Manet e la Parigi moderna. Palazzo Reale – di Stefano Malvicini

Manet e la Parigi Moderna

Manet e la Parigi moderna. Palazzo Reale – di Stefano Malvicini –  Una mostra Comune di Milano – Cultura, Palazzo Reale, Mondo Mostre Skira – Milano rende omaggio a uno dei più grandi pittori dell’Ottocento mondiale, Edouard Manet, con una grande mostra a Palazzo Reale. Dall’ 8 marzo al 2 luglio, il piano nobile dell’ex residenza regio-ducale ospita una retrospettiva dedicata al grande artista, curata da Guy Cogeval, Caroline Mathieu e Isolde Pludermacher. La mostra intende esplorare l’universo che Manet visse durante la sua esistenza, attraverso i generi pittorici da lui sperimentati, dal ritratto alla natura morta, dal paesaggio fino alla scena di genere, ma anche attraverso le opere di tutti quegli artisti che, con lui, ebbero contatti. Non a caso, tra le circa cento opere esposte, per fare qualche statistica, sedici sono di Manet, ma altre quaranta di maestri come Monet, Boldini, Cezanne e Renoir, oltre a un cospicuo corpus di disegni originali di Edouard Manet e di altri e ad alcuni bozzetti di scultura. Una mostra a trecentosessanta gradi, insomma, che ci vuole far vivere, più che capire, la Parigi che Manet ebbe modo di vedere con i suoi occhi: non a caso, il sottotitolo della mostra è La Parigi moderna.

Fare una biografia di Edouard Manet (1832-83) sarebbe molto riduttivo. Come introduzione alla mostra, basti sapere che il giovane Edouard Manet si imbarcò, dopo gli studi, come mozzo, su una nave che lo condusse in Brasile, motivo per cui, nella sua pittura, l’acqua è sempre stata considerata un elemento fondamentale, a tratti scenografico, come prova la bellissima tela in mostra intitolata La fuga di Rochefort, del 1881, in cui la prospettiva dall’alto verso il basso è mirabile e appositamente creata per portare la superficie mossa delle acque fino al vertice superiore del dipinto. Tornato in patria, iniziò a essere ossessionato dalle esposizioni ufficiali, i cosiddetti Salon, a cui volle sempre esporre, ma, quasi sempre, senza esito positivo. La sua era una pittura di rottura, che voleva provocare, voleva dire basta alle convenzioni accademiche che Edouard Manet aveva dovuto imparare nell’atelier del maestro Thomas Couture, ancora impregnato dell’eredità italiana del Tiepolo e del Veronese. Anche Manet viaggiò in Italia, in Spagna e in Olanda (dove conobbe la donna che, più tardi, avrebbe sposato), ma si avvicinò più al Rinascimento fiorentino, a Caravaggio e ai suoi seguaci iberici, così come a Hals e ai suoi ritratti: tutti riferimenti che erano segni di fratture, di faglie che si aprivano nel passato per aprire la strada al futuro. Dicevamo dei Salon: sin dal 1863, Manet cercò di esporre, ma, in quell’anno, presentò una tela intitolata Colazione sull’erba, che oggi consideriamo un capolavoro, ma che venne accolta dalla rigidissima (e assai moralista e bacchettona) giuria con grande sdegno per la presenza di una donna nuda sull’erba accanto a due uomini ben vestiti. Ovviamente venne rifiutata. L’opera aprì la strada a un Salon alternativo, quello, “des Refusés”, i cui riferimenti divennero quegli artisti, grandi amici di Manet, che dipingevano, a macchie dense, ciò che vedevano all’istante e che sarebbero stati chiamati “Impressionisti”. Manet partecipò alla prima edizione ma non volle quasi mai esporre al Salon des Refusés, preferendo ambire a quello ufficiale, e fu un’ossessione che lo tormentò per tutta la vita, in un mare di continui rifiuti e di esami di ammissione rifatti volta per volta, fino al 1881, quando, a due anni dalla morte, già minato dalla malattia venerea contratta anni prima, ottenne una medaglia di secondo grado. Per tal motivo, e questo è lo scopo della mostra, definire Manet un impressionista, o un capofila di tale corrente, è sbagliato. Manet è un po’ come Picasso, un artista a sé stante, che unì differenti stili a creare un linguaggio personale, ispirato ai modelli antichi, ma anche estremamente moderno, nella scelta di tecniche e temi, così come nel moltiplicare i punti di visione e di lettura dell’opera, con un approccio alla realtà complesso e ambivalente.

