Josef Koudelka fotografo – di Francesco Tadini

Josef Koudelka

Francesco Tadini – rubrica fotografia di Milano Arte Expo – Josef Koudelka

Josef Koudelka fotografo – di Francesco Tadini. Se aveste la possibilità di chiedere ad un maestro della fotografia qual è la cosa più importante per un fotografo, cosa credete vi risponderà? Una buona macchina fotografica, un ottimo soggetto, la luce giusta, la conoscenza di un’eccellente tecnica, l’esperienza di una vita, una mente aperta…
Ma un buon paio di scarpe?
Questa sorprendente risposta è reale ed è stata detta da uno dei più grandi fotografi esistiti e ancora in attività: Josef Koudelka.
Prima di capire il motivo di questa risposta, è bene partire da molto tempo indietro, spostando le lancette fino al 1938.
Koudelka nasce a Boskovice, in terra cecoslovacca e si appassiona da bambino alla fotografia.
A soli 12 anni raccoglie le fragole dai campi e le vende ai paesi vicini per raggranellare i soldi necessari all’acquisto della sua prima macchina fotografica: una bakelite 6×6.
I suoi primi ritratti sono i classici ai familiari e ai paesaggi della sua infanzia. Non ha alcun interesse a svolgere questo lavoro come professione e anche i suoi studi sono finalizzati a tutt’altra materia.
Si laurea come ingegnere aeronautico all’Università Tecnica di Praga, lavoro che svolgerà sia a Praga che Bratislava.
I suoi primi scatti maturi riprendono gli attori teatrali e gli zingari di passaggio.
Con la sua Rolleiflex lavora per teatri e riviste, arrivando anche al backstage del Teatro di Praga.
Dal 1967 in poi si dedicherà solo ed esclusivamente alla fotografia, ma non come professione, ribadiamo.
Il suo carattere particolare si riscontra già in questa premessa in quanto lui odiava i lavori commissionati (accettati solo nei primi anni giovanili, mentre in seguito accetterà solo incarichi governativi). Non per presunzione o snobismo, nulla è più lontano dal carattere di Koudelka. La sua intenzione era evitare di rimanere legato in progetti che non gli interessavano, la sua passione era pura e naturale.
Nell’agosto 1968, Koudelka è in Romania a fotografare degli zingari. Appena rientrato in terra madre si imbatte nell’ingresso dei tank russi a Praga. Josef è già nelle strade, avvertito da una telefonata notturna di una amica, e scatta quelle che diverranno le storiche fotografie della Primavera di Praga.
I negativi viaggeranno nascosti attraverso mani clandestine fino ad arrivare all’agenzia fotografica Magnum Photos che le invieranno al The Sunday Times. Per anni nessuno ha saputo l’autore delle foto, firmato con un semplice P.P (Prague Photographer) per evitare vendette contro il fotografo. Quella serie di foto divennero istantaneamente una pietra miliare del foto-giornalismo e vennero premiate l’anno successivo con il Robert Capa Gold Medal, un riconoscimento dedicato a quei servizi particolarmente coraggiosi.
In dieci giorni, il fotografo riuscì a raggiungere ciò che altri fotoreporter non raggiungevano in un’intera vita. Si trovò in un momento storico, firmando una foto storica. Ma nessuno lo sapeva.
Il riconoscimento ufficiale arrivò quindici anni dopo, alla morte del padre di Koudelka.
Nel 1970, il fotografo entra a far parte della Magnum Photos che lo finanzierà per un servizio trimestrale sui zingari che vivono fuori dalla Cecoslovacchia.
La stessa agenzia si interesserà per fargli ottenere un visto di lavoro in Inghilterra, dove una volta giunto richiederà asilo politico.
Chissà cosa sarebbe accaduto se Koudelka fosse rimasto nella sua terra natia, forse la sua fame di conoscere il mondo non sarebbe stata saziata e i suoi lavori sarebbero stati meno sofferti, meno vissuti, meno amati.
