Richard Avedon – fotografia e grandi fotografi – di Francesco Tadini

Richard Avedon

Francesco Tadini – rubrica Fotografia e Grandi Fotografi – Richard Avedon

Richard Avedonfotografia e grandi fotografi – di Francesco Tadini. Basterebbe mostrare venti o trenta foto famose di Avedon a una persona di una certa età e media cultura per sentirsi rispondere ripetutamente “Certo! Me la ricordo!”. Cinque delle sue fotografie, prese a caso, sarebbero sufficienti a riempire di senso la carriera di un photographer odierno… Se ne parlava ieri a Spazio Tadini con Gianni Berengo Gardin: c’è la tendenza a gonfiare come coda di pavone i biglietti da visita con qualifiche in inglese… oppure, sempre da parte di molti professionisti, con la dicitura Artista Fotografo… Richard Avedon, uno dei grandi tra i grandi – come Berengo Gardin, del resto – non ne sentì mai il bisogno.

Nasce a New York nel 1923, figlio di imprenditori ebrei di origine russa del settore tessile, suo padre possiede un negozio di abbigliamento chiamato Avedon’s Fifth Avenue. Influenzato da questo mondo, il piccolo Richard coltiva uno spiccato senso del fashion fotografando spesso gli abiti nel negozio del padre. Ha un carattere molto forte fin da bambino, in continua ricerca di nuove emozioni che lo spingeranno a lasciare gli studi di Filosofia e Letteratura della Columbia University a soli 21 anni, per lui troppo schematici e noiosi.

Il piccolo seme della fotografia viene coltivato durante la sua infanzia, quando passeggiando col padre vede un fotografo alle prese con uno shooting fotografico: la modella è bellissima e si sta aggiustando il vestito, appoggiata ad un albero. In seguito Richard vede la foto sulla rivista di Harper’s Bazaar e si chiede perché mai tra tante location, tra cui il Plaza Hotel direttamente alle loro spalle, il fotografo abbia posizionato quella modella addossata ad un albero. Lo avrebbe capito decenni dopo, quando negli Champs-Élysées parigini avrebbe riconosciuto la stessa tipologia di corteccia in quell’albero.

Ma ritorniamo alla sua giovane età, quando sotterrati i sogni universitari si arruola nella Marina Militare, il suo compito è scattare foto identificative e d’autopsia. Sicuramente non una fotografia d’assalto e piena di emozioni ma serve da gavetta per studiare i primi approcci con la tecnica fotografica. Durante questo periodo, inoltre, fotografa diversi commilitoni che gli permettono di accrescere notevolmente la sua prontezza tecnica.

Una volta ritornato in America, subisce il fascino del fotografo ungherese Martin Munkácsi, celebre nel campo della moda. Richard Avedon entrò completamente nel circolo vizioso della fotografia e ciò che era nato come alternativa ai suoi studi diviene la sua principale passione. Al termine della Seconda Guerra Mondiale riesce a coronare il suo sogno, diventando fotografo professionista.

La scalata al successo è dura e dapprima aiuta un fotografo professionista nel suo studio, poi passa alla collaborazione attiva con la rivista “The Elm”.

Negli anni ’40 comincia a lavorare per la famosa rivista Harper’s Bazaar, ma solo in seguito al completamento di un corso organizzato alla New School Social Research e presieduto da Alexey Brodovitch, allora presidente della rivista.

Rimane tra i ranghi di Bazaar per 12 anni, rivoluzionando il concetto di moda e personalizzando il suo stile.