Le fifre Manet Edouard (1832-1883)  Paris, musée

Le fifre
Manet Edouard (1832-1883)
Paris, musée d’Orsay

La mostra si articola in dieci sezioni tematiche, unite dalla volontà di raccontare non tanto la vita di Manet, quanto il contesto in cui si mossero la sua vicenda biografica e quella artistica. La prima è dedicata alle personalità incontrate da Manet nell’arco della sua vita: Degas, Carolus Duran, lo scrittore Emile Zola, di cui è esposto il meraviglioso ritratto del 1868, il poeta Stephane Mallarmé e, soprattutto, la sua amica (e musa) Berthe Morisot, che, più tardi, sarebbe diventata sua cognata sposando il fratello Eugene. A pendant, sono esposti ritratti come il Rochefort di Boldini, dallo sguardo intenso e penetrante, dedicato al grande polemista e oppositore di Napoleone III, che fu convinto sostenitore della modernità di Manet. La seconda parte è, invece, dedicata alla Parigi che, sotto gli occhi di Manet e dei suoi amici artisti, stava cambiando definitivamente, sotto la spinta del Terzo Impero di Napoleone III e del potentissimo prefetto della Senna, il barone Georges Haussmann, i quali fecero spianare buona parte del tessuto urbano medievale della Ville Lumiere, per creare nuovi viali alberati e quartieri. Manet rimase più legato alle zone intatte come Montmartre, ma la sezione dà, comunque, uno sguardo panoramico sulla nuova città, con i disegni per chiese ed edifici pubblici di Baltard e Hittorff, ma anche con il realismo di un giovane Gauguin, che, influenzato da Courbet, raffigura una Parigi invernale sotto la neve, con la luce di Monet delle sue Tuileries del 1875, e con la raffigurazione delle fabbriche di Genevilliers di un altrettanto giovane Signac, che raffigurò il mutamento di un quartiere periferico sotto la Rivoluzione Industriale. La terza sezione è, invece, dedicata al mare, tema molto caro a Manet, in cui, riuscì in maniera mirabile a rendere il fluttuare delle onde grazie a una luce che, in questo caso, lo avvicinò moltissimo agli amici Impressionisti: in mostra, oltre alla già citata Fuga di Rochefort, troviamo il bellissimo Chiaro di luna a Boulogne (1869), che colpisce per l’uso della profondità, ma anche Pastorale di Cezanne, del 1870, ispirata alla Colazione sull’erba di Manet, ma con tonalità più esasperate, e Argenteuil di Monet, del 1872, sfolgorante di luce calda e irradiante. Segue una sezione dedicata alla natura morta, genere non molto diffuso nell’800 francese ma che Manet seguì quando, già colpito dalla malattia che lo avrebbe portato alla morte, non poté più dipingere quadri di grandi dimensioni: in mostra sono esposti Ramo di peonie bianche e cesoie, del 1864, che rimanda moltissimo alla natura morta del ‘600 per il concetto di caducità della vita e del creato, accanto a due delle sue ultime opere, Fiori in un vaso di cristallo e L’asparago, e a due soggetti dello stesso tema di Fantin-Latour e Renoir. La quinta sezione è dedicata alla passione che Manet ebbe per la Spagna e la pittura iberica del ‘600, tanto da visitare Madrid nel 1865. I suoi fari furono Velazquez e Jusepe de Ribera, e Edouard li studiò dal vivo sia in Spagna che al Louvre. In questa fase sono nate opere come Lola di Valencia, ritratto di una ballerina cantata da Baudelaire, la Corrida ma, soprattutto, quel Pifferaio (1866), che è uno dei suoi capolavori, e, in cui, Manet scelse un soggetto qualsiasi, molto semplice, senza prospettiva e solo con un riverbero appena accennato di ombra del piede sinistro, dipinto con colori accesi a grandi macchie: simile a un tarocco, a una carta da gioco, fu l’opera che, forse, più di tutte, anticipò l’Impressionismo.

Il Foyer della danza all'Opera di rue Le Peletier, olio su tela, Gas Hilaire-Germain Edgar de (1834-1917) Degas Edgar (detto), MusÈe d'Orsay, Parigi</caption>Degas Edgar (1834-1917)1872 Francia - Parigi, MusÈe d'Orsay

Il Foyer della danza all’Opera di rue Le Peletier, olio su tela, Gas Hilaire-Germain Edgar de (1834-1917) Degas Edgar (detto), MusÈe d’Orsay, Parigi Degas Edgar (1834-1917) 1872 Francia – Parigi, MusÈe d’Orsay

