Francesco Cito, fotografo – di Francesco Tadini

Francesco Cito

Francesco Cito – i grandi fotografi – rubrica di Francesco Tadini

Francesco Cito, fotografo – di Francesco Tadini per Milano Arte Expo – Intervistato dalla rivista di fotografia Image Mag, diretta da Mosè Franchi, alla domanda “Qual è la qualità più importante di un fotografo come te?“, il grande reporter Cito risponde che è il talento giornalistico, l’abilità di raccontare i fatti in senso stretto. Occorre conoscere la realtà a fondo: in caso contrario è meglio non fotografare.

Mercoledì 16 novembre 2016 alle ore 19:30a Spazio Tadini il terzo Incontro con L’Autore – serie di appuntamenti con la fotografia e gli autori – è con Francesco Cito. Incontro con l’Autore è un evento all’interno delle attività e delle mostre dedicate alla fotografia a cura di Federicapaola Capecchi e della collaborazione tra Spazio Tadini, Mosé Franchi e Image Mag, la rivista bimestrale di grande formato che racconta storie di fotografi e di fotografia.
Federicapaola Capecchi introdurrà l’autore presentandone il lavoro e, insieme a Mosé Franchi, direttore della rivista Image Mag, intervisterà Cito. Consigliata la registrazione: federicapaola@spaziotadini.it – Sarà possibile anche visitare la mostra in corso: Franco Fontana e Quelli di Franco Fontana.

