Gianni Berengo Gardin fotografo – di Francesco Tadini

Gianni Berengo Gardin

Gianni Berengo Gardin – I Grandi Fotografi – a cura di Francesco Tadini per Milano Arte Expo

Gianni Berengo Gardin fotografo – di Francesco Tadini per Milano Arte Expo. La tecnica in un pomeriggio si impara… La fotografia è un mestiere come un altro, come l’architetto, il dottore, l’ingegnere: devi studiare quattro o cinque anni… studiare i grandi maestri. Molti non guardano le fotografie degli altri. In una recente intervista per Rai News 24 Gianni Berengo Gardin sottolinea l’importanza della cultura fotografica, nell’approccio alla disciplina. Metodo che non ci stancheremo mai di suggerire anche a chi voglia fare l’artista…

L’Italia e la sua storia recente, è stata descritta, vissuta e tramandata anche da grandi scrittori e giornalisti … ma se dovessimo trovare colui che ha saputo raccontarla meglio con le immagini, la ricerca ci porterebbe rapidamente a Gianni Berengo Gardin. … Il fotografo che ha sempre proposto delle bellissime, straordinarie foto… no, forse questo non è il termine adatto. Forse Gardin si incazzerebbe se sapesse che abbiamo usato questo termine. Ma di questo parleremo più avanti.
Nato nel 1930 a Santa Margherita Ligure, un piccolo comune in provincia di Genova.
La passione gli scoppia in giovane età, quando uno zio che vive in America gli invia dei libri di Eugene Smith, Dorothea Lange… Tutti consigliati da un suo amico: Cornell Capa, fratello del famosissimo Robert.
Suo zio non lo sa ma con quei libri ha fatto conoscere i miti della fotografia americana ad un italiano, in netto anticipo rispetto ai tempi. Lo studio di questi maestri portarono ad un cambiamento sostanziale nel processo cognitivo fotografico di Gardin, che ancora oggi ringrazia quello zio per lo splendido regalo che lo ha portato a collezionare più di 3000 libri sul genere.
In questo periodo si trasferisce a Parigi, dove vi rimarrà per due anni e dove lascerà il suo cuore.
In quegli stessi anni in Italia era vietato baciarsi, in quanto oltraggio al pudore. Appena Gardin mise piede a Parigi rimase scioccato da tutte le coppie che si baciavano, venendo da un contesto così occlusivo come quello cattolico italiano, e cominciò a fotografare tutti quei baci, come segno vero del romanticismo e del sentimento. Il fotografare i baci è un modus operandi che continuò anche in Italia.
Come non innamorarsi dello scatto Parigi 1954vedi al LINK – in cui una coppia seduta sulla panchina si scambia un dolce bacio mentre dietro di loro insorge la scia veloce di un tram. Il lato destro della foto è vuoto mentre la scena è pienamente vissuta solo nel lato sinistro, questo colpo d’occhio riesce a incastrare perfettamente i due amanti in corrispondenza del tram, divenendo sia un simbolo d’amore ma anche della velocità con cui scorre il tempo quando si è innamorati.
In 1959 Piazza San Marco – >LINK – la storia si sposta nella famosa piazza veneziana. La coppia è centralizzata al centro della scena, una galleria di archi e colonne che enfatizzano il gesto all’ennesima potenza, in basso e in movimento ci sono dei piccioni che caratterizzano il luogo dandogli subito una connotazione temporale. La cosa che stupisce è l’estrema naturalezza della foto, i personaggi si baciano ma non sanno di essere ripresi. L’osservatore che guarda la scena è un intruso che vorrebbe andar via per non disturbare ma è attratto dal sentimentalismo della scena come un qualsiasi spettatore davanti a un bacio al cinema.
Ma il bacio più iconografico della carriera di Gianni Berengo Gardin è, forse, Caffè Florian di Piazza San Marco – >LINK – Qui la scena ripresa è confusionaria, ci troviamo di fronte a un caffè, le cui vetrine riflettono in un gioco di specchi gli avventori al suo interno e la piazza antistante. Il gioco tra ombre e luci crea un dinamismo vivo e vibrante. Ma l’attenzione è quasi subito decentralizzata verso il lato esterno sinistro, dove magicamente non c’è alcun alcun riflesso, eccetto quello di poche luci, e la visione appare nitida e chiara. Una giovane coppia è seduta a un tavolino e si bacia appassionatamente, non sapendo che l’occhio attento di Gardin è pronto a immortalarne il momento.
