Marco La Vista – mostre fotografiche Milano

mostre fotografiche Milano

mostre fotografiche Milano, Marco La Vista a Spazio Tadini con Franco Fontana e 31 fotografi

Mostre fotografiche Milano – Marco La Vista a Spazio Tadini con Fontana e i 30 fotografi selezionati dal maestro. La Vista è nella Sala delle Colonne, al livello 1 della Casa Museo di via Jommelli 24clicca e vedi i dettagli della mostra Fontana e Quelli di Franco Fontana – in compagnia di Roberto Del Bianco, Laura Fabbri, Andrea Simeone Sarchi, Teo Giobbo, Elena Melloni, Francesco Bucchianeri, Roberto Mirulla e Lisa Bernardini. L’intera esposizione è a cura del direttore della rivista di fotografia Image Mag, Mosè Franchi e di Federicapaola Capecchi, della quale sono anche i testi e le interviste qui pubblicate.

Marco La Vista

Marco La Vista, Assenze Presenti

Marco La Vista presenta Assenze Presenti, fotografia di architettura con un animo. Di solito la fotografia di architettura, formalmente perfetta, risulta spesso arida. Sovente in bianco e nero mira a mettere in risalto la geometrica perfezione degli edifici (interni o esterni), cosa che la rende, ogni tanto, poco comunicativa. Nelle fotografie di Marco La Vista abbiamo il colore invece del bianco e nero, non abbiamo nessuna presenza umana – come da regola -, la perfezione geometrica anche nell’inquadratura, quasi sempre frontale, e abbiamo un uso del nero dominante che esalta ancor più la bellezza formale, e trasmette l’anima e il carattere dell’edificio. Volendo anche di quello che vorremmo noi accadesse in quell’interno: potremmo riempire ognuna di quelle sedie grige con numerose persone e volti espressivi. Creando persino una relazione tra le presenze e l’edificio. Non ho avuto ancora modo di verificare con La Vista se usa dei filtri ma il risultato non cambierebbe: esalta il nero come se fosse un soggetto capace di far immaginare infinite cose e situazioni, e di restituire un carattere all’edificio. E l’improvviso giallo, come una strada diretta verso lo sguardo di chi osserva, enfatizza e da profondità a questa sensazione. Realizza una visione notturna, sembra senza curarsi molto di controllare il colore che assume la luce (artificiale?) nella fotografia, ma nel senso che sembra più attratto dallo sfruttare tutte le possibilità che le fonti di luce possano generare, dando così vita ad una scena. Ogni primo piano, altezza, profondità viene assorbito in questa nera oscurità che ci consente di esplorare punti di riferimento nuovi, insegnandoci a guardare bene e orientarci al buio, al limite del visibile. Mistero, forse solitudine, inquietudini, suoni e desideri, ogni Assenza la racconta, al presente, condensando in un’immagine una storia.

Federicapaola Capecchi – Cos’è per te la fotografia e quale il valore intrinseco di uno scatto?

Marco La Vista

Marco La Vista, Assenze Presenti

Marco La Vista – La fotografia è per me uno strumento per conoscere meglio me stesso e la realtà che mi circonda, in qualche modo da una foto può emergere molto di noi piuttosto che del soggetto fotografato.

Il valore intrinseco di ogni scatto è quindi quello di sottrarre un pezzetto di noi stessi al caos rappresentativo che ci circonda.

Cosa pensi dell’inarrestabile progresso tecnologico in fotografia e quanto influisce sul tuo lavoro. Post produzione? In che termini e misura?

Il progresso tecnologico va, secondo me, vissuto come un’opportunità; ci si trova a volte in alcuni progetti a voler rappresentare qualcosa che il nostro mezzo tecnico non è in grado di riprodurre, ed allora “possedere” uno strumento tecnologicamente adeguato può contribuire alla riuscita del nostro scopo. Detto questo non mi faccio tirare dentro al turbine evolutivo dei mezzi tecnologici più del necessario. Per quanto riguarda la postproduzione la mia posizione si è rivelata essere la stessa del Maestro Fontana, ovvero quella di vedere la postproduzione come uno strumento per arrivare a rappresentare ciò che volevamo esprimere, così come la camera oscura era negli anni passati, senza nessuna demonizzazione gratuita, ma rispettando rigorosamente il pensiero che ha generato l’immagine.

Si dice che il grandangolare sia l’ottica eletta per il paesaggio. Le immagini di Franco Fontana provano il contrario. Come ti poni con il tecnicismo in fotografia?

