Il velo sul posto di lavoro e la Corte di Giustizia dell’Unione Europea – di Samanta Airoldi

Il velo, CC0 Public Domain

Il velo sul posto di lavoro e la Corte di Giustizia dell’Unione Europea – di Samanta Airoldi – Respiriamo e ci nutriamo di simboli ogni giorno, ogni istante della nostra vita: simboli sociali, politici, religiosi, personali. Alcuni li scegliamo in età adulta, ad altri ci abituiamo e conformiamo in quanto fanno parte di un background sociale e culturale all’interno del quale siamo nati o cresciuti. Alcuni vengono analizzati, vagliati criticamente e, solo in seguito, accettati; altri vengono inglobati passivamente. E questo vale per ogni cultura e religione. È una predisposizione individuale, stimolata da famiglia e scuola, quella a mettere tutto in discussione prima di accettare o rifiutare una tradizione, una prescrizione, un simbolo; individui “critici” e individui “acritici” nascono ogni minuto in ogni parte del mondo, sotto la bandiera di ogni Paese e la benedizione di ogni fede.

Per questo, lo premetto, trovo iniqua la recente sentenza della Corte di Giustizia dell’ Unione Europea secondo cui “non costituisce una discriminazione diretta la norma interna di un’impresa che vieta di indossare in modo visibile qualsiasi segno politico, filosofico o religioso.

Il fatto: Belgio, 2003, l’impresa G4S assunse Samira Achbita, cittadina di fede musulmana, per il ruolo di receptionist, destinata al ricevimento e all’accoglienza dei clienti del settore pubblico e privato.

Una regola non scritta interna alla G4S vietava ai dipendenti di indossare sul luogo di lavoro segni visibili che rendessero palesi le soggettive convinzioni politiche, filosofiche o religiose. Dunque era una sorta di “tacito accordo inter nos”, nessuna regola ufficiale ma un semplice accordo tra le parti, senza alcun valore legale. Nell’aprile 2006 la signora Achbita informò il datore di lavoro di voler indossare il velo in servizio. Non riuscendo a dissuaderla dal suo intento e, non avendo motivazioni per un licenziamento in quanto la signora NON TRASGREDIVA alcuna regola ufficiale né dello Stato né dell’azienda stessa, il comitato aziendale della G4S si premurò di approvare una modifica del regolamento interno, che introduceva il «divieto ai dipendenti di indossare sul luogo di lavoro segni visibili delle loro convinzioni politiche, filosofiche o religiose e/o manifestare qualsiasi rituale che ne derivi». A causa del perdurare della volontà di Achbita di indossare il velo sul lavoro, la signora venne licenziata. Il caso è arrivato fino alla Cassazione e ieri la sopracitata sentenza secondo la quale non si può parlare di discriminazione in quanto il divieto viene applicato a tutte le religioni o ideologie e non ad una in particolare. Caso analogo si è verificato in Francia dove, tuttavia, la neutralità di trattamento nei confronti delle differenti confessioni religiose è oggetto, tutt’ora, di dubbi.

Il velo, CC0 Public Domain

Ritengo giusto e, anzi, doveroso difendere e preservare la laicità dello Stato e dei servizi pubblici, pagati con le tasse pubbliche di tutti i cittadini. Ma le persone, seppur dipendenti, non sono “proprietà pubblica”! Giusto vietare simboli religiosi, di qualunque religione, se affissi alle pareti degli edifici pubblici; ma sulla propria persona, sul proprio corpo soltanto noi possiamo decidere: rientra nel diritto di autodeterminazione dell’individuo. Su questo si fonda la legittima distinzione tra “pubblico” e “privato”. il primo inerisce la sfera sociale e riguarda tutti i cittadini; il secondo riguarda solamente il soggetto, eventualmente, la sua famiglia ma, in ogni caso, la sfera privata. Indossare l’ Hijab piuttosto che una collanina con il crocifisso piuttosto che il bracciale del partito politico significa portare il “privato” nel “pubblico”? La mia risposta è NO e vi spiego il perché. La dipendente in questione non ha affisso un simbolo religioso alle pareti, non ha cambiato il modo di svolgere la propria mansione in funzione della propria fede: ha operato una scelta su se medesima, sul proprio corpo, sulla propria privata persona… e questo è un suo diritto! Non siamo meri ingranaggi di una macchina economica chiamata Stato; siamo, prima di tutto, esseri umani con ideali, convinzioni, credenze e, purché non pretendiamo di imporle agli altri, è nostro diritto conservarle e anche esibirle sul nostro corpo. In secondo luogo siamo cittadini e, dunque, siamo noi che costituiamo lo Stato, non il contrario: lo Stato senza di noi non esisterebbe e, quindi, a meno di non trasformarsi nel mostro Leviatano, lo Stato non può e non deve sovrastare e prevaricare i diritti dei singoli. Molti solleveranno la giustificante che è diritto di un’ azienda stabilire il dress code dei propri dipendenti in funzione dell’ immagine che vuole dare di sé. Sicuramente molte aziende che lavorano a contatto con il pubblico applicano la politica di “nessun segno di appartenenza visibile” al fine di non creare imbarazzo o suscitare antipatia nella propria clientela.

Il velo, CC0 Public Domain

Ma siamo davvero certi che questa politica dell’ asetticità sia quella giusta da perseguire al fine di creare una società equa e collaborativa, integrata e tollerante, rispettosa delle differenze? In breve è come se stessimo dicendo: “io accetto di entrare in contatto con te solo se tu ti “spogli” di te stesso”. Non sarebbe forse più proficuo insegnare, fin dai banchi di scuola, a rispettare anche ciò che non condividiamo senza avere mai la pretesa di imporre agli altri il nostro punto di vista? Non sarebbe più utile costruire scuole, uffici, aziende fatte da persone reali che mostrino serenamente sui propri corpi, se lo vogliono, i propri simboli, le proprie fedi, le proprie ideologie e che, perché no, ne discutano e si confrontino con compagni e colleghi?

Nessuno resta uguale a sé stesso quando ha l’opportunità di misurarsi e confrontarsi con altre realtà e altre culture incarnate da persone concrete che vivono, studiano, lavorano accanto a noi… La sentenza della Corte di Giustizia dell’ Unione Europea, purtroppo, ha perso un’occasione per stimolare integrazione e pluralismo!

Samanta Airoldi

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Samanta Airoldi

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