Jannis Kounellis. Oggi l’arte è più povera. – di Lorenzo Bonini

Jannis Kounellis

Jannis Kounellis. Oggi l’arte è più povera. – di Lorenzo Bonini – Il grande artista greco si è spento a Roma a 80 anni. A chi gli chiedeva di spiegare la sua arte, rispondeva che voleva “uscire dal quadro”. Oggi sono tornato dall’isola Madre del lago Maggiore dopo avere cercato l’impronta poetica dell’amico Kounellis sull’isola. Devo ammettere che questo luogo sacro di bellezza ha perso il maestro che 11 anni or sono, aveva saputo cogliere a pieno lo spirito eletto del luogo ed entrarvi quasi in punta di piedi con allestimenti ispirati a questo Eden lacustre. Ora i più sensibili avvertono un velo di malinconia che avvolge l’Isola, da quel giorno di Primavera 2005 che aveva firmato “Santa Fe”. Una mostra nata dal felice incontro tra la titolare del Grand Hotel Majestic di Pallanza Cristina Zuccari e Adelina Von Furstenberg, presidente di Art for the World.

Così i Principi Borromeo avevano inserito nell’ambito delle loro iniziative la prima edizione della rassegna “Arte contemporanea sul Lago Maggiore”. Un incontro magico che ha portato alla realizzazione di quella straordinaria mostra, nella quale, come aveva dichiarato lo stesso Kounellis, «Non è importante fare qualcosa di eclatante, ma capire in quale modo si possa inserirsi in un luogo». Gli allestimenti di Gianni Kounellis avevano dato esistenza ad un concerto perfetto tra natura dell’oasi e un’arte che giungeva dal profondo dell’anima. La mostra aveva fatto parlare di sé, per la caratura dell’artista e per il luogo d’eccezione. Non erano mancate le polemiche in particolare per la presenza di Paco, pappagallo ospite di un’installazione dell’artista. L’incontro con Kounellis è stato il primo di una serie di eventi poi avvenuti sul Lago Maggiore. Ecco anche qui come alla Galleria Attico di Roma nel novembre 1967, e alla Galleria Jolas di Milano nel febbraio 1968. Il giovanissimo Gianni Kounellis espone due lavori che ospitano la poetica del giardino esotico, per la prima volta l’artista introduce, oltre agli elementi naturali come terra, carbone, cotone elementi naturali con i quali lavora, un animale vivo: un pappagallo, che non poteva essere “Paco”, ma simbolicamente sì; ancora se ne sente l’odore in quella rassegna, lo stridio della voce, il rumore dei suoi movimenti sul bastone che lo sorregge, i suoi occhi inseguono la nostra curiosità.

Kounellis, Pappagallo Vivo

Il pappagallo diventa ed è l’esposizione pura del colorato volatile che diventa qui un’icona vivente. Il soffio delle sue piume nello spazio della mostra rende l’opera verosimile a sé stessa e, l’elemento temporale e precario della sua fruizione amplificano lo sconfinamento tra realtà e rappresentazione, senza mistificazioni rende la vita stessa arte, sortilegio che solo un artista può compiere. Negli anni Ottanta urtava le sensibilità esponendo quarti di bue macellati a Barcellona, ora quelle carni mummificate diventate opere sono esposte nei musei di tutto il mondo. Nel nuovo millennio aveva prediletto il Sud America, l’Argentina e l’Uruguay. Era un tipo ombroso, amante delle tonalità scure dei quadri di Goya, e considerava il suo studio il suo teatro, infatti è una rappresentazione teatrale uno degli interventi dell’ultima fase: nel luglio 2016, alla Pescheria Pesaro (PU) fa attraversare la sala espositiva da un cavallo vivo, per terra, sul pavimento, giacciono abbandonati corpi ricoperti da teli bianchi che parlavano di morte. Ho la certezza che molti di noi ricordino con questa azione, l’esordio personale nel 1960 alla galleria romana «La Tartaruga» in via del Babbuino, posto straordinario quel ritrovo per artisti e intellettuali, erano gli anni speranzosi in cui l’uomo credeva nell’avvenire, nella ricerca e soprattutto nel nuovo, vi era la voglia di cambiare vita e società. Jannis Kounellis aveva baffi e la zazzera nera e l’invito a quella mostra s’intitolava “Alfabeto” ed era un’esplosione su sfondo bianco di lettere e parole in libertà. Solo più tardi iniziò ad usare materiali organici e inorganici, a organizzare performance. Le prime mostre che lo avvicinano all’Arte povera, sono del 1967 in cui mette congiuntamente animali vivi e putrelle di ferro, sacchi di juta, pezzi di carne e legno.