Spontaneità pura. È questo che cerca il fotografo, nulla deve essere in posa, tutto è delineato dal caso.
Nel periodo francese incontrò diversi fotografi francesi come Boubat, Doisneau e Ronis. Proprio quest’ultimo ebbe una grande influenza sul suo lavoro, e quando la critica ha paragonato Gardin a Cartier Bresson lui ha sorriso, ma ha specificato di sentirsi piuttosto come un Willy Ronis italiano. Henri Cartier Bresson rimane comunque un suo grande punto di riferimento, incontrato anni dopo il suo trasferimento a Parigi, quando già era ultra famoso e quasi impossibile da incontrare. Da Bresson ricevette anche una dedica personalizzata, ancora oggi motivo di vanto.
Comincia a dedicarsi seriamente alla fotografia a 24 anni, nel 1954.
Era sposato e aveva due figli, lavorava in un negozio e aveva il pane da mettere in tavola ogni giorno, ma non gli bastava.
Un giorno, Romeo Martinez, direttore della rivista Camera, a Venezia per la Biennale gli chiede quando diventerà professionista. In quel momento Gianni gli dice che non ci pensa nemmeno, ha paura della precarietà. Ma Martinez lo convince, lui sa che sfonderebbe.
Il tarlo ha cominciato a invadere la sua testa e di lì a poco, praticamente il giorno dopo, il fotografo venderà il negozio garantendo un’entrata per almeno quattro anni. Si trasferirà a Milano e comincerà la gavetta che lo porterà a lavorare per diverse riviste e pubblicità.
La vera occasione arriva con Il Mondo che gli propone dei lavori come fotoreporter.
Sarà una delle tante collaborazioni che permeeranno la sua carriera, da Domus a Epoca, da Le Figaro al Time.
Queste collaborazioni gli hanno permesso di entrare nel vivo dei contesti storici più importanti, dandogli anche visibilità in altri campi come la pubblicità e l’arte.
Per la pubblicità ha infatti siglato diverse campagne di Procter & Gamble e di Olivetti.
Mentre l’amicizia con Carlo Scarpa gli ha permesso di documentare diversi lavori dell’architetto, come la tomba trevigiana Prion.
Negli anni ’70 il tema del manicomio era molto sentito, migliaia di persone erano costrette all’inesistenza dell’esistenza, prigionieri di luoghi che non solo non li curavano, ma ne minavano la salute stessa.
In quel periodo Gardin, svolge un reportage su questi luoghi malsani, con la collaborazione di Carla Cerati.
Basaglia stava compiendo una crociata contro i manicomi che sarebbe sfociata nella famosa Legge Basaglia, ovvero la legge 180/78. Il reportage che ne conseguì fu un valido aiuto per smuovere la coscienza popolare e indignare chi non aveva idea delle condizioni a cui erano costretti gli internati.
Il titolo del progetto è Morire di Classe – vedi LINK – ed è stato pubblicato in un libro omonimo, edito da ContrastoBooks.
Le fotografie, tutte in bianco e nero, sono sconcertanti. I protagonisti sono soli, indifesi, malandati nel corpo e nella mente. Gardin li riprende in attimi di vita, mentre si nascondono, mentre coprono il volto tra le mani, mentre sono legati a letto, mentre non sanno dove andare, cosa fare e con chi parlare. Chi osserva queste foto sente un disagio salire dalle viscere, è troppo pesante l’aria che si respira, troppo tenue la luce in questi ambienti, troppo claustrofobiche le mura. Il desiderio è scappare via, da quelle immagini così come dai manicomi.
Gianni Berengo Gardin diede una grossa spinta a Basaglia, più di quanto avrebbe immaginato.
Nel 1981 documentò il lavoro Legarsi alla montagna una delle prime performance artistiche italiane, a cura dell’artista Maria Lai nel piccolo comune di Ulassai. Il progetto originale prevedeva la realizzazione di un monumento in ricordo dei caduti in guerra ma l’artista non era d’accordo. Conosceva bene la storia/leggenda della montagna smossa che uccise tre bambine, lasciandone viva solo una, con un nastro celeste in mano.
