Gallerie d’Italia Milano, Bellotto e Canaletto Lo stupore e la luce: mostra fino al 5 marzo 2017

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Gallerie d’Italia – mostra Bellotto e Canaletto – dettaglio Bellotto, Canal Grande S.Maria della Carità

Gallerie d’Italia Milano, Bellotto e Canaletto Lo stupore e la luce: mostra fino al 5 marzo 2017. Recensione di Stefano Malvicini – I due Mondi di Canaletto e Bellotto a confronto a Milano – Il genere che rivoluzionò la Pittura veneziana del Settecento fu quello di veduta, e i due grandi protagonisti di questa tipologia, destinati a una notevole fama anche al di fuori della Serenissima, furono Canaletto e Bernardo Bellotto.

Una grande mostra li omaggia e li mette a confronto a Milano, alle Gallerie d’Italia, dal 25 novembre 2016 al 5 marzo 2017, sotto la curatela di Bòzena Anna Kowalczyk. Confronto. La parola giusta per indicare il solco tracciato dalla mostra e per descrivere le linee artistiche e biografiche dei due protagonisti, Antonio Canal, detto il Canaletto (Venezia, 1697-1768) e Bernardo Bellotto (Venezia, 1721 – Varsavia, 1780). I due erano, innanzitutto, uniti da un vincolo di parentela: Antonio era, infatti, lo zio materno di Bernardo. La bottega di Canaletto fu il punto di partenza della carriera artistica di Bernardo.

Tra i due si instaurò un rapporto artistico spesso segnato da confronti sugli stessi soggetti e questo sodalizio durò per tutta la loro permanenza a Venezia, prima che la fama di Bernardo, destinata a superare quella dello Zio, a cui la critica spesso attribuì opere sue, lo conducesse al di fuori di Venezia e della Serenissima. I due avevano un modo di dipingere i soggetti in maniera totalmente diversa, e anche in questo caso, la biografia aiuta: Canaletto era ancora, in parte, uomo dell’ancien régime, coetaneo di Giambattista Tiepolo, di Rosalba Carriera e di Giambattista Pittoni, mentre Bellotto, nato nel ’20, si poteva già collocare tout court nel modo di pensare illuminista. Il loro modo di dipingere è diverso: la veduta di Canaletto è più classica, spesso scorciata fino all’eccesso e alla distorsione della realtà, e con figure umane intente, sì, alle loro attività quotidiane, ma fredde nei loro movimenti. Nonostante ciò, Canaletto cercò di avvicinarsi alla realtà, elaborando un nuovo sistema di camera ottica a fini prospettici, basandosi anche sui principi elaborati da Newton e importati in Laguna da padre Marco Lodoli e da Francesco Algarotti. Bellotto superò tutto ciò, aderì ai nuovi principi scientifici dell’Illuminismo e si trasformò nel primo vedutista moderno della Storia dell’Arte: la sua veduta è realismo puro, al dettaglio, senza distorsioni ottiche o eccessi, è quotidianità di gesti e lavoro ed è una cronaca della vita di tutti i giorni. Si potrebbe immaginare Bernardo Bellotto come il primo reporter dell’era moderna, vista la sua passione documentaristica nel descrivere al minimo dettaglio il Canal Grande o la Piazza del Mercato Nuovo di Dresda. In mostra sono esposte più opere di Bellotto che di Canaletto, a riprova della volontà di far emergere maggiormente Bernardo, che, spesso, la critica confuse con lo zio, ma anche dei toscani Giuseppe Zocchi e Fabio Berardi, che a Bellotto si rifecero. Molte di queste opere sono esposte per la prima volta in Italia.

Il punto di partenza della mostra sono proprio quelle opere veneziane, vedute del Bacino di San Marco e della piazza, ma anche scorci di piazze, chiese e palazzi, come la basilica dei Ss. Giovanni e Paolo o la facciata di Santa Maria dei Miracoli, resi con la precisione tipica del reporter, che entrambi realizzarono per i mecenati inglesi come Sir Joseph Smith, console britannico in Laguna e grande committente anche del Tiepolo, del Ricci, della Carriera e del marito Giovanni Antonio Pellegrini, e Henry Howard, che commissionò ai due una serie di vedute documentarie di Venezia per la sua dimora in Inghilterra. In fondo, si tratta della Venezia che ancora oggi possiamo ammirare, dal Ponte di Rialto alla Basilica della Salute e che, ogni giorno, è meta di turisti da tutto il Mondo. Quando Bellotto, nel 1736, entrò nella bottega dello zio, fu affascinato dal gioco tra equilibrio e poesia delle sue vedute, sospese nell’atmosfera da sogno che, ancora oggi, avvolge Venezia, oltre al disegno preciso di architetture e angoli della città accarezzati dalla luce che scende calda sui canali e sulle piazze, ma Bernardo, ben presto, iniziò ad approfondire tutti questi elementi verso una resa più precisa del dettaglio, che, negli anni ’40 del Settecento, sarebbe diventato un marchio di fabbrica per il giovane artista, che si sarebbe subito fatto conoscere non solo dagli inglesi ma anche dai principi sassoni, e polacchi, oltre che dalla nobiltà italiana. Per questo motivo, mentre Canaletto continuò a dipingere per gli inglesi, Bellotto fece quello che veniva chiamato “Grand Tour”, ovvero un viaggio tra Firenze e Roma alla ricerca delle radici dell’Arte italiana. A Firenze, Bellotto dipinse capolavori come la veduta di Piazza della Signoria, ma influenzò anche due giovani vedutisti e incisori locali come Giuseppe Zocchi e Fabio Berardi.