Richard Avedon

Richard Avedon Observations

Tra Avedon e Brodovitch si crea un forte legame di rispettiva stima, il direttore della rivista spenge la carriera di Avedon, amante delle sue immagini e della sua mano distintiva e, al contempo, Avedon è grato di questo riguardo… Quando nel 1959 pubblica il suo Observations, lo dedica al suo scopritore. Observations fu un libro collaborativo, con i commenti di Truman Capote, le foto di Richard Avedon e il design di Alexey Brodovitch. Il risultato è un libro pubblicitario con una serie di ritratti in pieno stile avediano. Decine di personaggi famosi scrutano lo spettatore, pagina dopo pagina, non risultando mai freddi e distaccati, l’ambiente che li circonda è spoglio e non distoglie l’attenzione ma esalta la potenza dei suoi personaggi. Observations gioca con l’osservazione e gli osservatori, riscoprendo nuovi punti di vista e un innovativo legame d’unione tra le parti.

Brodovitch gli diede il giusto input per collaborare a riviste mondiali come Vogue e LIFE. Proprio per la moda contribuì alla nascita di un nuovo genere di pose, lontane e caratteristiche. Le sue modelle erano dirette in maniera particolare, per raggiungere posizioni artefatte e incredibilmente lontane dalla naturalezza. Questo allontanava i soggetti dallo spettatore, facendole diventare qualcosa di irraggiungibile e ideale e al tempo stesso dava nuova visione ai capi indossati, peculiarità molto amata dagli stilisti.

Basti pensare ad uno dei suoi scatti più famosi, del 1955, Dovima e gli elefanti (vedi al LINK) che propone una bellissima e sinuosa modella vestita da Dior, circondata da possenti elefanti in movimento. La modella è al centro, con una posa articolata mentre accarezza gli elefanti, impassibile e immobile mentre intorno a lei si scatena il caos. Perché una modella vestita in modo così elegante dovrebbe essere immessa in un contesto selvaggio con degli elefanti? Perché è semplicemente Richard Avedon.

Nel 1961 il fotografo diventa direttore di Harper’s Bazaar e pubblica il suo secondo libro, due anni dopo, ma questa volta il tema è diverso e si allontana dal mondo della moda e riscopre la fotografia-denuncia. Nothing Personal (>vedi al LINK) punta il dito contro la questione degli Stati del sud, i cui diritti civili sono calpestati. Il libro contiene anche i commenti di James Baldwin (suo compagno di classe al liceo). Il filo seguito è coerente con il libro precedente, con decine di persone comuni le cui storie sono leggibili dalla profondità dei loro volti. Richard Avedon mantiene intatto il legame con la letteratura anche in seguito, con il libro Portraits Photographs con prefazione di Rosenberg.

La consegna di progetti fotografici che esulavano dalla moda divenne una costante nella carriera di Avedon che nel 1963 fotografò una serie di persone con in mano l’articolo giornalistico della morte di Kennedy o ancora nel 1989 fu uno dei primi fotografi a volare, nella notte di Capodanno, a Berlino per assistere in diretta alla caduta del muro.

Nel 1965 lascia Harpeer’s Bazaar per Vogue.

Nel 1970 partecipa ad un lavoro con Diane Arbus, Alice nel paese delle meraviglie con modelle e personaggi ritratti con una gestualità eccessiva e disarmante. L’Alice di Avedon è una modella che salta, corre, vive la sua avventura talmente velocemente che l’obiettivo non riesce a catturare l’istantaneità delle sue espressioni, la stessa copertina del libro è un urlo sfocato della protagonista, emblema di un’Alice che cade nella tana del Bianconiglio senza rendersi conto di nulla. Le riprese sono scattate in bianco e nero con tempi lenti, con elementi tagliati e composizioni confusionarie. Il risultato è ben lontano dall’immaginario convenzionale della fiaba, con colori e personaggi mistici.

Nel 1974 fece scandalo una sua mostra al MoMA di New York, con le immagini di suo padre sofferente di cancro. La cronologia delle immagini segue il naturale evolvere della malattia fino all’estrema foto finale, con il ritratto di un uomo consunto e sfinito adagiato sul letto e dalla funebre bocca aperta.

L’apparente freddezza con cui Richard Avedon documenta gli istanti finali di suo padre è sconcertante ma è una grande prova di coraggio fotografico e un’eredità foto-documentarista dai tratti talmente personali da riservarle un posto d’onore tra i reportage storici.