Nella vita siamo stati testimoni, diretti o indiretti, dei più grandi eventi storici. Questo è perché i fatti sono stati documentati con la forza della penna, la perseveranza della memoria e il coraggio di un’immagine. Responsabili di quest’ultimo mezzo sono i fotoreporter.
I fotoreporter sono eroi che consegnano le storie alla Storia e lo fanno senza chiedere riconoscimenti né premi. Lo fanno perché è così che deve essere, è così che è stato ed è così che sarà per sempre.
Francesco Cito è un fotoreporter che ha onorato questa classe di fotografi, con i suoi intensi scatti e la sua carriera tuttora in attività.
L’inizio di Cito è a Napoli, città che gli ha dato i natali nel 1949.
La sua infanzia scorre tranquilla e i suoi studi sono lontani dalla fotografia, passione che comincia a coltivare relativamente tardi.
Una piccola scintilla è accesa durante l’adolescenza, quando sfoglia il giornale Epoca e conosce Walter Bonatti, l’alpinista dalle incredibili avventure che gli valsero il titolo di Re delle Alpi. Si appassiona al personaggio ma anche alle foto che lo ritraggono durante le sue esplorazioni, Francesco Cito ama il personaggio che si staglia davanti l’obiettivo così come il fotografo che, fermo e impassibile, rimaneva dietro. Nascosto dal suo anonimato, lasciando parlare solo le sue immagini. Collega la macchina fotografica all’avventura, e questo binomio lo seguirà per tutta la vita.
Nel 1972 decide di lasciare gli studi e comincia a girare l’Europa come molti giovani in cerca di una strada, a un certo punto approda a Londra ma la fotografia non è ancora tra i suoi piani pur continuando ad essere appassionato di cinema, non alle trame né ai suoi personaggi ma al modo di riprendere una scena, le luci scelte, le inquadrature mirate, gli zoom…
È quando prende in mano una macchina fotografica Nikon F2 che quella scintilla, coltivata anni prima, divampa e decide di studiare fotografia alla Royal Art College. Il suo obiettivo era imparare, diventare bravo e finire proprio su quella rivista, Epoca, da cui tutto era cominciato.
Ma il college era troppo caro e complicato per una persona che non conosceva ancora bene la lingua, perciò lascia tutto e impara da solo.
I suoi primi lavori sono legati alla fotografia di spettacolo, nel 1975, per il settimanale inglese Radio Guide – supplemento del TV Times magazine – girerà tutta l’Inghilterra fotografando cantanti e musicisti pop-rock in concerto, da Eric Clapton ai Rolling Stones. È il giro giusto per imparare la tecnica e coltivare la velocità di scatto che sarà fondamentale in alcuni momenti dei suoi progetti futuri.
Le sue foto vengono notate e, da freelance, collabora con il The Sunday Times e L’Observer. Proprio il primo lo premierà con la copertina de ‘La Mattanza’.
Ma non sarà il primo reportage in assoluto per la rivista.
Vivendo in Inghilterra, Francesco Cito comincia a guardare i magazine inglesi, trovando oro nascosto tra le loro pagine. Ad un tratto Epoca fa parte di un’epoca ingenua passata, limitata; l’obiettivo adesso era pubblicare sul Sunday Times. Ma come?
Contattò l’editore, che si mostrò interessato in special modo alle sue origini. Perché non documentare il contrabbando a Napoli?
Francesco si mostrò incline al progetto e per mesi, con le sue due Nikon, seguì la polizia, scattando foto agli arresti e partecipando alle irruzioni. Il suo impegno venne ricompensato e il reportage venne pubblicato. La cosa incredibile è che Epoca si accorse di Cito, e gli venne presentato come ‘il fotografo che è finito sul Sunday Times’. Incredibile la trama contorta della vita.
La mattanza (diviene copertina di The Sunday Times mag) era un reportage sull’antico modo siciliano di pescare i tonni. Esso rivela già la finissima tecnica del fotografo che propone, in bianco e nero, una serie di scatti di pescatori e pesca cogliendo l’istantaneità degli attimi, l’estrema naturalezza dei loro gesti e la nobiltà del lavoro di mare.
Nel 1980 riesce a entrare clandestinamente in Afghanistan, dilaniata dall’Armata Rossa. I suoi piedi macinarono 1200 chilometri, percorrendo lo stato in lungo e in largo. L’esperienza sarà costruttiva per il suo lavoro, professionalmente ed emotivamente parlando.
Le foto scattate in questo periodo colpiscono come uno schiaffo a mano aperta, Cito riusciva a mantenere il sangue freddo e a fotografare situazioni estreme.
Un esempio è Afghanistan, 1980 – la potete vedere al >LINK – con il mujahideen di Jebhe-Nejat-e Melli che mostra il Corano, mentre guerriglieri alle sue spalle imbracciano le armi. La foto venne scattata a colori e colpisce per i toni cupi e scuri che contrastano con le pagine bianche del Corano. Negli sguardi degli uomini una fierezza cupa.
Apparentemente diversa, la fotografia della bambina della stessa serie. Da sola, sporca, con i capelli arruffati e un ciucciotto rosa. La bambina avrà un anno o due e attende sua madre, una profuga in fuga dal villaggio a causa dei soldati sovietici. Anche questa foto è a colori, la bambina è una macchia rossa in un campo ingiallito con una copertina blu a farle compagnia. Nel suo sguardo la stessa fierezza cupa del mujahideen. Segno che in Afghanistan non c’è spazio per fermarsi, tutto cresce e muore nel giro del giorno e Francesco Cito impara a lasciare sepolto il lato più sensibile di sé, impara a scacciare la paura.
Più volte dirà di non sentirsi un eroe e di non avere paura durante i suoi viaggi, non meno di un viaggio in autostrada.
Nel 1982 ritorna nella sua Napoli, per effettuare un reportage sulla camorra – guardate alcune delle foto al > LINK – Il servizio finirà sulle pubblicazioni di tutto il mondo.
Le fotografie ritraggono boss, giovani affiliati, cadaveri in mezzo alla strada coperti da un sottile lenzuolo bianco da cui sgorga un rivolo di sangue. Immagini forti, estenuanti e crude come la stessa camorra è.
L’anno successivo verrà inviato da Epoca nel Libano, per documentare lo scontro tra i siriani di Abu Mussa e i sostenitori di Arafat.
Nel 1984 andrà in Palestina, nei territori occupati della Cisgiordania e nella striscia di Gaza, seguendo l’Intifada dal 1987 al 1993 e dal 2000 al 2005.
