Andrea Simeone: mostra fotografica con Franco Fontana a Spazio Tadini, Milano

mostre fotografiche Milano

mostre fotografiche Milano – Andrea Simeone, Traslazioni Bengalesi

Andrea Simeone: mostra fotografica a Milano a Spazio Tadini Casa Museo di via Jommelli 24 – clicca e vedi i dettagli della mostra Fontana e Quelli di Franco Fontana – curata dal direttore di Image Mag Mosè Franchi e Federicapaola Capecchi, anche autrice del testo e dell’intervista per Milano Arte Expo.

Andrea Simeone

Andrea Simeone

Andrea Simeone si definisce soprattutto street photographer. Fotografa soggetti in situazioni reali, in luoghi pubblici, in momenti spontanei; un modo e uno strumento di osservazione e analisi della società. A Spazio Tadini espone alcune fotografie del ciclo Traslazione Metropolitana. Traslazione, come termine, è già in sé denso di possibilità: dalla religione, alla matematica, all’astronomia, alla finanza, alla psicoanalisi, fino alla cinematica, alla geologia, al diritto canonico, all’idraulica esprime un moto ed un processo particolare, diverso e caratteristico di quella propria funzione e significato. A me piace ricordare il più largo uso nel linguaggio antico in cui aveva significato di metafora e di traduzione. Dalla home page del suo sito – un’immagine del progetto Urban Sliding – a Spazio Tadini traduce la visione coerente e uniforme del suo percorso espressivo, conduce una narrazione fotografica in cui si percepisce l’occhio di chi ha scattato; porta metafore di una narrazione sociale. Andrea Simeone conosce perfettamente quello che vuole ritrarre e il risultato che vuole ottenere; segue una logica e una linea narrativa ben definita: un ulteriore viaggio nella società e nelle sue sfumature. Le immagini raccontano un momento che difficilmente potrebbe essere espresso diversamente, a parole per esempio: la strada, il viaggio, un luogo preciso con la sua cultura e la sua storia, le sue ricchezze e povertà, colti senza alcuna preparazione preventiva, con ironia e freschezza e altrettanta profondità. Ne risulta una storia di vita e condizione umana alla ricerca di come l’uomo si muove, per esempio, all’interno della sua città, seconso i suoi canoni e differenze culturali. Metafora di una timida narrazione che racconta di come il mondo e l’uomo sono una cosa sola, i luoghi vissuti dimore del cammino di ogni storia e vita, di come ogni individuo, volto e sguardo rispecchi l’umanità. Tutta. Lo sguardo di Andrea Simeone sembra accogliente quasi affettuoso, del colore sembra apprezzare il suo stretto legame con la luce e il fascino dell’influenza dell’uno sull’altra, generando come una tavolozza emotiva. Tempismo e inquadratura sono due degli elementi chiave di queste immagini, così come una composizione dei soggetti secondo precise scelte estetiche e l’avvicinarvisi molto, pur preservando una sorta di composizione a strati, con spontanea, debita distanza.

L’umanità si attarda nella grotta di Platone, continuando a dilettarsi, per abitudine secolare, di semplici immagini della verità. Ma esser stati educati dalle fotografie non è come esser stati educati da immagini più antiche e più artigianali: oggi sono molto più numerose le immagini che richiedono la nostra attenzione; l’inventario è cominciato nel 1839 e da allora è stato fotografato quasi tutto, o almeno così pare; questa insaziabilità dell’occhio fotografico modifica le condizioni di prigionia in quella grotta che è il nostro mondo; insegnandoci un nuovo codice visivo, le fotografie alterano e ampliano le nostre nozioni di ciò che val la pena guardare e di ciò che abbiamo il diritto di osservare; la conseguenza più grandiosa della fotografia è che ci dà la sensazione di poter avere in testa il mondo intero, come antologia di immagini; nelle fotografie l’immagine è anche un oggetto, leggero, poco costoso, facile da portarsi appresso, da accumulare, da conservare. Le fotografie sono forse i più misteriosi tra gli oggetti che formano, dandogli spessore, quell’ambiente che noi definiamo moderno. Esse sono in realtà esperienza catturata, e la macchina fotografica è l’arma ideale di una consapevolezza di tipo acquisitivo. Fotografare significa infatti appropriarsi della cosa che si fotografa. Significa stabilire con il mondo una relazione particolare che dà una sensazione di conoscenza, e quindi di potere. […]” Così leggiamo in “Sulla fotografia. Realtà e immagine nella nostra società” di Susan Sontag

Vorrei commentassimo questo passo del libro, alla luce di quelli che ritieni gli insegnamenti più importanti ricevuti durante la tua esperienza con Franco Fontana, e del problema sollevato dalla Sontag dell’ambiguità della fotografia come strumento di conoscenza.