In seguito il fotografo avrebbe ammesso che le sue fotografie erano immagini di se stesso e l’unica preoccupazione che aveva era la condizione umana perché solo quella rientrava in una sfera intima e sentita.

Nel 1979 gli venne commissionato un importante progetto che lo annoverò tra le stelle della fotografia. Mitchell A. Wilder era il direttore dell’Amon Carter Museum e contattò Avedon per un progetto sulla gente del West America. Il risultato fu In The American West (vedi al LINK) rappresentante circa 762 ritratti di persone normali che abitavano in questa specifica area. Avedon stampò alcune foto in riproduzioni gigantesche che gli conferirono notevole fama.

I ritratti di questo progetto sono mezzi busti su fondo bianco, non vi è alcuna luce diretta per non creare ombre di alcun tipo. I soggetti si stagliano sui fondi in maniera impassibile e con pochi elementi essenziali a conoscerne la vita, la personalità e la storia. Un esempio è Ronald Fischer, apicoltore. Nello scatto colpisce la sua nudità, “vestito” di sole api che appaiono scure e pericolose ma in netto contrasto con l’assoluta tranquillità di Fischer. Alla serie si aggiungono bambini dagli indumenti sporchi che imbracciano fucili, madri casalinghe con grembiulino sporco di sangue e viscere e un serpente sventrato in mano, giovani padri sorridenti con in braccio un bambino tenuto al contrario. C’è una profonda ilarità in queste fotografie e Richard Avedon gioca con i cliché e i luoghi comuni di questa gente. Ma altri non furono d’accordo, furono molte le persone del west a distanziarsi da questo progetto, ritenendo che i soggetti ritratti fossero solo vagabondi e soggetti pericolosi, ben lontani dalla normalità di quelle terre.

Durante la sua carriera ha collaborato con celebri riviste quali Rolling Stones ed The New Yorker, nomi altisonanti come Dior, Versace, Hugo Boss e Calvin Klein, ha firmato diverse edizioni del calendario Pirelli, oltre a tantissimi personaggi famosi come Marilyn Monroe, il cui ritratto così innocente e inerme pone nuova luce sulla sensuale Dea del cinema, o ancora Elizabeth Taylor dall’intricata pettinatura che le incornicia il viso come una corolla di petali.

I maggiori musei del mondo gli hanno dedicato retrospettive ed esposizioni, una delle ultime è avvenuta alla Corcoran Gallery of Art di Washington D.C, nel 2009, dedicato ai suoi scatti “del potere”, ovvero i ritratti di importanti personaggi politici e sociali tra cui un giovane Barack Obama.

Muore improvvisamente ad 81 anni nel corso di un servizio fotografico per conto del ‘The New Yorker’ a causa di un’emorragia cerebrale, raggiungendo un altro grande della fotografia, Henri Cartier-Bresson, morto due mesi prima.

Il suo addio creò un enorme abisso nel mondo della fotografia, della moda, dell’editoria. Segnò una lacuna tra ciò che era e ciò che fu dopo Avedon. Il suo percorso era costellato da migliaia di foto, centinaia di interviste, decine di progetti e un unico grande stile provocatorio ed eccessivo oltre ad una capacità di ritrarre i propri soggetti con disumana obiettività. La notorietà di Richard Avedon non è un riflesso di rimando dei suoi celebrity portraits, ma qualcosa di raggiunto con il talento e le capacità di uno dei più grandi fotografi che la storia abbia conosciuto.

Grandi fotografi

Richard Avedon

a cura di Francesco Tadini

Leggi gli altri post della rubrica sulla fotografia e le mostre fotografiche curata da F. Tadini su Diane Arbus , Annie Leibovitz , Helmut NewtonAnsel AdamsAndré KertészDorothea LangeArt Kane , Brassaï , Robert DoisneauRobert Mapplethorpe, Franco Fontana , Josef Koudelka , Francesco Cito , Gianni Berengo Gardin

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