La tecnica è sicuramente un elemento importante, va conosciuta e padroneggiata nella misura in cui può sostenere la nostra ricerca, detto questo credo che quando il pensiero fotografico è ben delineato e consapevole, ovvero si è in qualche modo trovato e quindi riconosciuto qualcosa che si stava inconsapevolmente cercando, allora il tecnicismo può essere superato ed addirittura ignorato, perché il messaggio è così forte da poterne fare a meno. Tra i paesaggi più datati di Franco Fontana, ce ne sono alcuni che ha realizzato con ottiche piuttosto ampie, possedeva soltanto quelle, e poi, per poter rappresentare ciò che aveva visto, è dovuto intervenire fisicamente sul negativo, ritagliandolo il necessario. Il tecnicismo è un mezzo per ottenere la realizzazione del proprio pensiero fotografico. La vera macchina fotografica, come risponde spesso Franco Fontana, risiede nella nostra testa!

Marco La Vista

Marco La Vista, Assenze Presenti

Fotografia artistica … Aimée Beaubien, Christophe Jacrot, Jacob Aue Sobol, Clarissa Bonet, Adriana Lestido, Keizo Kitajima, Hellen van Meene … per intenderci sono così etichettati…cosa fa di un’immagine una foto artistica? O è il progetto l’idea che la rende tale?

Fontana cita spesso una frase di Picasso, “l’Arte è la menzogna che ci permette di conoscere la Verità”, così in fotografia bisogna essere pienamente consapevoli di avere tra le mani uno strumento che ci permette di interpretare la realtà, non di rappresentarla per quello che è, piuttosto di rappresentare il pensiero che si nasconde dietro quella fotografia. La conoscenza dei limiti del mezzo è elemento indispensabile per poter approcciare al gesto fotografico con la giusta consapevolezza, così da poter “gestire” il mezzo a favore del pensiero.

Marco La Vista

Marco La Vista, Assenze Presenti

Credo quindi che ogni fotografia che rinunci alla mera e didascalica rappresentazione della realtà, che non può comunque descrivere fedelmente perché già in partenza menomata di una dimensione, e che sia generata da un pensiero fotografico autentico, possa definirsi artistica.

Citando Otto Steiner, “La creazione fotografica assoluta nel suo aspetto più libero rinuncia ad ogni riproduzione della realtà.”

Oggi esistono fotografie memorabili? Se escludiamo i già grandi soliti noti?

Credo di si, anche se spesso foto definite memorabili devono tale appellativo allo sforzo divulgativo di terze persone, mi vengono in mente le fotografie vendute negli ultimi anni a prezzi inimmaginabili, come gli scatti di Peter Lik o di Andreas Gursky. Immagini in qualche modo spinte verso la celebrità, ma non per questo destinate ad essere considerate memorabili. È anche vero che negli scenari socio politici attuali, spesso, alcune fotografie memorabili sono legate a tragedie immani, zone di guerra, profughi disperati, atti terroristici. In questi scenari la crudezza delle immagini assieme alla sovrastruttura emotiva che li circonda, portano alla naturale produzione di fotografie indimenticabili.

Quali sono le influenze esterne e convergenti, oggi, che ispirano il linguaggio espressivo della fotografia?

Il linguaggio espressivo della fotografia è influenzato come qualunque altro linguaggio, ma in questo particolare momento storico lo è forse in misura maggiore. Infinite quantità di immagini vagano a folli velocità intorno a noi, condizionate da tendenze effimere, tutto proteso alla condivisione immediata a discapito del ragionamento e del pensiero. I social sono l’esempio più evidente di tutto questo, una corsa ai like, al consenso, e la differenza di attenzione ricevuta tra un post con immagine e uno senza è descrittiva dello stato attuale delle cose. Le influenze, perlomeno per il linguaggio di massa, hanno perso le proprie nobili origini, letteratura, pittura, scultura, teatro, musica d’autore, sulle quali bisognava investire tempo ed impegno, spingendosi verso modelli piuttosto discutibili.

C’è similitudine tra fotografia e parola?

Sono entrambi potenti linguaggi per esprimere se stessi, perché quella che apparentemente può sembrare una descrizione di ciò che ci circonda, in realtà non è altro che la rappresentazione del nostro pensiero attraverso altro. Sono strumenti estremamente diversi tra loro, la parola, come anche altri linguaggi per poter narrare un pensiero utilizza un processo additivo partendo da una sorta di “tela bianca”. Al contrario la fotografia adotta un processo di sottrazione, si parte da una realtà già esistente, in evoluzione rispetto al tempo e allo spazio, disponibile a tutti, e nell’istante in cui il pensiero diventa fotografia, si elegge una piccola porzione di realtà e questa si identifica attraverso il pensiero del fotografo. Franco Fontana ama spesso dire che “il paesaggio si fa’ l’autoritratto attraverso di lui”.