Fontana è un dolce maestro. Guarda la mia difficoltà da dentro, la riconosce in un istante, e mi dice una frase che sembra non essere pertinente; eppure quella frase riecheggia e si diffonde. Scioglie il dubbio, forse ne accende altri, ma ti spinge a fare. Non credo che fotografare voglia dire appropriarsi, ma esattamente il contrario. Mi capita di parlare spesso dell’idea della foto “rubata”, che come principio mi disturba molto, e dona alla nostra idea occidentale di fotografi una impertinenza volgare da un lato, dall’altro lascia troppo spazio – soprattutto per strada – a persone che impongono idee strampalate su creatività e privacy. Fotografare è donare. Uno dei doni più preziosi. Prendere un istante di pensiero, di tempo, di spazio, e fare in modo che altri possano goderne. Mi è capitato negli ultimi due anni di seguire una storia fotografica dal titolo “incontri casuali in bianco e nero”. Ho fotografato sconosciuti in diversi luoghi. E fotografare uno sconosciuto poi è una cosa folle. Metti in posa qualcuno parlando poco la sua lingua, lo conduci alla luce, lo centri nel suo contesto, e poi scatti. Non è una forma di potere, perché il soggetto ti permette di ritrarlo, anzi ne è fiero e impettito.

Quali scenari si stanno delineando oggi con il continuo sviluppo delle tecnologie e di un sistema visivo in continua mutazione?In che modo sta cambiando la fotografia?

Credo che il sistema visivo di chi produce immagine sia maturo. Il problema è in chi guarda le foto. Spesso non c’è una vera educazione all’immagine, e spesso si confonde il contenuto – forte o disturbante – con la qualità della narrazione. Mi piace molto il ritorno alla pellicola di tantissimi narratori, la tendenza ad abbandonare le storie estemporanee e veloci per approfondire con calma una personale ricerca. Anche a me è successo di avere necessità di un supporto che rallentasse la mia ricerca e rendesse più calmo e piacevole l’incontro con la storia.

Come cambia il ruolo del fotografo in questo contesto? La consapevolezza di ciò che si produce fa la differenza? Non c’è più spazio per l’improvvisazione?

C’è molta improvvisazione. E questo può essere divertente. Mi dispiace che ci sia un analfabetismo funzionale legato all’acquisizione e all’immagazzinamento interiore delle fotografie. Ci si ferma alla crosta esterna. O – per assurdo – si guarda solo la straordinarietà della storia, senza valutare anche la resa estetica della stessa.

Il ruolo del fotografo si è frammentato. È un operatore della comunicazione. Un poeta. Un ricercatore. E a volte è colui che mette in carica la macchina fotografica, e basta. Lasciando che le raffiche sopperiscano alla sua scarsa ricerca di approfondimento.

Non vi è tra di voi nessun “Fontaniano” – permettiamoci questo termine – come a dire … Imparate da me a diventare voi … così vi ha insegnato Franco Fontana? Cosa vuol dire fotograficamente e umanamente?

Ci ha insegnato ad osare. A spingere al massimo. E ci si spinge lontano, in nuovi luoghi, in posti lontani per continuare questo percorso di ricerca. Con lui si parla spessissimo di vita, di emozione, di ricerca. E questo il suo vero insegnamento, per essere un buon fotografo occorre essere un uomo.

Siete un gruppo di fotografi particolarmente eterogeneo. Ciò che vi unisce in questa mostra è un’intenzionalità formale. Storie diverse, personalità fotografiche molto diverse ma unite da un percorso di avvicinamento a sé stessi e al mondo, e soprattutto a quell’attimo di equilibrio che prende corpo in una forma. Ti ritrovi? E cosa pensi abbia spinto Franco Fontana a scegliere te e il tuo lavoro?

Appena qualcuno ci vede insieme capisce che siamo tutti della stessa pasta, ognuno con la sua fantastica diversità. Siamo curiosi, attenti, e anche felici per il lavoro e il successo degli altri. E siamo liberi da invidie o gelosie. Ci si incontra ogni tanto, e guardando le foto di ognuno abbiamo la possibilità di vedere dove sono andati i nostri amici, fin dove si sono spinti, cosa hanno scoperto. Il Maestro sta seguendo da tempo un mio lavoro sulla Traslazione e lo spostamento. Le nuove declinazioni di questa mia ricerca lo interessano sempre.

Parliamo del tuo lavoro. Quale la strada e il progetto che hai seguito? Quali risultati ha prodotto, quali che si distinguono in singolarità? Quali riflessioni e scelte, sottese alle immagini, avevi urgenza di rendere visibili?

