Cappella Portinari: un tesoro nel centro di Milano – di Stefano Malvicini

Cappella Portinari

Cappella Portinari: un tesoro nel centro di Milano – di Stefano Malvicini – Molti milanesi non la conoscono nemmeno, ma si tratta di un piccolo gioiello nel centro di Milano: la cappella Portinari.

La struttura quattrocentesca in cotto è visibile a tutti coloro che passano dal Parco delle Basiliche, provenendo da Via Santa Croce, e altro non è che un prolungamento del corpo della Basilica di Sant’ Eustorgio, dietro la grandiosa abside romanica e all’aguzzo campanile, uno dei simboli di Milano.

Come e perché la cappella Portinari nacque proprio lì e legò il suo destino alla Basilica che ospita le presunte spoglie dei Magi? La nostra storia parte dal santo predicatore domenicano Pietro da Verona, meglio noto come San Pietro Martire (1205-52), ucciso da sicari milanesi a Barlassina mentre si recava a Como per un sermone anti-eretico. Pietro venne sepolto nel cimitero sul sito dell’attuale Parco delle Basiliche ma, dopo lo smembramento delle reliquie, circa ottant’anni dopo, i domenicani del monastero di Sant’Eustorgio, grazie al finanziamento del signore di Milano, Azzone Visconti, e di altri nobili e prelati, affidarono allo scultore pisano Giovanni di Balduccio un nuovo monumento destinato ad accogliere le spoglie, di nuovo riunite, di Pietro, da collocarsi in basilica.

A questo punto, entra in scena, nella nostra storia, Pigello Portinari (1421-68). Portinari era un banchiere fiorentino, inviato a Milano da Cosimo de’ Medici per dirigere la filiale lombarda del Banco Mediceo. Una situazione, questa, che ricorda molto da vicino tanti trasferimenti per lavoro, specie nel settore bancario, che si vivono ancora oggi verso la nostra amata città! Pigello era anche un grande amante dell’ Arte e, per questo, volle finanziare la costruzione di una cappella destinata ad accogliere la reliquia del capo di Pietro da Verona, ma anche per farne un mausoleo suo e della sua famiglia. I lavori terminarono proprio nel 1468 e Pigello fece in tempo a vedere l’edificio portato a compimento, poco prima di morire ed esservi sepolto. L’architetto che realizzò la cappella non ci è noto: per anni, la critica si orientò su nomi toscani, vista la struttura a pianta centrale con piccolo presbiterio cubico, simile alla Cappella de’ Pazzi in Santa Croce o alla Sagrestia Vecchia di San Lorenzo, entrambe a Firenze, ma l’utilizzo del cotto, più recentemente, ha fatto propendere gli esperti verso maestranze lombarde con conoscenze dei modelli fiorentini. Nel Seicento, l’Inquisitore Generale dei Domenicani fece ornare il presbiterio con affreschi dedicati alla vita del santo, opera di Johann Christophorus Storer, Melchiorre Gherardini ed Ercole Procaccini il Giovane, oggi andati perduti dopo i restauri ottocenteschi e post-Seconda Guerra Mondiale. Solo nel 1736, quando si decise di erigere un nuovo altare, l’arca di Giovanni di Balduccio venne trasferita in cappella, anche se la sistemazione attuale è ottocentesca.

Il tesoro più autentico della cappella sono l’arca di Giovanni di Balduccio e gli affreschi di Vincenzo Foppa. Il monumento, al centro della cappella, è in marmo di Carrara, ma sostenuto da pilastrini in granito rosso veronese, a cui sono addossate otto statue di virtù, molto simili a quelle dei Pisano e di Tino di Camaino. Sul sarcofago, troneggiano otto rilievi dedicati alla vita di Pietro da Verona, fortemente ispirati ai sarcofagi romani di epoca tardo-imperiale, che Giovanni, con buona probabilità, poté vedere nel Camposanto di Piazza dei Miracoli, nella sua Pisa. Al di sopra, alla base dei coperchio a tronco di piramide, otto figure rappresentano i cori angelici, affiancate da alcuni santi. Nel tabernacolo alla sommità del monumento, cuspidato, compaiono le statue della Vergine tra i santi Domenico e Pietro Martire e, al di sopra, sulla cimasa, Cristo con due Serafini. Si tratta di una delle più grandiose composizioni scultoree della Milano viscontea, insieme a quella, sempre dello stesso artista, che ornava la chiesa di Santa Maria della Scala (sul luogo dell’ attuale Teatro).

