Gam Manzoni: Mostra Orientalismo – di Stefano Malvicini

Orientalismo Mostra Gam Manzoni

Gam Manzoni: Mostra Orientalismo – di Stefano Malvicini – Un viaggio pittorico in Oriente, tra Bibbia e Storia – Tra Egitto e Istanbul, 35 opere, anche inedite. GAM Manzoni ritorna, ancora una volta, con una mostra tematica dedicata all’Ottocento italiano. Dal 24 marzo al 25 giugno 2017, lo spazio espositivo di Via Manzoni dedica una retrospettiva dedicata all’Oriente e, ancora di più, all’Orientalismo, quella tendenza artistica internazionale, nata nel XVIII secolo con la traduzione delle Mille e una notte, che, ben presto, si tradusse in una passione sfrenata per tutto ciò che veniva dalla Turchia e dall’Egitto. Obiettivo della mostra, curata da Enzo Savoia e Francesco Luigi Maspes, è quello di mettere in evidenza come questa tendenza si sia sviluppata anche in Italia, attraverso quella generazione di pittori, attivi tra il 1850 e i primi anni del ‘900, che importarono tale “moda” anche in Italia, attraverso il modello delle Odalische di Ingres o delle figure “turchesche” di Delacroix. Studiata attraverso quattro sezioni, la mostra intende anche spiegare quanto l’Oriente affascinò sia pittori che, effettivamente, lo visitarono, ma anche coloro che non vi misero mai piede, tramite l’esperienza letteraria e musicale: basti pensare alla prima dell’Aida di Giuseppe Verdi nel 1871, eseguita in Egitto per l’inaugurazione del teatro del Cairo, per capire quanto le atmosfere orientali abbiano influenzato le Arti visive.

Non a caso, si parte con un corpus di opere del grande protagonista della mostra, Alberto Pasini (1826-99), artista parmense di Busseto, proprio come Verdi, ma che visse gran parte della sua vita in Francia. Pasini fu uno dei grandi artisti viaggiatori dell’800 italiano, ma anche colui che, attraverso le sue opere, influenzò i pittori nostrani nel superamento figurativo dell’orizzonte del Mediterraneo. Pasini, che aveva studiato pittura a Parigi, venne incaricato, a metà degli anni’ 50, dal governo francese, di viaggiare tra Egitto, Arabia Saudita, Iran, Turchia e Siria, al seguito delle truppe, per documentare le missioni coloniali: da questa esperienza, sono nate opere, soprattutto vedute, molto attente alle suggestioni del Realismo, ma anche alle note trionfali di Ingres e Delacroix, in cui l’aggiornamento delle novità pittoriche va di pari passo con il conservatorismo e il tradizionalismo tipico delle popolazioni locali e dei loro costumi, come provano Davanti alla moschea (1875-80) e Un Kan (1890-95). Le vedute di Pasini, però, sono intrise anche di quella pittura “di macchia”, che si stava sviluppando a Firenze in quegli anni, sotto la spinta di Lega, Signorini e Fattori: basti osservare Berberi in marcia (1866) e, guardando il paesaggio sullo sfondo, si può scorgere un’eco degli scenari maremmani dipinti dai Macchiaioli.

E poi vennero le donne! In fondo, la suggestione dell’Oriente è spesso associata alla donna, intesa come seduttrice, non ancora femme fatale, ma come portatrice di sensualità, tramite la figura della “belly dancer”, la danzatrice del ventre, ma anche attraverso la suggestione dell’harem, il luogo privilegiato della vita privata femminile sotto gli Ottomani. La donna “all’orientale” è spesso associata alla Lussuria, e l’Odalisca, la schiava vergine che era la base dell’harem e che era chiamata a servire le mogli e le concubine del sultano, ne è il perfetto simbolo. L’Odalisca era anche un’allegoria della volontà di evasione tipica dell’Occidente (morigerato) ottocentesco al di fuori dei confini europei, attraverso la sua carica sensuale che l’idea della verginità aumentava e faceva scaldare gli animi anche a tanti artisti. Proprio a loro è dedicata la seconda sezione. L’opera più significativa è quell’Odalisca (1880) dell’abruzzese Pasquale Celommi, in cui lo sguardo birichino e ammaliante della ragazza nuda e stesa su un bellissimo letto mentre fuma e sorride, avvicina il soggetto alla protagonista di uno dei quasi contemporanei romanzi di Gabriele d’Annunzio. Degne di nota sono anche la bellissima fanciulla in costume giapponese, nello stile di Whistler e di Tissot, ritratta da Cesare Tiratelli, le scene di lusso e sensualità dipinte dai fratelli Fabbi, ma anche la vita quotidiana femminile immortalata da Domenico Morelli (Una strada a Costantinopoli) e da Girolamo Induno (Favorita).

La terza sezione si concentra su Istanbul, una delle città più amate dagli Orientalisti italiani, ma anche su quell’Egitto riesumato dal successo di Aida. Istanbul, “baluardo sacro per incrocio delle razze degli uomini”, come recita il testo di un noto pezzo dei Litfiba, è un ponte tra Oriente e Occidente, che attirò innanzitutto un artista come il veneto Fausto Zonaro (1854-1929), il quale, trasferitosi in riva al Bosforo, divenne talmente famoso da guadagnarsi la fama di pittore di corte del sultano. La sua tela Sulle alture di Usküdar (1890 circa) è una meravigliosa veduta della Istanbul di allora, mediata dalla lezione macchiaiola. Grande spazio è conferito anche all’Egitto, non più quello dei Faraoni dell’opera di Verdi, ma quello dell’epoca, tra mercanti, botteghe e cammellieri all’ombra dei minareti e delle cupole delle moschee del Cairo, come provano le tele dei romani Cesare Biseo e Herrmann Corrodi, o della vita quotidiana sul Nilo descritta dal monzese Pompeo Mariani. Degna di nota è anche la tela del milanese Leonardo Bazzaro, dedicata al lavoro delle fabbricanti di tappeti, molto probabilmente una delle prima denunce dello schiavismo imposto dagli europei alle popolazioni locali.

La conclusione della mostra è affidata a quelle opere, destinate a un pubblico più colto o ecclesiastico, di soggetto biblico, in cui il sentire religioso si mescola a interessi culturali e antropologici nei confronti di popoli lontani. È il caso della grande tela del napoletano Domenico Morelli, La figlia di Jairo (1874), scena di veglia sul corpo di una giovinetta morta, in cui ai gesti disperati delle donne fa da contraltare la freddezza dell’uomo dalla veste rossa in piedi, in una sala ricca di iscrizioni in antico ebraico. L’antropologia emerge anche dalle opere del parmigiano Roberto Guastalla (Porta di una moschea), in cui ritrae un particolare architettonico tipico del periodo almohade, così come dalla Preghiera dell’arabo (1881) di Pompeo Mariani e dalla raffigurazione della festa islamica di Bayram di Fausto Zonaro (1898).

Stefano Malvicini

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Orientalismo. In viaggio dall’Egitto a Costantinopoli

GAM Manzoni, Via Manzoni 45 20121 Milano
Orari: martedì – domenica 10.00-13.00; 15.00-19.00
Biglietti: 6,00 €
Info: tel. 02 62695107; www.gammanzoni.com; info@gammanzoni.com

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