Franco Fontana dice di voi che siete un nuovo che si sta muovendo e crescendo. Cosa vedi per te e la tua fotografia?

Marco La Vista

Marco La Vista – Ironicamente, Ph Davide Consalvi

Da quando ho frequentato il workshop con Franco Fontana la mia visione della fotografia è radicalmente cambiata, messa in discussione fino al profondo, smontata fino alle fondamenta. Da quel momento ho iniziato a vivere la fotografia in maniera diversa, alla ricerca continua di me stesso, affidandomi a volte a una ricerca “casuale” della giusta ispirazione, prendo la macchina fotografica ed esco alla ricerca di qualcosa che già risiede in me, senza apparente meta. Osservandone poi i risultati a volte ci si sorprende di come emerga un pensiero netto, che codificato può trasformarsi in un progetto interessante. Spero di continuare a fotografare con il pensiero.

Fotografate quello che pensate” Franco Fontana – Comunicare fotografando. .. è anche questo?

Una delle frasi di Fontana che più spesso mi risuona in testa è “continua a fotografare quello che pensi per testimoniare quello che sei”, che poi è una sintesi del lavoro che il Maestro Fontana porta avanti oramai da tanti anni. Ecco comunicare fotografando significa anche questo, suscitare dei perché in chi osserva le nostre immagini, spingere l’osservatore a porsi delle domande sul “perché” di una certa immagine, provare ad identificare il pensiero che ha indotto un fotografo a scattare una certa immagine, filtrandolo con il proprio bagaglio esistenziale e con la propria sensibilità, restituendone poi una percezione personale propria di chi osserva.

Non vi è tra di voi nessun “Fontaniano” – permettiamoci questo termine – … Imparate da me a diventare voi … così vi ha insegnato Franco Fontana? Cosa vuol dire fotograficamente e umanamente?

Uno degli insegnamenti del Maestro Fontana è stato quello di liberarci, o almeno di mostrarci la via per farlo, da tutte le sovrastrutture imitative e non di cui eravamo carichi. Prima fra tutte la pericolosa possibilità di diventare una sua imitazione. A tal fine ha completamente demolito le nostre certezze, ci ha strappato letteralmente dalle nostre zone di confort fotografico, per lanciarci nella zona d’ombra, dell’incertezza, dell’apparente inconsapevolezza, apparente perché è proprio li che risiede il proprio io autentico. Una delle frasi che meglio ricordo del Maestro Fontana è questa “io posso soltanto illuminarvi, per un istante il percorso da compiere, come il fulmine illumina per un istante, nel buio più totale, la strada da percorrere”. Il Maestro Fontana ci ha fatto dono del suo tempo, della sua esperienza, della sua passione inesauribile, della sua umiltà, del suo pensiero, ponendosi sempre come l’ultimo degli allievi, un vero atto d’amore.

Siete un gruppo di fotografi particolarmente eterogeneo. Ciò che vi unisce in questa mostra è un’intenzionalità formale. Storie diverse, personalità fotografiche molto diverse ma unite da un percorso di avvicinamento a sé stessi e al mondo, e soprattutto a quell’attimo di equilibrio che prende corpo in una forma. Ti ritrovi? E cosa pensi abbia spinto Franco Fontana a scegliere te e il tuo lavoro?

Conoscere Franco Fontana, partecipare ad un suo workshop, equivale ad un percorso di vita, nei suoi corsi la fotografia è un assoluto pretesto, si potrebbe parlare anche di cucina. Entri nella stanza e anziché trovarti di fronte un pomposo e autoritario fotografo di fama internazionale, ti ritrovi un giovanotto carico di entusiasmo e passione, pronto a donarti una via per iniziare a risolvere te stesso, il cammino è lunghissimo e lui può farti compiere soltanto il primo passo. Nessun tecnicismo, nessuna psicosi imitativa, soltanto il nostro pensiero. Gli insegnamenti che ne derivano sono mirati all’avvicinarsi al proprio io, alla propria essenza, come dice spesso Fontana, non è la macchina fotografica a scattare la foto, ma il pensiero del fotografo che vi è dietro. Ed è questa intenzione formale ad amalgamare questo gruppo così eterogeneo.

Forse ha scelto il mio lavoro perché vi ha scorto un pensiero autentico e personale.

Parliamo del tuo lavoro. Quale la strada e il progetto che hai seguito? Quali risultati ha prodotto, quali che si distinguono in singolarità? Quali riflessioni e scelte, sottese alle immagini, avevi urgenza di rendere visibili?