L’artista decise di rispolverare questo antico ricordo del paese legando ogni abitante del paese l’uno all’altro con un lunghissimo nastro celeste (circa 27 chilometri) e al termine legò quegli stessi nastri al monte più alto di Ulassai, il Monte Gedili. Simbolicamente il paese venne legato alla montagna.
Le fotografie che nacquero da quest’esperienza furono una forte testimonianza di un evento artistico unico nel suo genere.
Un altro reportage molto importante per la sua carriera è la serie di foto dedicate agli zingari.
L’Associazione per la Difesa dei diritti delle minoranze di Firenze contattò Gardin per documentare la vita delle etnie minori come quella dei ROM. Bruxelles metteva a disposizione un’ingente somma per questo proposito ma il fotografo decise di farlo in maniera del tutto gratuita, per spirito sociale e per denunciare pubblicamente le condizioni degli zingari.
Un suo amico, fotografo, gli fu molto utile e gli consigliò come fotografarli, proprio lui che del genere è diventato un’icona: Koudelka.
Dormì con loro per quasi due mesi, facendosi accettare e scoprendo e riscoprendo la loro cultura. Il risultato di quel progetto fu un’istantanea in bianco e nero della loro “disperata allegria” che da una parte ha reso comprensibile alcuni meccanismi della loro cultura e dall’altra li ha avvicinati alla collettività sociale.
La disperata allegria diverrà anche il titolo del libro pubblicato con il nome La Disperata Allegria – vivere da Zingari a Firenze che vincerà l’Oscar Barnak nel 1994.
Molte sono state le esposizioni dedicate al fotografo: dalla retrospettiva del Museo dell’Elysée a Losanna nel 1991, passando per la mostra dedicata all’arte italiana del Museo Guggenheim, New York, nel 1994, la mostra alla Leica Gallery, e poi ancora Roma, Parigi, Venezia e altre ancora.
Non mancano nemmeno i premi e i riconoscimenti come la laurea honoris causa in Storia dell’Arte, all’Università di Milano e l’Ambrogino d’oro, sempre nella stessa città.
Città in cui ha vissuto, nel periodo post-veneziano, e a cui ha dedicato una serie di reportage sulla vita milanese e i suoi cittadini.
Da grande estimatore dei libri fotografici, ne ha pubblicati 210 come:’Toscana’, ‘Francia’, ‘Roma’, ‘Dentro le case’, ‘Dentro il lavoro’, ecc.
Il fotografo è tuttora in attività, nel 2013 ha infatti collaborato con Itart, prestando le sue opere per la creazione di T-Shirt artistiche certificate.
Fa parte dell’agenzia Contrasto dal 1990, creatrice di eventi, mostre e pubblicazione di libri fotografici. Inoltre è membro del Circolo Fotografico La Gondola.
La sua carriera è pregna di progetti, collaborazioni e fotografie bellissime…. Ah già, è vero. Non bisogna mai usare questo termine per le sue fotografie, e per le fotografie in generale. Il motivo? Durante il suo apprendistato fotografico, Ugo Mulas gli mostrò i suoi scatti.
Ad ogni fotografia, Gardin commentava con un bellissima, e ad ogni commento Mulas si innervosiva. All’ennesimo vezzeggiativo, scoppiò.
Gli spiegò che nella fotografia non esiste una bella fotografia, perché sarebbe una cosa vuota, superficiale, quadri perfetti dall’estetica inopinabile adatti ad essere appesi e dimenticati. Esiste invece una buona fotografia.E queste due parole non erano affatto sinonimi. Bello non è buono e un fotografo deve preoccuparsi di fotografare buoni scatti. Perché sono questi a comunicare qualcosa. Sono questi il risultato della vera passione. Sono questi ad essere scattati con la mente e non solo con l’occhio.
Da allora Gardin non ha più commentato una foto usando quel termine. Da allora sono esistite solo le fotografie buone. E lui ne ha fatte. Ne ha fatte tante!

Link consigliati:
http://www.mostraberengogardin.it/
http://maledettifotografi.it/interviste/berengo-gardin/
https://www.nikonschool.it/sguardi/85/gianni-berengo-gardin.php
http://www.palazzoesposizioni.it/categorie/mostra-gianni-berengo-gardin-vera-fotografia

Grandi fotografi

Gianni Berengo Gardin

a cura di Francesco Tadini

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contatti Milano Arte Expo: mail: milano.arte.expo@gmail.com – telefono: +393662632523

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