Keith Haring. About Art, Mostra a Palazzo Reale – di Stefano Malvicini

 Keith Haring

Keith Haring. About Art, Mostra a Palazzo Reale – di Stefano Malvicini – Gli ultimi anni, a Milano, sono stati segnati dalla rinascita della Street Art, tra centraline dei semafori decorate da veri e propri talenti e muri colorati con un autentico tripudio di motivi e tonalità, soprattutto in periferia. La città non poteva, in seguito a ciò, non rendere omaggio ai primi due veri street artists americani, Jean-Michel Basquiat e Keith Haring. Del primo è in corso una grande mostra al MUDEC di Via Tortona, mentre Palazzo Reale, dal 21 febbraio al 18 giugno, ospita un’esposizione di Keith Haring, in cui sono accolte, nelle sale del piano terreno, centodieci opere provenienti da tutto il Mondo, alcune delle quali mai esposte al pubblico.

Curata da Gianni Mercurio, la mostra intende essere una retrospettiva critica su Keith Haring, non tanto un percorso cronologico della sua vita e delle sue opere, quanto, piuttosto, un’analisi e un rapporto tra le sue opere e le fonti che lo hanno ispirato. Keith Haring nacque nel 1958 a Reading, in Pennsylvania, e sin da piccolo dimostrò forte inclinazione al disegno, anche stimolato dalla visione, in Tv, dei cartoni di Walt Disney. Da adolescente iniziò a consumare droghe e alcool, ma, dopo l’abbandono degli studi, la sua fortuna, oltre al disegno, furono le letture che ebbe modo di fare, divorando testi dei più grandi artisti e teorici del ‘900 e visitando mostre, come quella che Pierre Alechinsky tenne a Pittsburgh nel 1977 e che, per lui, fu fondamentale. Non a caso, l’anno dopo, Keith organizzò la sua prima mostra personale, riscuotendo un grande successo. Si trasferì, poi, a New York, dove conobbe Basquiat, e dove iniziò a scoprire il suo orientamento gay, che, successivamente, dichiarò in pubblico. Frequentò anche vari locali di Manhattan, in cui ebbe modo di conoscere musicisti come Madonna. Sul fronte artistico, frequentò corsi di Arte Visuale, che, però, abbandonò in rotta di collisione con il sistema espressivo tradizionale: fu così che Keith adottò l’ambiente urbano, la strada, come scenario per la sua creazione artistica, divenendo uno dei fondatori della Street Art. Con il graffitisimo e l’uso della bomboletta su muro, Keith acquisì notorietà internazionale, spinto anche da Andy Warhol, e partecipò a varie mostre collettive, senza rinunciare alla creazione individuale, come i lavori su tela e i graffiti all’interno degli spazi pubblicitari vuoti della metropolitana di New York. In seguito alla grande esposizione da Shafrazi nel 1982, Keith viaggiò in Europa, lasciando opere su muro in varie città visitate, tra cui Pisa. Tornato negli Stati Uniti, Keith iniziò a manifestare i sintomi dell’AIDS, contratto, con ogni probabilità, a causa di rapporti sessuali non protetti. Negli ultimi anni, l’artista eseguì opere segnate dal tema della malattia e dall’idea che una precauzione possa salvare la vita. Keith Haring morì a New York, a soli trentun anni, nel 1990, logorato dal virus HIV.