Il mio progetto nasce da una suggestione instillatami nello scorrere dei mesi dalla visione inconscia di uno scorcio, un luogo, una sala d’attesa di un day hospital, una visione in un momento del giorno nel quale quel luogo risulta essere completamente deserto. Dapprima sfuggevolmente, poi con il passare dei mesi in qualche modo il mio inconscio ha preso il sopravvento, come direbbe Franco Fontana avevo trovato ciò che non stavo in realtà cercando. Nonostante il luogo fosse completamente deserto, a volte quasi asettico, potevo percepire la presenza, “la vita”, di chi quotidianamente frequentava quel luogo, potevo quasi udirne il timido brusio, riuscivo a cogliere le tracce del loro passaggio, una sala d’attesa, una biblioteca, una mensa, da qui l’urgenza di mostrare attraverso la macchina fotografica tale “presenza”. Girovagando per notti intere tra spazi deserti e in penombra, regni dove l’eco dimora sovrano, e lì in piena solitudine ho trovato quello che avevo solo epidermicamente percepito.

Quali scenari si stanno delineando oggi con il continuo sviluppo delle tecnologie e di un sistema visivo in continua mutazione?In che modo sta cambiando la fotografia?

La fotografia sta cambiano in maniera sostanziale vista la possibilità di poter fruire di uno strumento decisamente “semplice” e comprensibile rispetto al passato. Il livello tecnico conoscitivo richiesto oggi per padroneggiare una macchina fotografica si è di molto ridotto, e quasi ogni strumento digitale permette di fare fotografie in maniera del tutto automatica. Questo però ha portato ad una saturazione visiva, una quantità immensa di immagini invade quotidianamente la nostra vita, con una folle velocità di sostituzione. Enormi quantità di immagini non supportate perlopiù da altrettanta qualità. Il problema è che non esiste educazione alla visione ed alla comprensione di questo mondo visivo, ed in particolare le nuove generazioni non sono preparate a questo enorme flusso di immagini, lo subiscono, e vengono inconsciamente indirizzate verso un “gusto” di massa, che pericolosamente rende alcuni orrori più accettabili. Immagini spesso prive di contenuto, prive di un pensiero fotografico di base.

Come cambia il ruolo del fotografo in questo contesto? La consapevolezza di ciò che si produce fa la differenza? Non c’è più spazio per l’improvvisazione?

Il ruolo del fotografo rimane lo stesso, documentare attraverso il proprio pensiero piccoli frammenti di immobilità fatta di spazio bidimensionale accuratamente ritagliato, congelando il tempo in un istante consapevolmente imbrigliato. Lo spazio per l’improvvisazione rimane ancorato all’aspetto “creativo”, anzi, spesso è auspicabile e porta a risultati di assoluto rilievo. Ciò che però non può essere lasciato al caso è la conoscenza tecnica, la ricerca, lo studio, perché si rischia altrimenti di produrre risultati assolutamente dilettantistici. Conoscere per poter superare, con un atto d’improvvisazione, i limiti che proprio la conoscenza ci impone.

In uno scenario di questo tipo risulta estremamente importante emergere con una propria visione, con un pensiero personale.

L’umanità si attarda nella grotta di Platone, continuando a dilettarsi, per abitudine secolare, di semplici immagini della verità. Ma esser stati educati dalle fotografie non è come esser stati educati da immagini più antiche e più artigianali: oggi sono molto più numerose le immagini che richiedono la nostra attenzione; l’inventario è cominciato nel 1839 e da allora è stato fotografato quasi tutto, o almeno così pare; questa insaziabilità dell’occhio fotografico modifica le condizioni di prigionia in quella grotta che è il nostro mondo; insegnandoci un nuovo codice visivo, le fotografie alterano e ampliano le nostre nozioni di ciò che val la pena guardare e di ciò che abbiamo il diritto di osservare; la conseguenza più grandiosa della fotografia è che ci dà la sensazione di poter avere in testa il mondo intero, come antologia di immagini; nelle fotografie l’immagine è anche un oggetto, leggero, poco costoso, facile da portarsi appresso, da accumulare, da conservare. Le fotografie sono forse i più misteriosi tra gli oggetti che formano, dandogli spessore, quell’ambiente che noi definiamo moderno. Esse sono in realtà esperienza catturata, e la macchina fotografica è l’arma ideale di una consapevolezza di tipo acquisitivo. Fotografare significa infatti appropriarsi della cosa che si fotografa. Significa stabilire con il mondo una relazione particolare che dà una sensazione di conoscenza, e quindi di potere. […]” Così leggiamo in “Sulla fotografia. Realtà e immagine nella nostra società” di Susan Sontag

Vorrei commentassimo questo passo del libro, alla luce di quelli che ritieni gli insegnamenti più importanti ricevuti durante la tua esperienza con Franco Fontana, e del problema sollevato dalla Sontag dell’ambiguità della fotografia come strumento di conoscenza.

