Fotografia: Gianni Berengo Gardin a Spazio Tadini – visto da Maria Zizza

Francesco Tadini

Gianni Berengo Gardin – dett. da una foto di Francesco Tadini

Fotografia: Gianni Berengo Gardin a Spazio Tadini – visto da Maria Zizza per Milano Arte Expo. Un bacio su una panchina diventato celebre. Due donne in reggiseno su un cartellone pubblicitario nella metro di Parigi. “Eravamo nel 1954, io non avevo visto niente di simile, in Italia era vietato darsi un bacio in pubblico”. Proiettate lì sullo sfondo, le foto di una vita, istantanee che ripercorrono tappe che coincidono con alcuni dei lavori di uno dei più grandi fotografi contemporanei.

Gianni Berengo Gardin

Gianni Berengo Gardin con Federicapaola Capecchi e Mosè Franchi a Spazio Tadini – ph. Francesco Tadini

Gianni Berengo Gardin, davanti a quelle immagini, siede tranquillo a fare domande lui stesso e a dialogare con un pubblico avido e curioso. All’interno della serie di incontri organizzati da Federicapaola Capecchi e la rivista fotografica Image Mag con il suo direttore Mosè Franchi, quello di mercoledì allo Spazio Tadini – la Casa Museo di via Jommelli 24 a Milano fondata da Melina Scalise e Francesco Tadini – ha ammaliato il pubblico non solo per la qualità delle immagini ma per la grande generosità con cui il fotografo ha dispensato consigli e memorie a chi ha preso parte all’appuntamento.

Tra Mosè Franchi e Federicapaola Capecchi, Gianni Berengo Gardin ha raccontato alcune delle proprie esperienze di fotografo ma anche chiarito cosa siano per lui la fotografia, la documentazione, l’esperienza del digitale. Un concentrato di idee dispensato in due ore di racconti. Partendo proprio dal ruolo del fotografo “che nasce sempre come amatore” e poi leggendo e studiando diventa fotografo perché “un fotografo è diverso da uno che fa foto, ci vogliono anni di esperienza come in ogni altro lavoro, anche un ciabattino prima guarda come si fa e passa un anno finché non inizia a tagliare lui stesso. Chiunque con l’intelligenza media, se vuole, diventa un grande fotografo ma deve studiare, applicarsi, fare tante fotografie, guardare gli altri, studiare i libri dei grandi.”

Gianni Berengo Gardin

Gianni Berengo Gardin – foto Francesco Tadini

Berengo Gardin insiste molto su questi punti, sull’importanza dello studio, dell’osservazione dei libri di grandi fotografi perché la tecnica non è importante se usi una macchina digitale (“Fanno tutto loro”) ma “Come dice Ferdinando Scianna le foto si fanno con i piedi e – aggiungo io – con le ore”.

Il risultato di un’attesa, di una ricerca, di una progettualità attiva e costante che non si arresta mai perché interroga la realtà e anche quando non ha risposta porta con sé l’urgenza di una documentazione. Dice Berengo Gardin “Io non sono un creativo, le foto che faccio si fanno da sole, e non mi sento un artista. Anzi, io sono contro la fotografia artistica perché se sei convinto di fare fotografia artistica non fai altro che scimmiottare quello che gli artisti hanno fatto secoli prima. Io sono per la foto di documentazione. In Italia vedo spesso che se fai il fotografo sul biglietto da visita scrivi ‘fotografo artista’, ‘artista fotografo’ o addirittura c’è chi scrive photographer perché in inglese suona meglio. Io voglio fare documentazione e anzi dei 258 libri che ho fatto la maggior parte sarà importante tra 200 anni perché quando noi non ci saremo più dirà come eravamo.” Il valore documentario della fotografia è ribadito più volte ed è uno dei motivi per cui tra le macchine analogiche e quelle digitali per il fotografo veneziano c’è un abisso. Il digitale cambia la mentalità dei fotografi, che scattano a raffica senza pensare, mentre bisognare cercare, essere consapevoli, cercare. Aggiunge: “E poi è una truffa, dopo 5 anni la buttate via perché vi vengono i puntini sul visore. Io ho macchine del ‘54 che sono ancora oggi perfette e ho fatto migliaia di foto. Io insisto con la pellicola, il digitale ha un solo grande vantaggio: se sei al buio puoi aumentare la luminosità, se sei in un posto con tanta luce abbassi. Il fatto di vedere prima la foto diventa un tic, quando ho lavorato con il digitale io ho messo una pecetta per non vedere la foto che avevo fatto”, oltretutto un altro motivo per cui il digitale è pericoloso è perché rischia di trasformare la fotografia in immagine. La prima è quella così pubblicata così come è stata scattata, la seconda è – secondo Berengo Gardin – una fotografia “taroccata” e quindi un’immagine. Se la lavori con photoshop, se ne alteri i colori, allora quella ritratta non è più solo la realtà ma è l’immagine che tu vuoi dare di quella realtà, questo sembra dire quest’energico signore di 87 anni a tutti i giovani presenti in sala.

