Van Gogh, La Camera di Arles vista da Lorenzo Bonini

La camera di Arles di Van Gogh,CC0 Public Domain, Spazio Tadini

Van Gogh, La Camera di Arles vista da Lorenzo Bonini – Milano la città del Fuori Salone, non finisce di stupire, Francesco Tadini e Melina Scalise, copia avveduta, hanno saputo cogliere l’occasione proponendo la mitica “Stanza di Vincent” interamente ripresentata al reale, rispettando le misure dello spazio abitativo e quello degli arredi. Roba da incaponire la pelle per gli amanti di Vincent, io ho avuto il privilegio di sedermi e sdraiarmi su quel letto con ancora le orecchie illese e posso assicurarvi che mi sono sentito felicemente pittore. – Un piccolo profilo è necessario su Vincent perché ci aiuta a conoscere e convogliarci dentro la sua vita d’artista incanalandoci attraverso il viaggio dentro la Camera di Vincent diventata mito. La stanza è lo spazio fondamentale per gli appassionati e studiosi, essendo il luogo in cui ha abitato e simbolicamente rappresentato tutta la sua poetica, attraverso i colori e gli oggetti di arredo.

Per meglio intenderci anche Sigmund Freud uso il lettino come strumento fondamentale della psicanalisi. Giorgio Morandi, anch’esso iniziò il suo viaggio tra le mura di una stanza, con oggetti, bottiglie e vasetti. Vincent Van Gogh mistico idealista, esagitato con quella sua violenta sensibilità, ancora maggiormente esacerbata dall’accesso d’alcool, di tabacco e di lavoro, appare letteralmente come un posseduto. Ha la stoffa di quegli uomini che assurgono a leggenda subito dopo la loro morte, talmente la sua vita si arroventò in passioni psicopatiche, lo stesso suo successo rileva un ironico afflato romanzesco. Nacque a Zundert, in Olanda, il 30 marzo 1853, morì ad Auvers, nel dipartimento dell’Oise, il 29 luglio 1890 in vita vende due sole tele per somme ridicole e molte le regalò, altre servirono come ante per il pollaio o come bersagli per tiratori della domenica, oppure vendute a rigattieri per quattro soldi. Tutto ciò per significare a qual punto lo stile del Maestro urtava i propri contemporanei. Ridotto in miseria, Vincent sopravvive soltanto grazie ai sussidi che il fratello minore le corrisponde. Theo rimane convinto del talento fratello al quale sacrifica sistematicamente una parte del modesto stipendio. Nel luglio 1888 Vincent scrive parole premonitrici sulla sua pittura, poiché oggi è iscritto nell’albo della Storia dell’arte come il pittore più caro del mondo: 25 milioni di Sterline per i “Girasoli” e i suoi “Iris” per 49 milioni dollari. Somme mirabili che indubbiamente, avrebbero consentito a Van Gogh di dipingere maggiormente, anche se la densità della sua opera lo pone tra gli stacanovisti del talento. Oltre 2.000 tele, senza contare disegni e schizzi. Suo fratello Theo gallerista a Parigi non lo inserì mai in rassegne collettive di pittura, ma gli fu sempre accanto fino alla fine, riposano uno accanto all’altro nel cimitero di Auvers. Van Gogh non si sentiva riconosciuto dalla famiglia, sua madre e la giovane sorella, non lo considerano un artista e ancor meno un genio. Pertanto visto ciò pensa sia colpa del cognome difficilmente pronunciabile per i francesi e decide di firmare solo con il proprio nome Vincent. La sua famiglia era di modeste condizioni, il padre è pastore protestante e nondimeno Vincent che dimostra una generosità senza pari, vuole sempre tutto spartire e condividere: i propri beni e le proprie condizioni, trasforma se stesso in ciò che vuole trasmettere. Per questo quando diventa predicatore, quel suo zelo quasi fanatico e la sua prodigalità nei confronti delle proprie “pecorelle”, lo rendono inviso dalla gerarchia. Vincent sarà costretto ad abbandonare questa vocazione che ritroviamo nella sua stessa pittura, dove un’intensa volontà lo sospinge a dar testimonianza della dura vita dei coloni, monta il suo cavalletto a casa dei contadini stessi, nei loro campi. Ma questa realtà rimane innanzitutto la sua arte, anche se potrebbe dare l’impressione di non esserne consapevole, in quel periodo viaggia molto; all’Aia trova come compagna una ragazza madre e si mette in convivenza con essa, la cosa purtroppo dura poco perché decade in prostituzione. Dopo il fallimento di questa relazione, egli ritorna presso la famiglia, finché non decide di partire per Parigi per ritrovare il fratello, che lavora in una galleria d’arte nel centro di Montmartre, dove si ritrovano talentuosi artisti di un’epoca ricchissima per la storia della pittura.