Gli affreschi delle pareti e del tiburio, invece, sono opera di Vincenzo Foppa. Inizialmente, la critica aveva attribuito la decorazione pittorica a un altro Vincenzo, il cremasco Civerchio, sulla base di un errore interpretativo del cronista cinquecentesco Gaspare Bugatto. Solo nel 1868 si iniziò a parlare di Vincenzo Foppa e, dopo un grande dibattito che vide protagonisti i grandi storici dell’Arte a cavallo tra Ottocento e Novecento, si giunse, nel XX secolo, ad assegnare al grande pittore bresciano, maestro del Rinascimento lombardo, che introdusse a Milano lo stile dei grandi del Quattrocento toscano, le scene affrescate della Cappella. Per le ambientazioni, i gesti teatrali e il taglio prospettico scientifico, mutuato dai modelli toscani come Piero della Francesca, gli affreschi hanno una carica rivoluzionaria nella Storia dell’Arte lombarda. La datazione è concordemente da assegnare al 1464-1468, data della morte del committente e segno che, in occasione della dipartita di Pigello Portinari, l’edificio dovesse essere concluso in tutto e per tutto. Nel tiburio, scaglie policrome alludono all’irradiarsi della luce divina, mentre, nei peducci, i Dottori della Chiesa rimandano alla teoria, tipicamente domenicana, del raggiungimento del divino attraverso lo studio. Sotto di essi, sorretti da angeli, si notano gli stemmi della famiglia Portinari. Gli arconi rappresentano lo spazio su cui Foppa inventò soluzioni dinamiche e scenografiche che, prima di allora, in Lombardia non erano mai state tentate. Su quello di fronte all’ ingresso, raffigurò l’Annunciazione, con le figure inscritte in finte architetture, mentre in controfacciata dipinse l’Assunzione di Maria, temi entrambi legati al culto della Vergine promosso da Pietro da Verona. Sulle pareti laterali, troneggiano le scene della vita di Pietro, celebrato in qualità di frate dell’ Ordine, di martire e di predicatore. Alla parete sud, a sinistra, il Miracolo della nube, comparsa a rinfrescare, durante una giornata estiva, la folla accorsa a sentirlo predicare, mentre, a destra, si trova Il Miracolo della Falsa Madonna, simulacro cataro della Vergine con le corna, davanti a cui Pietro alzò l’ostia consacrata per smascherare l’eresia: in questa scena, sulla destra, dietro al santo, molto probabilmente, venne raffigurato anche Pigello Portinari di profilo. Sulla parete opposta, campeggia il Miracolo del piede risanato, con cui Pietro da Verona riattaccò miracolosamente l’arto che un giovane si era amputato per punirsi dopo aver tirato un calcio alla madre. La scena è inquadrata in una quinta prospettica scientifica, che ricorda molto le arcate miste di cotto e pietra delle chiese lombardo-venete dell’ ordine, come, per esempio, San Fermo Maggiore a Verona o la stessa Sant’ Eustorgio. Sulla destra, la scena del Martirio del santo è una delle prove più teatrali della pittura rinascimentale italiana: i gesti sono dinamici, quotidiani e, quasi, da attori drammatici, sullo sfondo di un bosco che, già, anticipa Leonardo e i suoi seguaci. Pietro viene prima fermato (a sinistra), dal sicario che lo coglie alle spalle, braccandolo per una spalla, poi, inginocchiato (a destra), colpito con il pugnale (e non con la tradizionale roncola con cui lo si raffigura) sulla testa e ucciso in questo modo, mentre scrive, a terra, con il suo sangue, la parola “credo”, tragico epilogo di una vicenda in cui umano e divino si fondono.

Stefano Malvicini

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