Ovviamente, come la Colazione sull’erba, anch’essa venne rifiutata al Salon. Fa da pendant un San Sebastiano di Ribot (1865) che pare dipinto da Caravaggio o da Murillo, e non da un pittore ottocentesco. La sezione successiva è dedicata alla Parigi degli ultimi, contrapposta al lusso e all’ostentazione del Terzo Impero e della nascente Belle Epoque. Gli ultimi sono poveri, operai, prostitute, cameriere ecc., che furono la miccia da cui sarebbe esplosa, dopo il disastro della Guerra Franco-Prussiana, l’esperienza della Comune del 1870-71, che Edouard ammirò profondamente. Di Manet è esposto La cameriera della birreria (1878-79), ritratto di una giovane che serviva in un cabaret, dallo sguardo fiero e seducente, che quasi ci invita ad andare da lei per “farci un sorso”: si tratta, forse, di una delle prime immagini pubblicitarie del Mondo moderno! A pendant, compare il drammatico Ciò che si chiama vagabondaggio (1854) del belga Stevens, scena di arresto di una mendicante in cui compaiono tutte le classi sociali, dal povero all’operaio, dalla borghese che cerca di aiutare la donna in manette al soldato, probabilmente figlio di proletari come lo erano gli agenti della Celere descritti da Pasolini, che la ammonisce con un gesto. L’attesa (1885) di Beraud, è uno spaccato di vita del quartiere parigino dell’Etoile, dove una prostituta adesca un cliente, mentre il bellissimo Scena di festa (1889) di Boldini è un’opera appena abbozzata nelle scelte di luce e colore ma ben definita nei ritratti fisionomici, che raffigura l’interno del Cafè de Les Folies-Bergeres, uno di più famosi di Parigi. Seguono due sezioni dedicate alla vita borghese, elegante, ricca e opulenta dell’epoca di Napoleone III. La prima è dedicata all’Opera, il grande teatro lirico realizzato da Charles Garnier tra il 1874 e il ’75: vi sono esposte vedute dell’interno, bozzetti delle sculture per la facciata, ma anche quello per l’affresco della volta, di Lenepveu, ispirato al Barocco di Pietro da Cortona e di Lebrun e poi sostituito dall’attuale, opera di Marc Chagall. All’Opera, Manet e l’amico Edgar Degas sceglievano molti soggetti, e la testimonianza ci è data dalla tela del secondo, intitolata Il foyer della danza al Teatro dell’Opera (1872), con una fila di ballerine che provano passi di danza, ma il teatro era anche luogo di incontri mondani, come ci mostra la tela di Gervex intitolata Il ballo all’Opera (1886), con la raffigurazione di una festa di carnevale con donne in maschera accanto a uomini ben vestiti. L’opulenza è il tema anche della sezione successiva, che canta le glorie della Belle Epoque: la Parigi alto-borghese delle feste è ben descritta dal tocco quasi estetizzante del Ballo (1878) di Tissot, dall’elegante soirée di Beraud del coevo Una serata, ma anche dalle bellissime ragazze a teatro ritratte da Eva Gonzales, allieva di Manet, e da Berthe Morisot, che sembrano uscite da Madame Bovary o da Alla ricerca del tempo perduto. Concludono la mostra due piccole sezioni dedicate all’universo femminile, tanto caro al nostro Manet, identificate da due colori, il bianco e il nero. Nella prima, trionfano due grandi opere di Edouard Manet.

La prima è La lettura (1865-1873), ritratto, eseguito a più riprese, della moglie olandese Suzanne e del suo figlio naturale Leon, intento a leggere: il manto bianco della donna pare quasi confondersi con la superficie del divano su cui è seduta la donna, ma la resa materica è talmente studiata da creare contrasto. La seconda è un altro suo capolavoro, Il balcone (1869), che lasciò perplessa la Giuria del Salon per l’assenza di un soggetto ben definito: si affacciano, infatti, alla finestra il pittore Antoine Guillemet con la violinista Fanny Claus e, in primo piano, Berthe Morisot. Ognuno dei tre non è concentrato a guardare l’osservatore, ma pare chiuso nel suo mondo interiore, con lo sguardo perso nel vuoto, come se fosse un alter ego di Manet. A pendant, compare l’unico nudo parigino di Stevens, Il bagno (1873-74), dall’erotismo castigato affidato al pizzo della bretellina della sottoveste della ragazza. L’ultima sezione dà spazio a uno dei più bei ritratti mai eseguiti da Manet all’amica Berthe Morisot, la quale, con sguardo complice, ci osserva tenendo per le mani un mazzo di violette. Questo è il messaggio che la mostra ci vuole lasciare: vita e natura unite, nella bellezza femminile, sullo sfondo di una delle città più uniche al Mondo, nella sua fase di cambiamento.

Stefano Malvicini

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Edouard Manet e la Parigi Moderna

Palazzo Reale, Piazza Duomo 12, 20121 Milano
Orari: lunedì 14.30-19.30
martedì – mercoledì – venerdì – domenica 9.30-19.30
giovedì – sabato 9.30-22.30
Biglietti: 12,00 € intero; 10,00 € ridotto

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