Canaletto e Bellotto non dipinsero solo vedute reali, ma anche di fantasia, riprendendo quel motivo, tipico del vedutismo precedente, di matrice aulica e bucolica, che metteva insieme rovine classiche, pastorelli e brani di campagna prevalentemente laziale. Su questo substrato, i due iniziarono a inserire anche edifici veneti: nacque così il “Capriccio veneziano”, che divenne uno dei cavalli di battaglia soprattutto di Bellotto, oltre che il trampolino di lancio verso le grandi commissioni a Milano e in Sassonia, per la sua carica realistica, diversa rispetto al tono più fantasioso dello zio, oltre che per la tecnica ad acquerello, dai toni drammatici.
Tra il 1740 e il ’44, tra Roma e Firenze, Bellotto realizzò vedute uniche nel suo genere, addirittura più dettagliate, nel loro profondo realismo, come il Ponte Vecchio di Firenze, quelle del Foro romano, in cui inserì, senza voler realizzare un Capriccio, anche edifici “alla veneta”, come prova l’arcuatura delle finestre, e la fantastica Piazza Navona, brulicante dell’umanità del mercato nella Roma storica.

Nel 1744, l’arcivescovo di Milano, Giuseppe Pozzobonelli, chiamò Bellotto in città per realizzare alcune vedute del centro cittadino, realizzate con una prospettiva scientificamente studiata e con un taglio documentale che, ancora oggi, emoziona vista l’alterazione di certi luoghi. Il Castello Sforzesco sembra un maniero diroccato e testimonia lo stato di conservazione dell’edificio prima dell’intervento, a fine ‘800, di Luca Beltrami, mentre lo scorcio di Piazza Mercanti ci mostra come, all’epoca, la zona monumentale fosse non solo incompiuta, ma anche circondata di quel tessuto di case demolito, sempre a fine ‘800, per creare Piazza Duomo e le vie Mercanti e Orefici, e la veduta dell’odierna Piazza Sant’Eufemia, su Corso Italia, rimasta simile ad allora, raffigura la chiesa omonima prima delle trasformazioni neoromaniche di inizio ‘900.

Così è anche per le vedute di quelle città visitate dopo l’addio a Milano, ovvero Torino e Verona. Lo scorcio sul Po del capoluogo piemontese ritrae Torino più come una cittadina rurale, mentre Verona è colta nella grandiosità del Ponte Scaligero sull’Adige. Mentre, negli anni ’40, Canaletto visse a Londra, dove raffigurò angoli cittadini e vedute di campagna, come la bellissima istantanea di Eton, Bellotto iniziò a confrontarsi con la totalità della Natura nelle vedute di campagna lombarda eseguite nel 1744-45: dal confronto tra radura, fronde, acqua, luce e colore intenso, nacquero capolavori come le vedute della Gazzada o quelle dell’Adda a Vaprio, altre prove documentaristiche della precisione di Bernardo.

Tale confronto con la Natura proseguì negli anni successivi, quando Pietro Guarienti, amico conosciuto a Verona e trasferitosi a Dresda, lo fece entrare in contatto con Augusto III di Sassonia, il quale, nel 1747, lo chiamò sulle rive dell’Elba alla sua corte. Qui Bellotto ottenne una grandissima fama e divenne pittore di corte, realizzando vedute che rimangono, ancora oggi, nella Storia dell’Arte. Dapprima, sulla scia di quanto realizzato in Lombardia, Bellotto si mise a dipingere la Natura, scegliendo una graziosa cittadina sassone, Pirna, nei pressi dell’attuale confine tra Germania e Repubblica Ceca, sull’Elba, per le sue ricerche naturalistiche, che lo avrebbero condotto a mettere sullo stesso piano architetture e paesaggio, quasi a teorizzare idee moderne alla base di soluzioni ancora oggi in voga. Il paesaggio diventò, per Bellotto, elemento imprescindibile, senza il quale una veduta cittadina non avrebbe potuto esistere, e le vedute di Pirna lo provano perfettamente: Natura e palazzi, archi gotici e umanità si fondono in un elemento unico, tenuto insieme da una soluzione luministica tipica dell’influenza del Seicento olandese. Questa passione per il paesaggio sarebbe tornata anche nei suoi ultimi anni a Varsavia, quando Bellotto iniziò, quasi anticipando sentimenti tipici del Decadentismo francese e di D’Annunzio, a identificarsi con la Natura, scegliendo il verde come suo colore preferito per le ultime vedute, tra cui quelle del palazzo di Wilanòw.