Traslazioni Bengalesi. E cioè lo spostamento laterale di un oggetto che in realtà rimane fermo. Ho iniziato con le metropolitane di mezzo mondo, un lavoro a cui tengo davvero tanto. Uomini che si muovono immobili, mentre pubblicità e facce li osservano. La paranoia dei nostri tempi, dove siamo vicinissimi fisicamente, ma distanti anni luce perché presi da altri tempi, altri luoghi, altri spazi. Poi, sono capitato in Bangladesh per motivi umanitari e di ricerca, e mi sono reso conto che lo spostamento dell’uomo è anche quello una traslazione. E qui i Bengalesi viaggiano sugli autobus ancora più stipati delle nostre metropolitane. Schiacciati, uno addosso all’altro, guardano fuori. Non ci sono pubblicità o faccioni che fissano l’esterno. In questo caso, sono le persone ad essere lucide e vive, nella loro condizione di vita. A volte molto triste, e lo si legge dai loro occhi; altre volte vite curiose o fiere, come quelle degli aiutanti sulle soglie delle porte che spingono i passeggeri, annunciano le fermate e le destinazioni.

Fotografate quello che pensate” Franco Fontana – Comunicare fotografando. .. è anche questo?

La forza di questa frase non è nell’imperativo Fotografate, ma nell’ottativo di Pensate. L’ottativo è il modo del desiderio e della potenzialità. Diventa quasi una sequenza: pensate, prima di scattare; pensate, ragionate, conoscete, apprendete, domandate, e poi fotografate. Se hai capito qualcosa, se ti sei domandato qualcosa e lo fotografi, lo spettatore che leggerà le tue immagini vivrà il tuo dubbio, o la tua scoperta. Ed è questa la magia della comunicazione per immagini.

Si dice che il grandangolare sia l’ottica eletta per il paesaggio. Le immagini di Franco Fontana provano il contrario. Come ti poni con il tecnicismo in fotografia?

Sono abbastanza annoiato – dal punto di vista fotografico – da lenti e sensori. Mi interessano le vecchie macchine a pellicola per i formati a cui ci si può spingere: ho una tecnica IV, ho una 6×9, e una 6×12 panoramica. Ma questo mi permette di avere supporti finali diversi e con una forza espressiva connotata. La panoramica mi permette di distorcere lo spazio e, usando tempi lunghi, anche il tempo stesso. Come uomo, invece, sono divertito dagli strumenti, ma sempre in funzione alla finalità d’uso, al motivo per cui uno le sceglie, non sicuramente perché sono più nitide o perché hanno meno rumore.
Mi piace come il Maestro stravolge le regole e le buone abitudini. E così anche io cerco di usare gli strumenti in un modo nuovo.

Franco Fontana dice di voi che siete un nuovo che si sta muovendo e crescendo. Cosa vedi per te e la tua fotografia?

Vedo un momento di enorme trasformazione. La prima ondata di fotografi nativi digitali si sta smorzando, ma il mondo di chi ama la fotografia è interessata solo ai grandi Maestri. Non c’è attenzione per gli emergenti, non c’è interesse per chi sta sviluppando con nuovi metodi le storie attuali del nostro tempo. Per questo il lavoro di Franco Fontana con i suoi “Quelli” è straordinario. È uno dei pochi che si interessa di chi sta emergendo, o di chi sta raccontano il nostro ora.

C’è similitudine tra fotografia e parola?

Una dolorosissima tensione incrociata. La parola si tende asintoticamente all’evocazione immaginifica. La fotografia cerca disperatamente di narrare concetti complessi. La commistione delle due può essere esplosiva e fruttifera. Già nel 2002 ho concluso un progetto che alternava fotografie e racconti, si chiamava Invasione.

Quali sono le influenze esterne e convergenti, oggi, che ispirano il linguaggio espressivo della fotografia?

Ognuno decide da cosa farsi influenzare. Dalla politica, ai santoni, ai guru.
Ho deciso fin da giovane età di farmi influenzare da più cose possibili. Soprattutto la letteratura, che evoca, non descrive. Quello che mi influenza maggiormente è il senso e il pensiero. Cerco di mescolarli e avvinghiarli, per rendere le storie quanto più soggette alla percezione sensoriale, e quanto più evocatrici di pensiero.

Oggi esistono fotografie memorabili? Se escludiamo i già grandi soliti noti?

Il dramma di quest’epoca non è la mancanza di fotografie memorabili, ma la velocità con cui vengono proposte. Gli amatori della fotografia, i visitatori medi non addetti ai lavori, hanno davanti a loro una tale produzione fotografica che non riescono a discernere, non trovano gli strumenti per capire, e quindi si rifugiano nei Grandi. Perché lì stanno al calduccio, sanno che sono stati etichettati e certificati come tali, e questo li rassicura.

