Fausto Melotti, Trappolando. Mostra a Montrasio Arte a Milano – di Luca Pietro Nicoletti

Fausto Melotti Montrasio Arte

Fausto Melotti e la ceramica. Materia e geometria – di Luca Pietro Nicoletti – Non è semplice trovare una unità consequenziale dentro il percorso di Fausto Melotti, nelle sue alterne fortune e periodiche riscoperte, affidate il più delle volte all’uno o all’altro aspetto della sua produzione, dalle eteree e musicali sculture di metallo ridotte a sola linea come disegno tridimensionale alla più concreta, sanguigna e talvolta barocca ricerca ceramica.

Se la prima, sostenuta anche da Carlo Belli, padre teorico dell’astrazione geometrica italiana e cugino dello scultore di Rovereto, convogliava l’immagine di Melotti verso una visione leggera e razionale, destinata all’empireo della ragione e dell’armonia, la seconda invece ha avuto destini più complessi, di cui dà conto la bella mostra Fausto Melotti. Trappolando curata da Sara Fontana e Ruggero Montrasio, che si avvale in catalogo (Silvana editoriale) dei contributi della curatrice, di Lorenzo Fiorucci e di Marco Tonelli. La storia di questo rapporto ambivalente è raccontata nel dettaglio da Sara Fontana, mettendo in luce le problematicità e le difficoltà dell’artista nei confronti delle proprie ceramiche: per lungo tempo, infatti, Melotti stesso attribuirà alla scultura in ceramica il solo ruolo di sostentamento, riconoscendo che questa per anni gli aveva consentito di mantenere sé e la famiglia nelle stagioni di maggiore difficoltà. Ma queste esternazioni da parte dell’artista cadevano anche in un momento in cui aveva ripreso a fare la scultura in metallo, e questa, come aveva ben illustrato una mostra al MART di Rovereto curata da Denis Viva nel 2012, non solo era stata oggetto di una intensa riscoperta da parte della critica -da Enrico Crispolti a Renato Barilli, fino all’importante libro scritto per Einaudi da Paolo Fossati con una nota di Italo Calvino- ma era stata presa ad esempio da una generazione di giovani artisti che verso la fine degli anni Sessanta si erano orientati a ricerche concettuali o in direzione dell’arte povera. Messe a confronto, in effetti, risultava evidente che le nuove vie avevano molto da apprendere da quelle sculture leggere, su cui Melotti aveva applicato pezzi di stoffa e di rete metallica, con un effetto che balzava all’occhio immediatamente per una sua “povertà” e frammentarietà di immagine. Al contempo, molte di quelle sculture erano state di esempio anche per certa giovane pittura che sondava le soglie dell’onirico e, partendo da Osvaldo Licini, potevano trovare in lui, come il lombardo Enrico Della Torre, spunti di rapporto fra disegno e campitura.

Fausto Melotti Giraffa 1955 ceramica smalata nera 47x18x7 cm

Fausto Melotti Giraffa 1955 ceramica smalata nera 47x18x7 cm

Eppure non è possibile ridurre Melotti a questa immagine, sebbene sia quella manualisticamente più nota, quella che ne ha decretato la fortuna moderna, complice anche l’editoria, in tandem con la letteratura di Calvino. La ceramica, da questo punto di vista, rivela un Melotti altro, complementare, che si dibatte nel rapporto fra sculture e progettazione di oggetti: la disputa di dibatteva in fondo nel rapporto fra arte e artigianato, fra spinta verso la scultura autonoma ed espressione artistica applicata all’oggetto di uso quotidiano. Disputa, oltretutto, in cui entrava in campo il confronto con l’amico Lucio Fontana, a cui Melotti dedica proprio una famosa scultura in ceramica. Sta di fatto che Melotti, che coltiva un rapporto con questo materiale fin dagli anni Trenta, nelle grandi manifestazioni del dopoguerra dedicate al design e al “made in Italy” è una presenza significativa insieme ad altri scultori dediti alla ceramica, e se Carlo Ludovico Ragghianti, introducendo nel 1947 il catalogo su progetto di Bruno Munari di Handicraft ad a fine art in Italy a New York, sottolineava l’esigenza di una collaborazione tra artisti e artigiani come parte di un piano più vasto di riqualificazione estetica della vita quotidiana, Meyric R. Rogers pochi anni più tardi, in occasione di un’altra importante manifestazione statunitense itinerante come Italy art work: her Renaissance in design today, faceva una distinzione fra artisti che si limitano alla progettazione di oggetti, come un designer, e artisti che invece intervengono in prima persona come un “produttori” dell’opera stessa, fra cui Melotti insieme ad Agenore Fabbri e Leoncillo, diversamente da Garelli, Afro e Fancello. Ed è anche un fatto che gran parte della sua raffinata e sofisticata produzione ceramica resta legata alla realizzazione di oggetti, dall’invenzione di vasi che assumono forme animali fino a ironiche code di balena a strisce colorate che fanno pensare a un dialogo a distanza con Pino Pascali, fino a sculture a tuttotondo che potrebbero rientrare in quell’ampia categoria di scultura ornamentale per interni che si pone al confine fra la scultura e l’oggetto d’arredo. È questa la via che lo porta alla collaborazione con gli architetti e alla realizzazione per esempio di piastrelle modulari e camini per interni di design. In entrambi i casi, comunque, vi è di fondo un inedito dato rustico e ironico, un confronto con la produzione popolare di cui recupera forme e atteggiamenti, ma con una sfumatura di significato che ne produce un significativo scarto qualitativo. Melotti è infatti artista troppo colto e intelligente per cedere a stilemi troppo corsivi. Come fa notare Tonelli, «Melotti non aveva per la materia alcuna ossessione né particolare spinta emotiva, che almeno non provenisse da una formazione mentale». E un aspetto, come fa notare Sara Fontana, poteva tenere unita la scultura in metallo e quella in ceramica basata sull’uso della sfoglia anziché sulla modellazione: «l’assottigliamento della materia, spinto fino al minimo spessore indispensabile per poter sopportare le patine smaltate, e la strutturazione della forma mediante piani sovrapposti rendono […] a suo modo legittima la confusione tra le sottili sfoglie di maiolica e la lamiera di metallo smaltata». La ceramica, tuttavia, come fa giustamente notare Fiorucci, nonostante l’ambiguo atteggiamento dello scultore nei confronti del medium, svolge la funzione di punto di equilibrio tra le due stagioni del Melotti astratto. Un punto di passaggio essenziale, attento più di quanto si sia disposti a credere alle sollecitazioni del suo tempo: «la ceramica di Melotti è», osserva Fiorucci, «sostanza sensibile all’influenza di tendenza degli anni Cinquanta, alle deformazioni figurali realizzate attraverso colature pigmentose della materia liquida o dall’azione diretta dell’artista sull’argilla».

Fausto Melotti. Trappolando

A cura di Sara Fontana e Ruggero Montrasio

Milano, Montrasio Arte, fino al 24 febbraio 2017

Roma, De Crescenzo e Viesti dal 13 marzo-21 aprile 2017

Luca Pietro Nicoletti

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