Kounellis, Pappagallo Vivo

Quando doveva spiegare quale artista gli avesse dato l’ispirazione, lui rispondeva Pollock. Non amava la Pop Art, ma paragonava Pollock ai grandi innovatori del passato, Masaccio e Caravaggio, ed è da queste considerazioni che lo si può comprendere. L’elemento primario per lui era l’agire nel tempo con i materiali coevi, disposti in un insieme che procreassero l’arte poetica dei prodotti poveri, una considerazione idillica ma non bucolica. E tra le mostre più incredibili della sua prima fase creativa, l’esposizione-performance nel 1969 di cavalli vivi nella galleria romana di Fabio Sargentini. Significativo è anche ricordare l’ambiente in cui operava in quel periodo e cosa elaboravano gli artisti colleghi di quegli anni: la maggior parte esprimevano la decontestualizzazione del ready made dadaista.

Jannis Kounelis Salone degli Incanti TS.

Jannis Kounelis Salone degli Incanti TS.

È mia convinzione che l’Arte Povera nasca dal Dada: la non magnificenza dell’opera, l’adattabilità ai contesti del luogo dove viene esposta, l’apparente reperibilità dei materiali che la compongono e il significato poetico rintracciato come un tesoro nascosto nelle cose comuni, ne permettono infatti una probabile lettura di casualità. In queste sue creazioni Jannis Kounellis, così importanti per l’intero percorso della sua arte con l’utilizzo degli elementi naturali e di animali vivi, il pappagallo per l’appunto e in seguito i cavalli, sposta invece la realtà quotidiana verso l’assoluta unicità dell’opera d’arte, e la sua intenzione è palese, rispetto al Ready made di Duchamp, che nasce da una ricerca più “concettuale”, mentre il rapporto di Kounellis con il materiale che utilizza, desidera scavalcare l’approccio puramente intellettuale della ricerca artistica, per rintracciarne l’innocenza originaria, infatti si autodefinisce pittore: le sue opere sono colore, luce, spazio, materia e forma, come i quadri e lo spazio è l’opera stessa, il colore è l’opera stessa, la luce è l’opera stessa, la materia è l’opera stessa, senza rappresentazione né alcun passaggio ulteriore.

Kounelis-Salone-degli-Incanti Trieste

Kounelis-Salone-degli-Incanti Trieste

A sostegno voglio ricordare la Mostra di Trieste, a mio avviso tra le più belle e significative, inaugurata nel settembre del 2013 rimase visitabile fino alla primavera del 2014, dove realizzò un’installazione nel Salone degli Incanti, rimasta negli annali, che univa e aggregava i banconi di pietra dell’ex Pescheria, relitti di barche, massi che pendevano dal soffitto appesi a grosse funi, sedie e teli neri, appunti di una vita reale recuperata e mostrata nella totale pura poetica, senza leziosaggini e adulazioni. L’opera venne visitata da oltre diecimila visitatori e alla fine venne smontata pezzo per pezzo e le sue singole parti furono regalate dal Comune di Trieste, agli amanti dell’arte e dei souvenir originali. Celebri furono anche le grandi mostre in Sud America, come quelle in Argentina (2000) e Uruguay (2001). Nel 2002, l’artista propone un’installazione di cavalli alla Whitechapel di Londra e, poco dopo, alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma, dove costruisce un enorme labirinto di lamiera lungo il quale pone, quasi fossero altrettanti approdi, gli elementi della sua Arte, come le “carboniere”, le “cotoniere”, i sacchi di iuta e i cumuli di pietre…

Caro Jannis scusami per il ritardo secolare, posso confidarti una cosa: qui resterai in vita come la danza popolare del Sirtaki in Grecia. Ciao tuo Lorenzo.

Lorenzo Bonini 

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