Se da un lato le fotografie memorabili vengono inghiottite da scroll, blogroll, gallery on line, dalla proliferazione di festival, dal caos della decontestualizzazione, dall’altro la grande attenzione per la Fotografia produce manifestazioni di grande valore, ad esempio la Settimana della Fotografia Etica di Lodi, la cui forza estrema è l’approfondimento.

Fotografia artistica … Aimée Beaubien, Christophe Jacrot, Jacob Aue Sobol, Clarissa Bonet, Adriana Lestido, Keizo Kitajima, Hellen van Meene … per intenderci sono così etichettati…cosa fa di un’immagine una foto artistica? O è il progetto l’idea che la rende tale?

La fotografia è uno strumento. Come la parola. Si può usarla per scrivere un cartello sul muro, un articolo di un giornale, o un poema epico. Il luogo della fotografia artistica la colloca e la identifica. Poi il progetto, la continuità narrativa ed espressiva, la poetica, i temi trattati, il tono e l’afflato, in definitiva lo stile, rendono una storia Epica, Artistica, Memorabile, Imperdibile, Immortale.

Cosa pensi dell’inarrestabile progresso tecnologico in fotografia e quanto influisce sul tuo lavoro. Post produzione? In che termini e misura?

Charles Bukowski, utilizzando il suo primo Macintosh, sospirava sulla quantità di produzione letteraria che aveva incrementato, e a quanto avrebbe potuto scrivere se lo avesse posseduto prima. La prima produzione fotografica si è triplicata dall’uso della tecnologia digitale. Non bisogna pensare solo allo scatto o al sensore, ma soprattutto all’archiviazione, all’accesso ai file e ai contenuti, alla possibilità di montarli in libri o in video. Come ogni strumento, uso la post produzione non per esercizio ginnico o virtuoso, ma per uno scopo ben specifico. Sto studiando proprio in questo periodo una migliore correzione del colore, per rendere più forte il contrasto del Bengala, togliendo dominanti magenta.

Cos’è per te la fotografia e quale il valore intrinseco di uno scatto.

Come fotografo di strada, sono sempre alla ricerca disperata dell’istante non costruito che raccolga in sé tutti gli elementi della storia. Come ricercatore divento convinto che un istante abbia altre componenti narrative, come il progetto (o la tesi), la sequenza (lo scatto prima e lo scatto dopo), e la didascalia.

Andrea Simeone

Nasce a Napoli, nel 1975. Scrive e fotografa cercando.

Il suo primo romanzo, Recinto di Porci, é stato pubblicato da Pequod nel Novembre del 2007. La sua ricerca fotografica parte dalla fotografia di strada e dalla ricerca in bianco e nero, dalla casualità delle combinazioni plastiche, dal caos, dalla strada.
Nei suoi lavori sono fondamentali l’analisi e la critica sui moderni canoni di bellezza, sulla politica dell’infelicità, toccando la pura fotografia di ricerca, fino ad arrivare alla ricerca sulla memoria e sui cimiteri di guerra.

Franco Fontana e Quelli di Franco Fontana

a Spazio Tadini

preview a invito sabato 22 ottobre 2016 dalle ore 18:30 (per accrediti giornalisti e blogger: mail a Melina Scalise: ms@spaziotadini.it )

apertura al pubblico da domenica 23 ottobre a domenica 20 novembre

orari: da mercoledì a sabato 15:30 – 20:30, domenica 14:30 – 18:00 – chiusura: lunedì e martedì

Ingresso  5 euro

Insieme a Fontana: Alex Mezzenga, Andrea Razzoli, Andrea Simeone Sarchi, Dario Apostoli, Denis Aimar, Elena Melloni, Fausto Corsini, Francesca Della Toffola, Francesco Bucchianeri, Franco Sortini, Lisa Berbardini, Marco La Vista, Massimo De Gennaro, Michela Petti, Paolo Guidotti, Roberto Mirulla, Silvia Dominici, Mirko Lamonaca, Fabrizio Maestroni, Carolina Cuneo, Tea Giobbo, Valeria Fioranti, Maria Rossi, Marzia Braulin, Laura Fabbri, Paola Musumeci, Roberto Tibuzzi, Giuliana Mariniello, Mauro Faletti, Alessandra Carosi.

contatti Milano Arte Expo: mail: milano.arte.expo@gmail.com – telefono: +393662632523

Per recensioni, redazionali e banner sul magazine online, contattate Carmela Scalise, telefono +393664584532

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