L’insegnamento più grande che Franco Fontana dona ai suoi allievi consiste nel non andare a cercare i Come, piuttosto i Perché.

Egli spinge così ad abbandonare le vie sicure del consenso per perdersi nel dissenso di se stessi, subendone la violenza, per riscoprirsi rinnovati in un processo di eterna rinascita.

Nel dissenso risiede la potenza primigenia della creatività, priva delle censure che noi stessi ci imponiamo. Interpretare il caso come testimone di una verità che non avevamo ancora compreso. Continuare a cancellare per eleggere ciò che siamo.

La materia prima è a disposizione di tutti, e non potrà mai essere considerata astratta, poiché non si parte da una tela bianca come in pittura bensì da una realtà in continua evoluzione, può eventualmente considerarsi astratto il pensiero del fotografo che risiede dietro un tale scatto. Da qui emerge l’enorme responsabilità del fotografo, in quanto dello stesso stralcio di realtà si potrebbero raccontare “storie” estremamente diverse tra loro.

Ed il pericolo più grande è che non avendo un bagaglio conoscitivo adeguato, si possa venire investiti dall’immagine, nella sua immediatezza contemporanea, senza domandarsi nessun “perché”.

Citando Man Ray “Ci sarà sempre qualcuno che guarda le opere d’arte con la lente d’ingrandimento per cercare di vedere ‘come’, invece di usare il cervello e immaginare ‘perché’.”

Marco La Vista

partecipa a:

Franco Fontana e Quelli di Franco Fontana

a Spazio Tadini

preview a invito sabato 22 ottobre 2016 dalle ore 18:30 (per accrediti giornalisti e blogger: mail a Melina Scalise: ms@spaziotadini.it )

apertura al pubblico da domenica 23 ottobre a domenica 20 novembre

orari: da mercoledì a sabato 15:30 – 20:30, domenica 14:30 – 18:00 – chiusura: lunedì e martedì

Ingresso 3 euro per i tesserati di Spazio Tadini. 5 euro per i non tesserati (comprensivi di 2 euro di tessera mensile).

Insieme a Fontana: Alex Mezzenga, Andrea Razzoli, Andrea Simeone Sarchi, Dario Apostoli, Denis Aimar, Elena Melloni, Fausto Corsini, Francesca Della Toffola, Francesco Bucchianeri, Franco Sortini, Lisa Berbardini, Marco La Vista, Massimo De Gennaro, Michela Petti, Paolo Guidotti, Roberto Mirulla, Silvia Dominici, Mirko Lamonaca, Fabrizio Maestroni, Carolina Cuneo, Tea Giobbo, Valeria Fioranti, Maria Rossi, Marzia Braulin, Laura Fabbri, Paola Musumeci, Roberto Tibuzzi, Giuliana Mariniello, Mauro Faletti, Alessandra Carosi.

Marco La Vista, nato a Roma il 24 settembre 1976, l’infezione della fotografia, come la definirebbe Franco Fontana, lo colpisce in età giovanile grazie alla passione riflessa del papà Carlo. Negli anni matura una sempre più consapevole coscienza critica che cerca di trasportare nella fotografia. Viene attirato con forza dalle trame geometriche che si ripetono nella realtà, dalle geometrie improbabili e dai forti contrasti visivi. Ha frequentato diversi workshop di scatto e stampa su pellicola con sviluppo in camera oscura. Nel 2015 si diploma alla Scuola Internazionale di Fotografia APAB di Firenze portando come tesina un lavoro su Franco Fontana dal titolo “L’eresia del colore”. Lo stesso anno organizza una Lectio Magistralis per il Maestro Fontana presso Palazzo Antinori sede della scuola APAB durante la quale riveste il ruolo di moderatore. Attualmente impegnato nello sviluppo di alcuni progetti fotografici legati alla periferia romana ed alla ricerca della forma nella trama della realtà contingente.

Esposizioni:

2015 Diverse mostre collettive FRANCO FONTANA e “Quelli di Fontana”

2016 Scuderie Granducali Seravezza FRANCO FONTANA e “Quelli di Fontana”

Pubblicazioni:

2015: Image Mag anno IV n.1 2015 – Portfolio collettivo – Quelli di Franco Fontana

La foto profilo è stata scattata dal Ph Davide Consalvi con il titolo “Ironicamente”

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