Caravaggio, Milano: feste di Natale con San Girolamo Scrivente – Pinacoteca Ambrosiana

Caravaggio

Pinacoteca Ambrosiana: in mostra il San Girolamo Scrivente di Michelangelo Merisi, detto il Caravaggio

Mostre a Milano Caravaggio: feste di Natale con San Girolamo Scrivente alla Pinacoteca Ambrosiana. Di Stefano MalviciniCome la parte del Polittico della Misericordia di Piero della Francesca a Palazzo Marino, anche all’Ambrosiana è ospitato un pezzo notevole di Storia dell’Arte, ovvero il San Girolamo Scrivente di Michelangelo Merisi, detto il Caravaggio (1571-1610), dal 9 novembre 2016 al 19 febbraio 2017.

Caravaggio

Caravaggio, San Girolamo

L’opera di Caravaggio proviene da Roma, per la precisione dalla Galleria Borghese, dove è parte della collezione permanente. La tela è databile, per la qualità e la stesura pittorica, tra gli ultimi mesi del 1605 e i primi del 1606, durante il picco della fase romana dell’artista lombardo, in prossimità di opere come la Cena in Emmaus della Pinacoteca di Brera e con la Morte della Vergine, in origine per la Chiesa Nuova, poi passata ai Giustiniani e, infine, finita in Francia, al Louvre. Il primo a darci notizia, intorno al 1650, della tela caravaggesca è Giacomo Manilli, che lo tramanda nella Stanza del Moro, proprio nello stesso palazzo dove, ora, si trova la Galleria Borghese: segno che il dipinto, ben presto, è finito nel nucleo di quella che sarebbe diventata una delle più note collezioni della Roma del Seicento. Chi ci parla della committenza è un altro grande storico dell’Arte di allora, ovvero Giovanni Pietro Bellori, che, intorno al 1672, ci racconta come l’opera fosse stata commissionata proprio da uno dei più grandi uomini di Cultura romani del secolo, ovvero il cardinale Scipione Borghese, collezionista, tra gli altri, di Raffaello, Tiziano, Domenichino, Veronese e Barocci. Resta, però, un mistero la prova documentaria sull’entrata del quadro di Caravaggio all’interno della Galleria Borghese.

La tela raffigura San Girolamo, teologo poliglotta originario della Dalmazia ma che visse a Roma per lungo tempo e che divenne famoso, sia negli Studi Umanistici che nella Storia dell’Arte, per aver tradotto dall’ebraico e dal greco, in latino, il Vecchio e il Nuovo Testamento, creando, dopo circa ventitré anni di lavoro, la cosiddetta “Vulgata”, ovvero quella versione dei testi sacri su cui la Chiesa si sarebbe basata per secoli. Caravaggio intende rappresentare Girolamo non tanto come l’asceta nel deserto tanto raffigurato nell’iconografia precedente e anche in quella controriformistica del suo tempo, ma come un vero dottore della Chiesa, impegnato a tradurre i testi sacri in latino, quasi come se fosse un umanista, come lo erano i suoi committenti, vestito, però, da eremita, in questo caso seguendo l’iconografia tradizionale. In fondo, questo eclettismo iconografico è ciò che contraddistingue il Caravaggio romano, famoso per aver scelto, come figura della Vergine, per la pala della Chiesa Nuova, una delle più note prostitute dell’Urbe, il cui cadavere galleggiante nel Tevere aveva molto colpito il pittore lombardo. Il contesto in cui la scena è ambientata è molto semplice, e tipico dello stile di Caravaggio: un frugale tavolo, su cui il santo tiene aperto il libro, concentrandosi nella scrittura, mentre, sopra, compare un altro volume, quello da cui Girolamo sta traducendo, steso su un drappo bianco e accompagnato da un teschio, simbolo della morte incombente e della fugacità del tempo (tema tipico del Seicento). Lo scontro tra toni caldi e freddi e notevole: basti notare il gioco tra il manto rosso e l’incarnato del santo in contrasto con i bianchi del panno sulla sinistra e sul colore pallido del teschio! Questo contrasto intende essere un dialogo tra due entità contrapposte e che, a volte, tendono a compenetrarsi, come la vita e la morte (simboleggiate da San Girolamo e il teschio), o il passato e il presente (i due libri aperti).

Albrecht Dürer

Albrecht Dürer

A corredo del dipinto caravaggesco, a testimoniare l’importanza dell’iconografia di San Girolamo e del background a cui il pittore lombardo ha fatto riferimento, sono esposti sei disegni di artisti dal ‘500 al ‘700, che rappresentano il santo dalmata in differenti modalità. Si parte con Albrecht Dürer, il grande artista tedesco che portò il Rinascimento a Nord delle Alpi, il quale raffigura un San Girolamo umanista, riccamente vestito, come se fosse un Erasmo da Rotterdam, accompagnato dal leone, all’interno di uno studio nel quale è intento a tradurre i testi sacri: questa iconografia è stata seguita da alcuni dei più noti pittori del nostro Cinquecento, tra cui Vittore Carpaccio.

Diversa è la scelta iconografica dell’allievo di Giulio Romano che ha realizzato il disegno che raffigura il santo, sì, come un eremita nel deserto, sempre accompagnato dal fido leone, intento a tradurre e non più come un umanista, ma che gli ha attribuito un titolo cardinalizio evidente dal cappello e che lo fa torcere come una figura di quelle che il maestro dipinse per Palazzo Te a Mantova. Il fiorentino Giovanni dell’Opera raffigura un San Girolamo tormentato da un giovane che, quasi da bullo di oggi, cerca di rubargli il Crocifisso che sta adorando, mentre il campionese seicentesco Isidoro Bianchi rappresenta i santi Girolamo e Gregorio uno a fianco all’altro, intenti quasi a dialogare tra Dottori della Chiesa: il disegno, probabilmente, è preparatorio per un ignoto ciclo di affreschi, attività in cui il Bianchi fu eccelso.

Guercino

Guercino

Drammatico, ma molto vicino alla scelta di Caravaggio, è il tono dell’allievo di Guercino per un San Girolamo intento a scrivere ma meditabondo sulla sua scelta di vivere nel deserto. Il milanese Giuseppe Nuvolone, nel suo disegno preparatorio per la pala ora nella chiesa di San Sisto a Piacenza, sceglie un Girolamo pensieroso ma titanico nelle sue membra michelangiolesche.

Il cremonese, ma bolognese d’adozione, Donato Creti, ormai nel Settecento, torna, solo a livello iconografico, al Girolamo seicentesco che scrive nel deserto accompagnato dal leone, ma anche da teschio e clessidra, elementi molto amati da artisti come Guercino, a cui fece sempre riferimento, ma il tratto è, ora, molto rapido e diretto, tipico della grafica settecentesca. La conclusione spetta a un artista coevo modenese, Giacomo Zoboli, che raffigura, insolitamente, San Girolamo ormai molto anziano, intento a ricevere l’ultima comunione, all’interno di una chiesa palesemente ispirata a quelle di area bresciana, dove Zoboli operò, in cui compare anche una tela posta accanto all’altar maggiore. Il disegno è, probabilmente, uno schizzo per una pala ignota.

Stefano Malvicini

Caravaggio San Girolamo Scrivente

Pinacoteca Ambrosiana

Piazza Pio XI 2, 20121 Milano
Orari: martedì – domenica 10.00-18.00, chiuso lunedì.
Biglietti: 8,00

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