La foto Palestina, 1994 diverrà un’icona di quegli anni, con un soldato armato e un bambino.
L’inquadratura è molto stretta tanto che del soldato si vedrà solo l’M16, il bambino, di profilo, rivolge uno sguardo sorpreso al soldato mentre sullo sfondo c’è un suo amichetto su un triciclo.
Il paradosso del gioco che incontra la guerra è un mattone che si attanaglia alla mente e non va più via.
Francesco Cito riesce a fare proprio questo, rappresentare il lercio di un’umanità disumana ma senza scadere nell’ovvio, nello scontato. Lo fa ponendo il suo occhio sulle piccole cose, da sempre rivelatrici di verità scomode.
Durante questo progetto in Palestina, il fotografo verrà ferito tre volte.
Nel 1989 ritornerà di nuovo in Afghanistan, per conto del Venerdì di Repubblica. Ancora una volta sarà costretto a seguire la via clandestina ma questa volta, a differenza della precedente, dovrà documentare il ritiro sovietico.
Nei pressi di Maiwand, Afghanistan 1989 sarà lo scatto epocale di quest’altra impresa, con un guerrigliero afghano con in mano la testa del nemico.
Nel 1990 andrà in Arabia Saudita, con i Marines americani per seguire l’invasione e la successiva liberazione del Kuwait, nel 1991.
Per tutto il decennio lavorerà e documenterà i conflitti sociali di Kosovo, Albania, Bosnia. Proprio in Albania darà voce alla barbara pratica del Codice Kanun, un insieme di leggi trasmesse oralmente di padre in figlio, in cui non vi era alcuna autorità e autonomia decisionale della famiglia eccetto che nel pater familias.
Chiunque trasgredisse queste regole sarebbe costretto, con l’intera famiglia, alla vendetta del leso.
Lan Lagaj e la sua famiglia barricati in casa per sfuggire alla vendetta del Codice Kanun‘ spiega benissimo con una sola immagine questo concetto. La fotografia ritrae una famiglia, stretta intorno agli elementi più anziani, gli unici seduti sulle sedie. Il capofamiglia è riconoscibile perché è l’unico con un fucile, per difendere la sua famiglia. La finestra alle loro spalle è chiusa, perché i membri della famiglia sono costretti a vivere barricati in casa per non incorrere nella vendetta della famiglia lesa.
Durante questo decennio tornerà in Italia per documentare altri episodi di mafia e camorra ma anche eventi sociali come il Palio di Siena che gli varrà il primo posto al World Press Photo del 1996. Questo riconoscimento arriva l’anno successivo alla sua partecipazione, sempre al World Press Photo, con la serie Neapolitan Wedding Story.
Un progetto dedicato al matrimonio napoletano, che lascia sorpresi per la mancanza di colori, gioia e aspetti tipici della festa.
Francesco Cito decide infatti di rappresentare il lato buio della cerimonia. Riprendendo gli sposi nella decadenza dei quartieri poveri o lasciando le spose in sospeso mentre alle loro spalle si ergono figure in nero, contrite e misteriose.
Questo punto di vista alternativo avrebbe sorpreso i giudici, premiandolo con il terzo posto.
Il 1997 vince il premio Città D’Atri per il suo lavoro svolto in Palestina, mentre nel 2001 il Leica Oskar Barnack, gli conferisce la menzione d’onore per il reportage Sardegna. In quel periodo, Francesco Cito passa un periodo nell’isola per rappresentare gli itinerari non turistici, alla riscoperta delle tradizioni sarde.
Parte di questo lavoro è stato pubblicato in un libro fotografico.
Nel 2007 verrà invitato da Sakhalin in Russia per documentare i nuovi giacimenti petroliferi dell’isola e dell’impatto sociale che hanno avuto.
Una commissione a cui ne farà seguito un’altra nel 2012 di Van Cleef & Arpels, casa di gioielli parigina, che chiede al fotografo di creare un reportage sull’artigianato dei propri gioielli.
Entrambe le commissioni sono state pubblicate in volumi tradotti in diverse lingue.
Molti altri premi e collaborazioni sono stati raggiunti dal fotografo che continua a lavorare con la stessa passione e lo stesso istinto.
Non sorprende che sia stato definito il miglior fotoreporter italiano, per la sua immediatezza, il suo occhio elegante e attento e il suo talento innato.
Le sue focali sono estreme, solitamente Francesco Cito usa un obiettivo 18mm per allargare quanto più possibili l’orizzonte. Come se esso non fosse mai abbastanza grande, abbastanza vasto.
Il direttore di Epoca ha detto che Cito è “uno che trova merda anche dove non c’è“. Ed è vero, Francesco scava, scava, scava fino a trovare l’introvabile. Non rimane fermo alla superficie ma cerca, anche a discapito di se stesso, di trovare il punto di rottura, la crepa nel vetro, la cicatrice nella corteccia.
Le fotografie di questo fotoreporter sono l’antitesi del bello inteso come oggi vogliamo intenderlo. Non sono effimere, non sono superficiali, non hanno elementi di abbellimento. Lo stesso colore è stato abbandonato anni fa, quando distraeva lo spettatore e non gli lasciava vedere oltre.
Il bianco e nero ha uniformato il tutto, rendendo la scena protagonista assoluta e unica.
E a chi chiede a Cito, chi sia il suo fotografo preferito, risponde che sicuramente non è Bresson. Nonostante sia stato il capostipite del cogli l’attimo, elemento essenziale per ogni fotoreporter. Troppo delicato, troppo freddo, troppo insofferente. Francesco appartiene alla scuola di Eugene Smith.
Quella dei fotoreporter nudi, quella dei fotoreporter che non hanno paura, quella dei fotoreporter che consegnano le loro storie alla Storia.
Link di approfondimento:
http://www.francescocito.it/
http://icon.panorama.it/eventi/in-viaggio-fotografie-francesco-cito/
http://www.studiofahrenheit.it/gallerie/francesco-cito-portfolio

Grandi fotografi

Francesco Cito

a cura di Francesco Tadini

Leggi gli altri post della rubrica sulla fotografia e le mostre fotografiche curata da Francesco Tadini su Diane Arbus , Annie Leibovitz , Helmut NewtonAnsel AdamsAndré KertészDorothea LangeArt Kane , Brassaï , Robert DoisneauRobert Mapplethorpe, Franco Fontana , Josef Koudelka

contatti Milano Arte Expo: mail: milano.arte.expo@gmail.com – telefono: +393662632523

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