La chiacchierata va avanti abbastanza anche per vedere altri importanti lavori. Da Morire di classe. La condizione manicomiale fotografata da Carla Cerati e Gianni Berengo Gardinuno dei lavori più importanti che ho fatto. Ero con Basaglia nel 1968, non si sapeva niente allora di quello che succedeva nei manicomi. Era un lavoro di denuncia. Non ho mai fotografato la malattia per la malattia. Io non volevo neanche pubblicare poi Basaglia ha voluto farne un libro e l’ha portato in Parlamento e gli è servito per fare approvare la legge 108 che deve essere migliorata – anche perché poi Franco è morto dopo – ma tra migliorarla e riaprire i manicomi ce ne passa.”. Ricordi, riflessioni, testimonianze preziose. Berengo Gardin va avanti “Io penso che il fotografo deve andare in giro sempre a fotografare, poi deve decidere cosa pubblicare, si deve fare un esame di coscienza. Con Basaglia eravamo molto in dubbio su cosa fare con le foto. Facevamo le assemblee con i malati e tutti loro erano d’accordo [per la pubblicazione], anche perché capivano che era importante e loro capivano perché lì solo il 2 per cento era matto davvero”.

Gli anni passano, i progetti aumentano, Berengo Gardin gira in tutta Italia, per esempio Dentro le case è un progetto del 1977 con il fotografo napoletano Luciano D’Alessandro, scomparso un paio di mesi fa: “Nel libro ci sono le percentuali sociali rappresentate coerenti con la presenza nella realtà, è stato un lavoro molto importante e ricercato. Dovevano essere 10 libri, dentro il lavoro, dentro lo sport, dentro etc ma be abbiamo fatto solo due perché a un certo punto lo sponsor è sparito. Qui nessuno voleva farsi fotografare, non era facile fare le foto, i ricchi non volevano perché avevano paura dei furti, i poveri avevano paura che dietro ci fosse qualche bidone”.

Si arriva poi a La disperata allegria. Vita nei campi nomadi un lavoro portato avanti dal 1995, nello scorrere le foto anche qui, ci sono numerosi commenti di Berengo Gardin “Gli zingari che rubano sono una minoranza, mi faccio sempre tanti nemici quando ne parlo. I ladri che abbiamo noi non si accontentano del portafoglio e ci rubano milioni. Ancora oggi le leggi contro gli zingari in Italia sono terribili […] e poi diciamo no, noi italiani non siamo razzisti”. A concludere questo viaggio nell’opera del grande fotografo il progetto sulle Grandi Navi a VeneziaDovevo farla a Palazzo Ducale, poi il sindaco [Luigi Brugnaro] ha cambiato idea. Mi ha fatto un favore, tutti i giornali, Il New York Times, il Guardian, Le Monde, El Pais ne hanno parlato”.

Domande dal pubblico, risposte cortesi, aneddoti di una vita…

Forse è vero che “i workshop non servono a niente”, è molto più utile e divertente una chiacchierata con un vecchio maestro con tanta voglia di vivere e imparare.

Maria Zizza

…. > leggi anche gli altri articoli della rubrica di M. Zizza per Milano Arte Expo magazine.

Maria Zizza

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