Mostre Milano: Gam, 100 anni scultura a Milano. 1815-1915

Gam, 100 anni di scultura

Mostre Milano: Gam, 100 anni scultura a Milano. 1815-1915 – di Stefano Malvicini – La GAM (Galleria D’Arte Moderna Milano) di Via Palestro continua nel suo progetto di valorizzazione del suo patrimonio scultoreo. Dopo le mostre di grandi artisti come Medardo Rosso e Adolfo Wildt, ora è la volta di una retrospettiva generale sull’800 milanese, condotta attraverso opere e bozzetti dei suoi più grandi maestri. Allestita al piano terreno della Villa Reale, progettata da Leopold Pollack, dal 23 marzo al 3 dicembre 2017, la mostra è curata da Paola Zatti, direttrice della Galleria, e organizzata da Comune di Milano in partnership con UBS. Per fare qualche statistica, 63 sono le opere in mostra, molte delle quali mai esposte al pubblico, in quanto situate nei depositi della collezione, e vanno a integrarsi con la trentina di sculture collocate al piano superiore nelle collezioni permanenti. Molte di queste opere sono state restaurate appositamente per la mostra, in modo che il grande pubblico possa apprezzarle maggiormente. Tra queste, un corpus consistente di trenta esemplari è giunto dall’Accademia di Brera e dalla vicina Pinacoteca, a documentare le prove di ammissione ai concorsi braidensi da parte dei grandi scultori, ma anche a testimoniare la seconda fase di formazione dell’attuale GAM, quella del 1902, succedutasi alla prima del 1862, con la donazione Fogliani.

In sei sezioni, la mostra racconta cento anni di scultura a Milano. Cento anni, proprio come il titolo di un noto romanzo di Giuseppe Rovani, che racconta un secolo di vita milanese, quell’800 che trasformò la nostra città da un cantiere scultoreo legato quasi esclusivamente alla Fabbrica del Duomo (e alle committenze sacre) a una capitale italiana e internazionale della lavorazione del marmo e del bronzo, in grado di seguire più filoni, dal biblico allo storico e al letterario. Si parte con la grande scultura neoclassica, memore degli insegnamenti puristi ed estetizzanti di Winckelmann e di Canova: quella del ritorno all’antica Grecia o a Roma, anche a Milano, fu una rivoluzione, perché segnò un passaggio da una scultura ancora barocca, o tardo barocca, come provano le opere di artisti come Elia Vincenzo Buzzi, a un qualcosa di più radicalmente bello, anche su soggetti sacri come la Maddalena di Pompeo Marchesi (1826-31), più simile a una matrona romana che a una figura evangelica, o come l’Adamo concepito da Giuseppe Bayer come un filosofo greco. Segue una sezione dedicata ai temi letterari, la cui espansione, nelle Arti figurative, andò di pari passo con l’esplosione del Romanticismo. Così come, in Pittura, Francesco Hayez dominò le scene con le sue opere dedicate a temi medievali e rinascimentali, in scultura si scelsero argomenti più comunicativi, più immediati e di più facile comprensione, contrariamente al tono elitario dell’epopea neoclassica, ma, anche, legati a vicende politiche di attualità (in primis la liberazione dell’Italia dal giogo austriaco) e a episodi sentimentali che, oggi, definiremmo “strappalacrime”, ma che, allora, erano veramente rivoluzionari. Rivoluzionario è il termine giusto per indicare il gruppo Paolo e Virginia di Alessandro Puttinati, esposto a Brera nel 1844, che iniziò questa tendenza, subito celebrata da intellettuali come Carlo Tenca. La rivoluzione si applicò soprattutto alla ritrattistica, con il Tommaso Grossi, sempre di Puttinati, per una maggiore naturalezza espressiva, ma anche alla statuaria monumentale, come provano, in mostra, il Corradino di Svevia di Costantino Corti e Faust e Margherita di Antonio Tantardini (1861), con due personaggi quasi usciti da un quadro di Hayez. La terza sezione è dedicata al successo che, in tutto il Mondo, iniziarono ad avere le Esposizioni Universali, con i padiglioni che, ogni singolo Paese, aveva a disposizione per rappresentare le proprie eccellenze.