Ma la vita così non decise, una volta stabilitosi a Londra cominciò a vagare per tutta Europa per ben diciassette anni, come un vagabondo con una macchina fotografica in mano.
Capite perché erano importanti un paio di scarpe? Chissà quanti chilometri hanno macinato i suoi piedi, all’inseguimento di un’immagine.
Diciassette anni di scatti e storie, Josef viveva come un clochard, le panchine come materassi e le stelle come cuscino. Ma amava quella linfa che gli concedeva quello stile di vita. Nel frattempo continuava a ricevere premi e riconoscimenti, le sue foto venivano esposte mentre lui era in un sobborgo parigini, rincorrendo gli amici zingarelli e fotografandone la gioia e la libertà.
Grazie alle sovvenzioni e ai premi continuò a scattare senza preoccuparsi eccessivamente del suo sostentamento, a lui bastava molto poco per vivere.
A un certo punto era tale il suo lavoro fotografico sui nomadi che venne pubblicato un libro dal titolo Gypsies (1975).
Il libro è un’importante documentazione sulla società nomade e le foto ritraggono momenti di lavoro, vita sociale, gioia e intimità.
Nessun fotografo prima di Koudelka era riuscito a infiltrarsi in modo così morbido tra le trame di questo gruppo, riuscendo a carpirne l’anima con estrema delicatezza. Nessun fotografo dopo Koudelka ha rappresentato gli zingari con la stessa incisività, pur cimentandosi in eccellenti progetti fotografici, perché privi di quella libertà d’animo che ha spinto un ingegnere ceco ad amputare i beni materiali della sua vita lasciando solo l’essenza.
Gypsies è uno di quei libri che dovrebbero far parte della biblioteca di tutti i fotografi, le sue pagine dovrebbero essere sfogliate giorno dopo giorno come una preghiera all’arte.
Uno degli scatti più belli della collezione è ‘Jarabina, Czechoslovakia’ del 1963. La scena ripresa è una delle più difficili da scattare per un fotografo, quella di un funerale.
Solitamente questo tipo di foto sono tabù o appannaggio del foto-giornalismo, la storia mediatica ci ha lasciato diversi scatti dei funerali dei grandi personaggi ma cosa dire di un funerale familiare? Della società gypsy per di più?
La scena è in bianco e nero, i familiari si stringono attorno al corpo come una cornice umana, al centro la bara aperta totalmente bianca che contrasta con i lati bui e ombrosi. La luce proviene da una finestra centrale, irradiando luce sulla defunta e parte dei volti ai lati.
Tutti sono concentrati nelle loro preghiere, tutti eccetto i bambini che si volgono curiosi verso l’obiettivo. In una società come la nostra è abbastanza strano la presenza degli infanti ad una veglia, ma nella società zingara non c’è questo limite e i bambini comprendono l’idea della morte abbastanza presto. Da un punto di vista alternativo, lo sguardo dei bambini non guarda nessun obiettivo ma l’ingresso di un nuovo ospite venuto a dare il suo ultimo saluto: voi.
Abbassate la voce, non fate rumore, guardate la scena e andate via.
Nel 1988 una seconda selezione delle sue foto verrà pubblicata nel libro ‘Exiles’ dove c’è una profonda riflessione sullo stato fisico e spirituale di esule.
Le immagini contenute nel libro trasmettono un senso di alienazione, solitudine e, da un certo punto di vista, amore.
La foto copertina rappresenta un cane nero, che cammina con difficoltà contro il gelido vento, intorno a lui solo neve e desolazione.
Un chiaro riferimento simbolico alle sensazioni provate dagli esuli, stranieri in terra straniera, soli contro il silenzio e tenaci contro le difficoltà.
Nel 1986 si innamorerà della fotocamera panoramica, le cui foto verranno poi riunite nel libro ‘Chaos’ del 1999.
Le foto che scatterà con questa macchina saranno sempre caratterizzate dal bianco e dal nero e da un velo nostalgico e opprimente. Non ci sono paesaggi gioiosi, non c’è un trionfo di madre natura.