CAMERA DI VINCENT

Lorenzo Bonini sul letto di Van Gogh

Lorenzo Bonini sul letto di Van Gogh

Vincent v’incontrerà Pissarro, Gauguin e altri come Boudin e Pierre Auguste Renoir, le discussioni si protraggono di continuo a notte fonda, beve assenzio per cercare ispirazione rovinandosi la salute. Non soddisfatto sceglie di andare a Sud della Francia alla ricerca di una luce al contempo fisica e plastica, ma anche mistica, parte per Arles, Saint-Rémy. Vincent si sente umiliato decide che ha bisogno di sole, come se esso fosse la sola fiaccola capace di rinvigorire l’animo e il pennello. Il 20 febbraio 1888, Vincent scende dal treno ad Arles, e piomba a mezzogiorno in punto nel mezzogiorno della Camargue che le rapisce il cuore ed è quantomeno sorpreso, voleva sole e cielo azzurro, invece nevica e c’è la brina. Ma per quest’artefice di talento, lo sbigottimento dura poco, affitta una camera e si mette al lavoro, dipinge un ramo di mandorlo che ha fatto fiorire in un bicchiere e alcune scene della vita in Arles, cui assiste dalla finestra ben tappata. Giunge la primavera e, Vincent raggiunge i campi: “.eh..si, mi sembra che andrò più lontano nel sud, invece di risalire verso il nord, poiché ho grandissimo bisogno del forte calore che mi faccia circolare normalmente il sangue”.

Gli alberi da frutto gli ricordano, le stampe giapponesi di cui è un collezionista e la cui influenza traspare chiaramente nelle sue tele. Il maestrale è un vento che ha reputazione di rendere folli, un vento che in un primo tempo sorprende Vincent, che certo non si lascia sconcertare e scrive: “Provo non poche difficoltà a dipingere, per via del vento, ma lego il cavalletto a dei paletti piantati nel terreno e lavoro lo stesso, è veramente strepitoso”. La sua mente sempre farneticante moltiplica i progetti, trova finalmente sistemazione nella famosa “Casa Gialla”, oggi scomparsa. Non solo vi vuole far venire l’amico Paul Gauguin, ma anche creare gradatamente in Arles, una comunità di pittori. Il suo pessimo carattere collerico, la sua propensione per l’alcool, le sue depressioni spesso violente, manderà a monte il progetto appena nato. Anche se Gauguin raggiunge Vincent in Arles nell’ottobre 1888, questi rimarrà solo poche settimane, dopo una lite, nel corso della quale Gauguin teme di essere ammazzato dall’amico, decide di andarsene. Era il periodo dell’episodio dell’orecchio mozzo, stava attraversando un duro momento di depressione, è ricoverato in un primo tempo presso l’Hotel – Dieu in Arles, perché si è trovato al centro di una congiura di vicinato che vede nel pittore solo un pazzo del nord e che rappresenta un autentico pericolo per la comunità. Sentendosi sempre più in preda a quelle sue crisi di depressione di epilessia e di scoraggiamento, Vincent domanda di essere ricoverato in una casa di riposo, giunge quindi a Saint-Rémy, dove è ricoverato presso il manicomio di Saint-Paulde Mausole, dove riprende immediatamente a dipingere, il soggiorno è per lui una vera e propria benedizione. Nelle sue tele provenzali possiamo cogliere tutto l’afflato delirante di cui era in preda questo incomparabile artista, che ovunque andava sapeva esprimere il proprio messaggio, ora le visioni sono più luminose come nei girasoli, nei campi di grano e nelle notti calde provenzali troveranno quell’animo torturato ma pur sempre ispirato del pittore in preda alle proprie tempeste interiori oramai alla deriva. Tuttavia, dopo alcuni mesi, Vincent si sente troppo allo stretto e decise raggiungere il paese d’Auvers nell’Oise, che è già stato luogo di ricetto per numerosi artisti. Dipinge per due mesi, con la benevolenza del dottor Gachet, ma il 27 luglio 1890, Vincent tenta di uccidersi in mezzo a un campo di grano sotto una quercia. Cessa di vivere due giorni dopo, mentre il fratello Theo rimasto al suo fianco si spegne a sua volta sei mesi dopo l’evento, come se fosse vissuto solo per aiutare il fratello il quale non avrebbe mai potuto dipingere senza quest’appoggio devoto.