Alessandro Puttinati, Masaniello

Alessandro Puttinati, Masaniello

Naturalmente, per l’Italia, si scelsero le Arti e, di fronte a un pubblico non più necessariamente aristocratico, si optò per temi più quotidiani, di genere, potremmo dire, più piacevoli e leggeri: nudi femminili, ma anche statue di bambini o ragazze adolescenti. Su questi soggetti si specializzò la Scuola di Milano, la vera protagonista della sezione, che lavorò “dal vero”, esattamente come, in quegli anni, facevano i pittori veneziani come Favretto, Ciardi e Tito, specializzandosi sulla quotidianità, su temi ritrattistici ma anche politici. Il ticinese Vincenzo Vela fu l’autentico protagonista di tale stagione: in mostra sono esposti il bellissimo ritratto-medaglione di Giuseppina Negroni Prati Morosini (1886), dal bassorilievo che ricorda lo “stiacciato” di Donatello, la candida adolescente della Preghiera del Mattino (1846), e il ritratto dell’avvocato Antonio Mosca (1884), dall’aria fiera, accanto ad altri capolavori, meno noti, come Primo bagno di Quintilio Corbellini e Frine di Francesco Barzaghi. La quarta sezione è, invece, dedicata al tema più politico, quello dell’Unità d’Italia, legato alla volontà di vedere l’Arte come il mezzo che avrebbe “fatto gli italiani”: il Romanticismo aveva gettato le basi di tutto ciò, ma furono i monumenti alle grandi celebrità del passato, uniti a quelli dedicati agli eroi del Risorgimento, a creare una sorta di simbolo artistico del nuovo corso politico. In quasi tutte le città d’Italia campeggia, ancora oggi, in bella mostra, un monumento dedicato agli eroi che hanno fatto il Paese con le Guerre d’Indipendenza e, in questo, gli scultori lombardi ebbero un grande ruolo. A Milano vari artisti omaggiarono le personalità culturali del passato, creando nuovi spazi e nuovi percorsi urbani. Forse l’artista più significativo fu il varesotto Giuseppe Grandi che, a Milano, realizzò il suo capolavoro con l’obelisco dedicato all’insurrezione cittadina contro gli austriaci, accanto ai vecchi dazi di Porta Tosa, in quella che, oggi, è Piazza Cinque Giornate. In mostra sono esposti soprattutto bozzetti di sculture ufficiali per monumenti destinati alle varie città lombarde. Tra questi spiccano il Garibaldi di Bazzaro per il monumento di Monza, il Garibaldino bronzeo in combattimento di Grandi, di cui è anche un bozzetto per il monumento alle Cinque Giornate, il busto di Verdi di Luigi Secchi per Busseto o il titanico Manzoni di Barzaghi: tutti uniti dalla volontà di celebrare le glorie del passato attraverso lo storicismo allora in voga. La quinta sezione è dedicata all’evoluzione, in senso plastico e materico, del naturalismo della Scuola di Milano, attraverso risultati che si potrebbero definire “pittorici”. Ancora una volta fu Grandi ad aprire la strada, in nome di una stilizzazione delle forme plastiche che ruppe la massa fisica della materia per creare effetti di chiaroscuro tipici della Pittura, insieme a quel tocco di sfumato, quel modellato irregolare che giocava con la luce e che si allineò con la contemporanea produzione pittorica scapigliata di Ranzoni e Cremona, come provato dal suo marmo Ulisse nell’atto di tendere l’arco (1867).

A tali precetti si allinearono Bazzaro, come testimoniano i suoi autoritratti, ma, anche, il più grande scultore della Scapigliatura, quel principe Paolo Troubetzkoy, di origine russa ma nato a Verbania, che realizzò bronzi virtuosi ed eleganti che si avvicinavano sia ai lavori degli amici Ranzoni e Cremona che alla Belle Epóque di Boldini, come prova il bellissimo Brumista (1894) in mostra. Questo processo raggiunse il suo culmine con le grandi colate di cera e le atmosfere sfatte di Medardo Rosso. L’ultima sezione è dedicata alla fine del secolo, con particolare interesse a quella mitica Esposizione Triennale di Brera del 1891 che, in Pittura, segnò l’inizio del Divisionismo, mentre in Scultura diede spazio a tematiche sociali, legate alle ingiustizie che la classe operaia doveva continuare a subire e agli scioperi e tumulti che quell’epoca produsse, con uno stile e un tono ormai realista, così fedele alla quotidianità da mostrarci pose estreme, visi corrucciati e smorfie di dolore che, quasi, anticiparono l’Espressionismo. La prova migliore sono le sculture di Riccardo Ripamonti, come L’ultimo Spartaco e Caino (1894). Accanto al Realismo, però, anche il Simbolismo, sotto il nome di Ideismo, lasciò la sua traccia con una scultura spirituale, interiore, che trovò il suo culmine con i lavori del Cimitero Monumentale di Milano, palestra per molti artisti dell’epoca, tra cui il Luigi Secchi del Dolore (1910), ma anche la personalità che divenne il tramite con il nuovo secolo, quell’Adolfo Wildt che si mosse tra innovazione, accademia e simbolismo, ispirandosi agli artisti stranieri come Rodin. Da quel momento, da quella rottura, la Scultura non sarebbe più stata la stessa, tanto che, di lì a poco, sarebbe avvenuta la frattura definitiva, una faglia nella forma che prese vita con le opere di Umberto Boccioni.

Stefano Malvicini

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100 anni. Scultura a Milano 1815-1915

GAM, Via Palestro 16 20121 Milano
Orari: martedì – domenica 9.00 – 17.30; lunedì chiuso
Biglietti: 5,00 € intero; 3,00 € ridotto
Informazioni: www.gam-milano.com; c.gam@comune.milano.com; 02 88445947

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