Keith Haring, Palazzo Reale

Keith Haring, Palazzo Reale

La mostra milanese non intende, come già detto, essere una retrospettiva cronologica dell’opera di Keith Haring, quanto un racconto filologico dell’origine delle opere dell’artista americano, stabilendo un rapporto tra antico e moderno. Keith, nella sua filosofia, pone sempre al centro l’uomo, l’uomo del suo tempo, un uomo alienato dalla nascente tecnologia, dall’AIDS, dalle guerre e dalle ingiustizie sociali, ma le sue opere mirano sempre a essere una reazione, un inno alla vita, una risposta forte, per non cadere nel vortice della depressione e del rammarico per ciò che non si è fatto ecc. L’uomo a cui allude Keith è una figura simile all’uomo vitruviano, centro del cosmo e “faber suae cuiusque fortunae”, come scrisse Pico della Mirandola, ed è un uomo che crea per dimostrare che il suo spazio vitale, nel Mondo moderno, c’è. Quest’uomo, però, spesso, nella visione di Keith, ha un buco nella pancia: il motivo di tutto ciò è legato allo shock che l’artista subì in seguito all’assassinio di John Lennon, pacifista e anticonformista, proprio come lo era lui stesso. Le opere di Keith Haring molto difficilmente hanno un titolo, perché intendono, volutamente, rimanere una creazione indeterminata, ma che si apre a mille interpretazioni, a mille simboli e a mille segni. Sono opere semiotiche, in cui segno e simbolo si fondono a determinare quel vortice creativo che ha sempre contraddistinto lo stile dell’artista di Reading. Molte sono le fonti antiche a cui Keith Haring si ispirò, dai rilievi della Colonna Traiana a Roma, trasposti nel lungo pannello a bomboletta su metallo esposto in mostra, al vasellame dipinto etrusco, dai piccoli trittici toscani del tardo ‘300, a cui si rifece per l’analoga opera in esposizione, fino alle monumentali prove di Hyeronimus Bosch: i rapporti tra il suo Giardino delle Delizie di Bruxelles e il pannello su sfondo giallo che possiamo visitare a Palazzo Reale sono calzanti, sia nelle assonanze tra le figure che nel turbine creativo di ossa, corpi sfatti, membri maschili e organi genitali femminili e personaggi grotteschi che l’opera di Keith mette in evidenza in analogia con la fantasia del grande fiammingo. Per Keith Haring, poi, ci fu l’influenza determinante del ‘900 in tutte le sue componenti. Uno dei suoi motivi dominanti fu l’immagine, divenuta icona pop, del cagnolino squadrato che abbaia, simbolo dell’animale che si nasconde nell’uomo durante la fase creativa. Ebbene, chi visiterà la mostra, scoprirà che tale motivo è derivato da acquerelli di Marc Chagall dedicati al tema biblico del Vitello d’Oro. Influì tantissimo sulla sua produzione anche una personalità come Picasso, specie nell’utilizzo delle maschere di cartone decorate con colori vivaci, ma anche nella squadratura delle figure umane, come prova il rapporto tra alcuni dei suoi soggetti su tela e la Donna nuda dello spagnolo del 1907. I suoi motivi risentirono particolarmente dell’influenza dell’astrattismo di Paul Klee e di Jean Dubuffet: le creazioni di metà anni ’70, prima della svolta fumettistica, furono influenzate dalle forme sinuose dei disegni del grande artista svizzero, così come dal gioco di macchie calde e fredde del francese.

Keith Haring in un ritratto di Timothy Greenfield - Sanders, 1986, stampa a contatto

Keith Haring in un ritratto di Timothy Greenfield – Sanders, 1986, stampa a contatto

Furono importanti per Keith anche personaggi come Jackson Pollock e Jasper Johns: il primo per l’utilizzo del dripping painting, la colata di colore che impregna la tela, ben evidente nel lavoro incompiuto (che compare sui manifesti della mostra) eseguito di ritorno dal Marocco, il secondo per la trasformazione in senso pop dei suoi omini a braccia alzate, simboli, per antonomasia, della sua voglia di vivere al di là della malattia e dell’alienazione sociale. Molto importante, per lui, specie negli anni di New York, fu l’etnografia, rappresentata dalle grandiose tele raffiguranti maschere maya e azteche trasposte in venature di colori sgargianti. E, poi, ci furono Alechinsky e Warhol, che trasformarono il turbine creativo iniziale di Keith in uno stile “da cartoon” (come prova il bellissimo Mickey Mouse esposto) e in una striscia da fumetto in cui, su un pezzo di carta, l’artista ebbe modo di raccontare, a simboli sessuali e visionari, la storia della sua vita. In tale fase, Keith tornò al grande formato, ma scoprì anche il ritratto, come provano i due austeri bianchi e neri con cui l’artista immortalò il collega tedesco Joseph Beuys. La conclusione è affidata ai video delle performances di Keith Haring nel metrò di New York, accompagnata da alcuni esemplari di opere che lui stesso eseguì in queste fasi, segni che ritornano a essere essenziali, quasi primitivi, come se Keith avesse improvvisamente riscoperto il bambino che si nascondeva dietro il suo inconscio e nella sua creatività, già consapevole che la sua vita sarebbe finita presto a causa dell’AIDS.

 

Stefano Malvicini

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Keith Haring. About Art

Palazzo Reale, Piazza Duomo 12, 20121 Milano
Orari: lunedì 14.30-19.30
martedì – mercoledì – venerdì – domenica 9.30-19.30
giovedì – sabato 9.30-22.30
Biglietti: Intero 12,00 €; Ridotto 10,00 €; Ridotto scuole 6,00 €

 

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