VAN GOGH CASA GIALLA

Van Gogh ad Arles nel 1888 arreda la: “La camera di Vincent” e nell’89 la dipinge. Oggi riconosciuta la più significativa e sintomatica delle le tre copie esistenti.

Prego entrate… il maestro oggi è tranquillo, posso dire compiaciuto e sereno, è uscito un attimo, aspettava un amico proveniente da Parigi, torna subito, è andato in stazione lo condurrà di sicuro qui alla casa gialla, ci tiene tantissimo che lui la veda. Si! sì gialla! proprio gialla-gialla!

Gialla come il sole di Provenza, Vincent è venuto a cercarla fin qui e finalmente la trovata come un messia quando cerca gli accoliti neofiti, come Girasoli, come la Casa con la quale tutto incominciò: “La mia casa qui è dipinta in giallo come il colore del burro fresco, con le imposte verde acerbo, è esposta in pieno sole sullo spiazzo dove c’è giardino verde di platani, di oleandri e di acacie. Li dentro io ci posso vivere e respirare, e riflettere e dipingere”.

La casa gialla con le sue imposte verdi si trovava al numero due di Place Lamartine, e fu distrutta nel giugno 1944, durante i combattimenti per la liberazione della città di Arles; in compenso, il ponte sulla ferrovia, in fondo a destra, è sempre riconoscibile. Vincent incominciò sistemarvisi nel maggio 1888 e vi allestisce La camera di Vincent (estate 1889). Gli arredi interni divengono i simboli di un’essenzialità psichica assolutamente dedicata al lavoro del pittore, passava il suo tempo meditando sull’idea utopistica di creare a Arles una comunità di artisti, invita l’amico Paul Gauguin a raggiungerlo, dipingerà per l’occasione le loro sedie alla stregua di due ritratti simbolici di stima reciproca tra i due. “La poltrona di Gauguin” (novembre 1888), mostra quale comoda accoglienza avrebbe riservato all’amico. La candela accesa appoggiata su di essa indica simultaneamente la presenza del pittore e l’ammirazione che Vincent gli riserva, i libri posati su di essa il rispetto per la cultura dell’ospite. Mentre “La sedia di Vincent” (dicembre 1888), è più umile, è una sedia impagliata in maniera rustica di uso “ordinario villico” realizzata da chicchessia grezzamente con taglio ad ascia, senza la ricercatezza di ornamenti e lo stile che si riscontra invece in quella Gauguin. La pipa appoggiata è la sua (la riconosco odora ancora di tabacco ne riconosco l’odore) è di quelle il cui fornello è ricavato da una pannocchia di mais (granoturco) posata lì pochi istanti fa, prima di uscire, forse vi era l’intento di tornare indietro prima del tempo, la conferma ci è data dall’involucro del tabacco non ancora chiuso. Lei vuol sapere perché la camera ora è vuota e se può visitarla, le confesso che sembra vuota, ma in verità è piena di misteri non ancora risolti a cominciare dalla coperta rossa, Van Gogh è stato qui ad aspettarla per 127 anni e vi saranno migliaia di persone ancora attese da Vincent, che è uscito or ora…la pipa non la dimenticata, prima di uscire l’adagiata con cura sull’intreccio di steli fibrosi color giallo chiaro in cui è strizzata la vita. È andato fuori poco fa, aveva la testa bendata bianca stesa in alzata a coprire l’orecchio mancante, l’estremità degli angoli della benda erano annodati sul cranio rasato dai capelli rossi, formavano un fiocco deplorevolmente buffo, come avesse il mal di denti, cercava di nascondere quel ridicolo fiocco con un cappello di paglia di colore giallo. A voce alta mentre usciva esclamò ai visitatori: entrate pure prego, io faccio un giro, due passi sino alla grande quercia, passerò dal vecchio sentiero sul limitare del prato dei papaveri, dove volteggiano corvi spiritati al di sopra delle messi mature, quel percorso mi ispira, l’aria è più azzurra e luminosa, ha il sapore del sole. Vincent Van Gogh quel giorno del 27 luglio 1890 dopo avere deposto con scrupolo la pipa spenta sulla sedia rustica, uscì dalla camera, discese la breve scala, attraversò il portoncino della casa gialla che immetteva nello spiazzo antistante e si allontanò imboccando il cammino dell’eternità.

Lorenzo Bonini (Critico – Storico dell’arte – Poeta)

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