sinistro. Scrive Cecilia Alemani, direttrice del Padiglione Italia a proposito dell’opera di Cuoghi: “trasforma il padiglione in una fabbrica di effigi che secoli di storia dell’arte occidentale ci hanno insegnato a temere e riverire, attribuendovi poteri magici: tra variazioni, interpretazioni e ricostruzioni a volte incongruenti”. Ora se si prende in esame la parola: “Homolaicus”, ovvero l’umanesimo, ci si ricorda che è un movimento culturale che si afferma in Italia nel XV secolo, cioè in un periodo storico in cui si prendeva atto del fallimento non solo della teocrazia pontificia e della concezione politico-religiosa d’impero feudale, ma anche di tutti i tentativi di creare uno Stato unitario (almeno nell’Italia centro-settentrionale). Cinque Stati regionali avevano imposto a tutta la penisola, una politica di equilibrio e di spartizione delle zone d’influenza (Milano, Venezia, Firenze, Roma e Napoli). L’umanesimo nasce per primo in Italia perché qui prima, più che altrove, esistevano le condizioni favorevoli alla nascita dei rapporti economici mercantilistici. Nei secoli XIV e XV l’Italia era uno dei paesi più progrediti del mondo (in senso borghese). Più in generale l’umanesimo si definisce: «Qualsiasi concezione che riconosce la centralità della persona nella realtà, o che intende rivendicarne i diritti, l’esigenza di libertà e la dignità individuale» (sic).

Ora si sa che la storia della Biennale di Venezia ha radici lontane, le cui origini risalgono al 1895 con la prima Esposizione Internazionale d’Arte che attraverserà tutto il ‘900 per arrivare, nel 2017 alla 57ª edizione. Nel 1932 la Biennale crea alla Mostra del Cinema, il primo Festival cinematografico mai organizzato nel mondo, che assieme alla Musica (dal 1930), al Teatro (dal 1934), all’Architettura (dal 1980) e alla Danza (dal 1999) compongono il panorama multidisciplinare della Biennale. In 120 anni di storia, la biennale di Venezia si pone all’avanguardia nello sviluppo delle nuove tendenze artistiche, e organizza manifestazioni nelle arti contemporanee secondo un modello pluridisciplinare, che ne caratterizza l’unicità (Immortale e giusto). Ora mi chiedo alla Biennale questo tema è rispettato dagli artisti invitati? Ritengo dopo averla visitata in lungo e in largo, che i segni di stanchezza sono palesi. Oggi non bastano più le idee e nemmeno quelle provocatorie di sfida, perché hanno esaurito la possibilità di stupire, meravigliare oso dire colpire. Mi chiedo se la pittura possa ancora raccontare un fatto di cronaca descritto attraverso le parole sui giornali, dalle televisioni, nel web, che ci rinviano in presa diretta, immagini più crudeli della realtà, pubblicando fotografie, video o riprese in diretta dell’esecuzione di una condanna a morte, scatenando polemiche infinite, come abbiamo visto, annotato e impresso. I giornali, ci descrivono il più minuzioso possibile degli orrori della nostra società Moderna, e non solo, le sue guerre ampliate e divulgate via etere, facendone la ragione di una possibile vittoria, vittoria di chi non si sa. Dopo questa globalità delle visioni mediatiche del competere, dello scannarsi per motivi politici o religiosi e di povertà, c’è un qualcosa che non riusciremo mai a fare, qualcosa che sta dentro e ci appartiene ed è il nostro dolore, che scandaglia l’animo e c’è lo racconta. Qualcosa che lo definisce e lo pone nella sua essenza più pura. Una telecamera o una macchina fotografica riprendono solo la superficie, la crosta di una tragedia, possono anche immortalare i dettagli più terribili, il terrore negli occhi di una vittima, la tragedia di un bambino, un bombardamento in diretta sulla città, il gesto o l’azione più crudele. Ma non potranno mai descrivere il significato del dolore, perché questo è il potere di un artista. Pablo Picasso a tal proposito ebbe a dire: “La pittura non è fatta per decorare gli appartamenti o salotti, ma è uno strumento di guerra offensiva e difensiva, contro un nemico che non sa dipingere, ma ha la pretesa di volerla spiegare”. Buon divertimento.

Lorenzo Bonini
* Critico – Storico dell’arte – Poeta

Maria Lai

Maria Lai alla 57a Biennale


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2 Risposte

  1. Lorenzo Bonini scrive:

    Fischia il vento urla la bufera/scarpe rotte eppur bisogna andare/ a ritrovare la nostra primavera che del pennello non usiamo più…. bravo Franz il migliore.

  2. Sono d’accordo anch’io ho trovato l’opera di Cuoghi la più interessante e spiazzante della Biennale, quella che tocca veramente il senso dell’esistenza: vita morte trasformazione. È l’unica che mi ha toccato profondamente. Ci sarebbe molto altro da dire ma per ora basta questa condivisione. Grazie dell’articolo.

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