Il 1746 fu l’anno della definitiva separazione di Bellotto e Canaletto: il secondo partì per Londra, mentre il primo verso Dresda, senza più fare ritorno in Patria. Anche i loro due universi figurativi si separarono per sempre, e, da questo momento, si può, a tutti gli effetti, parlare di “due Mondi”. Canaletto andò stilizzando la sua pittura con l’aiuto della luce inglese, come prova la sua veduta di Northumberland House, mentre Bellotto si diresse verso la descrizione realistica, ancor più approfondita di prima, delle architetture barocche di Dresda, come testimoniato dallo scorcio dello Jüdischer Hof e della Frauenkirche, ma entrambi furono unificati da una perfetta integrazione tra la loro Pittura, i nuovi luoghi ritratti e le civiltà che li accolsero, sulla base delle nuove idee illuministe a cui aderirono.

Tra il 1747 e il ’52, a Bellotto venne commissionato un grande ciclo di vedute di Dresda, colte sia dal ponte sull’Elba di fronte alla Hofkirche, raffigurata durante le sue fasi costruttive, che dai bastioni dello Zwinger, l’antica fortezza divenuta residenza dei principi di Sassonia. Alla versione ufficiale per Augusto, Bellotto ne aggiunse una seconda per il primo ministro Brühl, in cui si possono notare leggere differenze nelle tonalità e nei dettagli “umani”, ma non paesaggistici. In mostra è possibile vedere alcune delle raffigurazioni dei due cicli posti a pendant l’uno dell’altro, come si evince dallo stato costruttivo della Hofkirche.

Questi dipinti testimoniano ancora di più quanto Bellotto fosse un vero “reporter” dell’epoca, e tali quadri, salvati dalle bombe della Seconda Guerra Mondiale, sarebbero stati molto preziosi per ricostruire Dresda com’era dopo i furiosi bombardamenti alleati che la rasero al suolo. Un cronista ante litteram, per intenderci, e soprattutto un cronista di guerra: anche la veduta della piazza con la Kreuzkirche, dalla grandiosa facciata gotica a westwerk, prova quanto Bellotto ci tenesse alla raffigurazione di una realtà che, quasi come triste presentimento, di lì a poco sarebbe andata distrutta sotto le bombe prussiane della Guerra dei Sette Anni. Fa venire i brividi confrontare da vicino il dipinto di Bellotto con la sua incisione con la chiesa in macerie dopo l’attacco! Ancora di più, negli ultimi anni a Varsavia, Bellotto accentuò questo suo realismo nelle vedute della capitale polacca, riversandolo in direzione di una critica sociale e di denuncia verso le disuguaglianze sociali della città e della società di allora, ma anche di una descrizione della vita brulicante dei mercati. Anche in questo caso, Bellotto fu il punto di partenza per la ricostruzione post-bellica, visto che anche Varsavia, come Dresda, fu rasa al suolo dai bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale.


La conclusione è affidata a una piccola chicca legata al Bellotto “privato”: la sua collezione di incunaboli e libri illustrati, dai classici latini ai trattati di scenografia di Andrea Pozzo e alla letteratura del Settecento, Muratori, Voltaire, Maffei e altri, che testimoniano la cultura enciclopedica che tradusse nelle sue vedute mai bucoliche, mai auliche e mai scontate, ma sempre ben documentate dal punto di vista storico, politico, sociale e artistico.

Stefano Malvicini

> leggi anche gli altri articoli e recensioni di S. Malvicini per Milano Arte Expo

Gallerie d’Italia

Bellotto e Canaletto Lo stupore e la luce

mostra a cura di Bożena Anna Kowalczyk
Gallerie d’Italia, Piazza della Scala 6, 20121 Milano

Periodo
25 novembre 2016 – 5 marzo 2017

Orari
Da martedì a domenica 9:30 – 19:30 (ultimo ingresso 18:30)
Giovedì ore 9:30 – 22:30 (ultimo ingresso 21:30)
Chiuso il lunedì

Aperture straordinarie: 8 e 26 dicembre 2016; 6 gennaio 2017
Aperture a ingresso gratuito: 1 gennaio (ingresso gratuito dalle 14:30 alle 19:30 con ultimo ingresso alle 18:30) e l’8 gennaio 2017.
Chiusure: 24, 25 e 31 dicembre 2016; 2 gennaio 2017

Ingresso
Biglietto congiunto mostra e collezioni permanenti: intero € 10 | ridotto € 8 | ridotto speciale € 5
Gratuito per convenzionati, scuole, minori di 18 anni e ogni prima domenica del mese.

Visite guidate per gruppi alla mostra temporanea e alle collezioni permanenti, su prenotazione, massimo 25 persone: italiano € 80 a gruppo, inglese € 100 a gruppo.

Audioguida gratuita a disposizione dei visitatori.

Informazioni
Numero verde: 800.167619
Mail: info@gallerieditalia.com

contatti Milano Arte Expo: mail: milano.arte.expo@gmail.com – telefono: +393662632523

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