Piuttosto il suo sguardo si poserà sulle composizioni cadenti e decadenti, sui luoghi senza vita e sugli scorci rovinati dalle architetture abbandonate dall’uomo.
C’è quindi un’assenza dell’uomo ma si percepisce la sua presenza nei piccoli dettagli che Koudelka vede, assorbe e imprime nella pellicola.
Non sempre si dedica ai tagli orizzontali, tipici risultati delle panoramiche, ma distorce i risultati deformando le composizioni.
Le regole basilari non esistono nella mente di Koudelka, i tecnicismi sono inutili ai fini di un’idea, e lui di idee ne ha da vendere.
In una recente intervista ha raccontato di non ritenersi un buon fotografo, di non sapere cosa sia il talento né di fotografare per provare di averlo. La vita intera di Koudelka è permeata dal solo bisogno di fotografare, ed è un bisogno talmente istintivo e basilare da essere assimilato al respiro.
Nel 1987 divenne cittadino francese ma il suo desiderio era ritornare nella sua terra natia, in Cecoslovacchia, laddove tutto era iniziato. Ci riuscì solo nel 1991, quando colpito dal paesaggio devastato dei suoi luoghi, decise di fermare quel momento nella serie fotografica ‘Black Triangle’.
Nel 1994 venne invitato dal regista greco Angelopoulos a seguire la regia del film ‘Lo sguardo di Ulisse’. Con il regista e Gianmaria Volontè compì un lungo viaggio che toccò la Grecia, la Jugoslavia, l’Albania e la Romania. Ancora tante scarpe, ancora tanti chilometri.
Il fotografo ha sempre posto un’attenzione particolare alle stampe dei suoi libri, ritenendo la maggior parte dei libri fotografici dell’ultima generazione “piatti”. Koudelka è un perfezionista e controlla ogni minimo dettaglio del processo creativo, tenendo sotto controllo ogni sua minima fase, perfino quella della stampa.
Nelle sue mostre mostra orgoglioso i suoi libri, specificando di affidarsi ad un tipografo tedesco che soddisfa le sue necessità.
Sfoglia le pagine come se fossero di cristallo, è attento a non imprimere neanche un’impronta.
Le vendite dei suoi libri lo hanno aiutato a viaggiare, a comprare nuove scarpe, a camminare in luoghi sconosciuti e a mantenere tre figli concepiti in varie parti d’Europa (Francia, Inghilterra e Italia) durante le sue ricerche, ma non ha mai venduto neanche una fotografia. Non riesce a concepire l’idea che una sua creatura possa appartenere a qualcun altro, conoscere dita che non siano sue.
Questo ci dà l’idea della sintonia embrionale che lega Josef Koudelka ai suoi lavori. Lavori. La stessa parola risulta lontana, stereotipata, fredda.
Questi non sono lavori ma frammenti di vita, pezzi di viaggi, scorci d’anima che il fotografo cede agli altri, in un atto di generosa arte.
Un giorno Alex Webb, street photographer della stessa agenzia Magnum, incontrò il fotografo in metropolitana. Erano seduti e discorrevano amabilmente quando Koudelka afferrò la scarpa di Webb per controllare le sue suole. Se erano poco consumate avrebbe significato che Webb aveva camminato poco, visto poco, fotografato poco.
Il ragionamento era semplice ed è questa direttiva che guida tuttora la vita del fotografo.
Camminare per conoscere, conoscere per fotografare, fotografare per vivere.
Josef Koudelka è attualmente attivo, continua a spostarsi per tutta Europa per comprendere ciò che non aveva compreso e conoscere ciò che non aveva ancora conosciuto. Se vedete un quasi ottantenne con le scarpe consumate e una macchina fotografica in mano, fermatevi a guardarlo, fategli un sorriso e ammirate la storia con i vostri occhi.

 

Grandi fotografi ed elementi di storia della fotografia

Josef Koudelka

a cura di Francesco Tadini

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