Attorno a Klimt. Giuditta, eroismo e seduzione Mostra al Centro Culturale Candiani di Venezia Mestre

Attorno a Klimt. Giuditta, eroismo e seduzione, immagine

Gustav Klimt, Giuditta, eroismo e seduzione – di Edoardo Pilutti – PierPaolo Pasolini vedeva nella tecnologia il rischio di un’apocalisse, nelle applicazioni della scienza moltiplicate dalla civiltà industriale vedeva un fattore di “mutazione antropologica dell’ uomo…Noi siamo terrorizzati all’ idea che i nostri discendenti non siano più come noi, che noi potremmo essere gli ultimi di una razza di uomini: che cominci una nuova razza che non ci comprenderà più. In fondo sarebbe come la fine del mondo1).

L’arte contemporanea, con le ripetute rotture avvenute già nel Novecento rispetto all’ evoluzione graduale di una tradizione millenaria, effettivamente dimostra il formarsi di una nuova umanità, attraverso il prototipo dell’ artista. Ma appunto, come profetizzava quasi cinquant’ anni fa Pasolini è un’umanità confusa e sofferente, anche quando è immersa nella falsa ricchezza del consumismo capitalista; anzi, forse proprio per questo. In effetti la maggior parte delle opere d’arte contemporanee denotano disgregazione, anche mentale, e perdita di ideali. Sembrerebbe che quanto più sono assurde e scostanti, oppure rigide ed afasiche, tanto più certe opere siano apprezzate dai critici e dal mercato. Ma c’è un modo nuovo e costruttivo di essere contemporanei: ricorrere anche al linguaggio antico, quello imparato e usato nell’ evoluzione degli ultimi millenni, e usarlo per significare i conflitti e le contraddizioni della contemporaneità. È quello che sembra indicare, proprio nell’ ultima sala dedicata ad opere contemporanee sul tema, la mostra Attorno a Klimt. Giuditta, eroismo e seduzione, organizzata dai Musei Civici Veneziani presso il Centro Culturale Candiani di Venezia-Mestre, imperniata attorno al dipinto Giuditta di Gustav Klimt.

Fin dal medio evo gli artisti hanno rappresentato il mito biblico di Giuditta, archetipica incarnazione dell’ eros femminile, come simbolo della virtù che trionfa sul male. La giovane vedova ebrea del Vecchio Testamento, per salvare la propria città assediata dal nemico, grazie all’ arma della seduzione, da sola e sotto le tende dell’ invasore, uccide il condottiero assiro Oloferne. Ma nel 1598 Caravaggio dipinge la sua Giuditta per la prima volta nella sua fiera crudeltà di femmina violata, trionfante nella tremenda decapitazione del maschio. Ed anche Artemisia Gentileschi raffigura una Giuditta forte, spinta dal preciso desiderio di uccidere, una donna uscita dal mito e che fa i conti con la realtà. Dopo le creazioni tipiche del Simbolismo e del Decadentismo, di figure femminili come crudeli peccatrici, quella che è giunta ai primi del Novecento attraverso la letteratura e l’arte, è una Giuditta lontana da virtù, da castità e da azioni salvifiche. In particolare, quella rappresentata da Gustav Klimt nel 1909 è una donna consapevole della propria sessualità e del proprio desiderio di dare morte. Anche gli altri artisti raffigurano una donna uscita dal mito classico, ormai appassito; una donna che, indifferente alle virtù, si dichiara seduttrice e assassina, demiurgo del destino dell’ uomo e contemporaneamente vendicatrice delle ingiustizie subite nel corso della storia. Ecco che il taglio della testa sollecita i fantasmi della castrazione, simbolica, immaginaria o reale.

Gabriella Belli, direttrice dei Musei Civici di Venezia, descrive il ritratto della Giuditta di Klimt come quello di una donna moderna in preda ad un attacco d’isteria, le mani contratte a trattenere la folta chioma dell’amante decapitato, lo sguardo in preda all’angoscia su uno sfondo con decorazioni vegetali che paiono inglobarne il corpo slanciato come una pianta carnivora. Vi sono molti altri artisti, anche altrettanto grandi, presenti in questa mostra con alcune delle loro opere sul tema delle donne divenute temibili e terribili, come Medusa, la Sfinge, Salomè; ben novanta tra dipinti e grafiche: da Egon Schiele a Edvard Munch, da Felicien Rops a Vittorio Zecchin e Felice Carena.

Rocco Normanno, Giuditta e Oloferne, olio su tela 2006. Foto di Edoardo Pilutti

Rocco Normanno, Giuditta e Oloferne, olio su tela 2006. Foto di Edoardo Pilutti

L’esposizione si conclude appunto con tre opere contemporanee: una grande stampa fotografica (2010) di Giuseppe Zanoni (nato nel 1970). Un grande olio su tela di Rocco Normanno (nato nel 1974). Un’installazione di Sarah Lucas (nata nel 1962), artista che ha rappresentato la Gran Bretagna alla Biennale di Venezia nel 2015.

Sarah Lucas, Au naturel, 1994. Foto di Edoardo Pilutti

Sarah Lucas, Au naturel, 1994. Foto di Edoardo Pilutti

Mentre i due giovani artisti italiani interpretano iperrealisticamente il mito di Giuditta ed Oloferne calato però nella realtà quotidiana contemporanea, in cui non si sa di cosa possano essere colpevoli gli inermi maschi assassinati che anzi potrebbero sembrare solo vittime innocenti, l’artista inglese presenta l’enigmatica installazione Au naturel (1994). Apparentemente goliardica ma con dei richiami ad una colta pittura arcimboldesca, l’installazione fatta con due meloni, un secchio, due arance ed un cetriolo collocati su un materasso, si rivela invece profondamente ed innocentemente classica nella sua rappresentazione simbolica del sesso femminile e di quello maschile, e potrebbe anche alludere inconsapevolmente ad uno degli ultimi concetti della ricerca psicoanalitica contemporanea: l’impossibilità del rapporto sessuale.

1) in: Pier Paolo Pasolini, Polemica, politica,potere, conversazioni con Gideon Bachmann, Chiarelettere, Milano 2015

Edoardo Pilutti

Attorno a Klimt. Giuditta, eroismo e seduzione

Centro Culturale Candiani di Venezia-Mestre

14 febbraio – 5 marzo 2017 

http://www.visitmuve.it

 

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