Fotografia – Federicapaola Capecchi incontra Franco Fontana

Franco Fontana

Milano Arte Expo magazine – Franco Fontana incontrato da Federicapaola Capecchi

FotografiaFedericapaola Capecchi incontra Franco Fontana. Giovedì 20 ottobre 2016, due giorni all’apertura della Mostra Franco Fontana & Quelli di Franco Fontana – vedi dettagli – e io sto andando ad incontrare il Maestro a casa sua, a Modena.

Arrivo. Ad accogliermi Franco Fontana e la moglie Uti, lei mi riceve all’ingresso, lui è in cima alla scala di fronte a me, sulla soglia del soggiorno. Una stretta di mano forte e decisa e ci muoviamo tra libri, oggetti, quadri; ognuna delle cose, immagino, che hanno reso felice la sua vita insieme a tutto ciò che porta dentro di sé come pensiero, visione delle cose, delle persone, del mondo e della fotografia. Ok, ci siamo, non posso tergiversare oltre, mi siedo di fronte a lui, quaderno e penna pronti, 3, 2, 1, via!

Parliamo di fotografia … gli chiedo cosa significhi davvero interrogarsi sulla spazialità, ipotizzare una visione, da dentro e da fuori, nel momento della composizione; cosa sia addentrarsi nella composizione, segno per segno, tra luce e ombra, e attraverso il colore.

Lo spazio non è ciò che contiene una cosa, ma è ciò che emerge. È soggetto e non oggetto. Esattamente come il colore. Di base tu devi diventare la fotografia, lei è sempre un pretesto. Non deve esistere differenza alcuna di approccio al soggetto: deve essere già tutto dentro di te, idea, pensiero, visione, dubbio, volontà … solo così puoi sapere che cosa vuol dire momento della composizione e quale composizione stai facendo, cosa vuoi comunicare; di conseguenza puoi addentrarti e articolare questa comunicazione. Devi significare le cose, lo spazio, le forme, il colore, il pensiero che hai. Quando prendo in mano la macchina fotografica ho già idea e visione, non la guardo attraverso la macchina, perché la meta non è davanti ma dietro, fa parte di te stesso”. Finiamo a parlare di Edward Weston, della sua ricerca della perfezione delle forme, la cui massima espressione si trova nei paesaggi e nei nudi, e di come per esempio il suo celebre cavolfiore sia un pretesto per esprimere un contenuto. La fotografia è un pretesto, lo ripete in continuazione Franco Fontana, quello che vedo è un pretesto. Ci troviamo a ricordare quando la Lustrum Press, gestita da Ralph Gibson, gli propose di partecipare al libro Contact: doveva lavorare in bianco e nero, cosa che aveva sempre rifiutato, un intero rullino da 36 in bianco e nero. Per rifiuto … lo fece. Sì, per rifiuto cominciò a giocare con le ombre – l’ombra è nera -, con il contrasto della luce. Fotografò l’Eur a Roma, e le stesse foto che faceva in bianco e nero le faceva anche a colori. Questo rifiuto è diventato un corposo progetto e lavoro su ombre e colori: Presenza Assenza. E il rifiuto è anche uno dei temi – e degli esercizi – dei suoi workshop. “Più vanno in crisi meglio è. Perché riescono così a riconoscere e tirar fuori una verità straordinaria, e la creatività. Tutti ripetono sempre la bellezza salverà il mondo, io invece sostengo che sarà la creatività a salvarlo. La bellezza è un inno alla vita, la creatività è capace di farti scoprire quello che hai dentro, quello che sei. Perché la creatività ti porta a trovare la tua verità, anche ideale. D’altra parte la fotografia è un atto di conoscenza. È possedere quello che sei e senti. Per questo i miei workshop insistono più sul trovare la propria identità come persone che sul diaframma, l’esposizione, gli obbiettivi, eccetera. Quella è tutta roba inutile se non sai chi sei, cosa senti, cosa pensi e cosa vorresti comunicare, per conoscere”.

Torniamo a parlare della forma, del dettaglio, della sua estensione nello spazio: la sua incisione è il prolungamento del nostro occhio, il senso fisico che a monte – quando ormai sei al secondo dello scatto – sia accaduto qualcosa di sconvolgente, di essere sull’orlo di qualcosa di rivelatore … è il nostro sguardo. “ Forma è significato di vita. La forma significa l’esistenza. Tu sei un uomo, quella è una mela. Non è interessante né utile descrivere o informare; lo è invece dare significato alla forma. E in questa direzione è fondamentale, come dico sempre, rendere visibile l’invisibile. Fotografare ciò che non si vede da significato e significa quello che si vede. Il senso e il significato emergono solo attraverso la forma. Interpretare, significare”.

Così proseguiamo a parlare di fotografia … un linguaggio che più di altri – e in buona compagnia di scultura e danza – riesce a restituire l’alternarsi, a volte sapientemente calcolato, di condensazione e vuoto; che sonda e affonda negli interstizi in cui può insinuarsi la fantasia e il pensiero di chi osserva, per poi riempirli di immaginazioni, idee, sensazioni, cultura, sensibilità, anche emozioni, inglobando la dimensione dello spazio. Roland Barthes e La camera chiara accompagnano per qualche momento la nostra conversazione. Perché nelle fotografie di Franco Fontana, spesso, si rivela l’invisibile, quasi continuamente si ha la sensazione che un’assenza ci stia rivelando un pieno. Come lo spazio vuoto nella concezione orientale. E così ci troviamo a parlare del punctum, che palesa un senso che è insieme assenza nella presenza che lo suscita e rivela. Forse è questa assenza – dunque un invisibile – che nella fotografia balena e affascina.

Parliamo di attimi irripetibili, la fotografia lo è, come il colore. Il colore tanto quanto l’invisibile sono per me soggetti, non solo un mezzo espressivo con cui comunicare pensieri e sensazioni filosofiche, interpretazioni, cultura, sensibilità ed emozione. L’assenza, l’invisibile impedisce al nostro sguardo di essere cieco. Per questo mi discosto molto dalla descrizione, dalla narrazione. Mi interessa sovvertire delle abitudini mentali. Anche rispetto al colore. Non è un fattore arbitrario e anche il colore va interpretato. È molto più difficile il colore del bianco e nero. Il rosso lo devi creare tu, identificandolo come soggetto e non come oggetto. – È un altro degli esercizi che fa fare durante i suoi workshop – Certo i colori esistono, noi vediamo a colori, ma come non cerco mai la realtà per quella che è e vedo, altrettanto con il colore mi interessa reinventarlo, reinterpretarlo. Mi ispiro alla natura e alla luce”. Si ispira alla natura e alla luce e ne risultano colori astratti ma al tempo stesso vivi e reali; cancella per evidenziare e restituisce situazioni che sono una sintesi, la sintesi delle cose.

<Il denominatore comune di tutte le foto è sempre il tempo, il tempo che scivola via tra le dita, fra gli occhi, il tempo delle cose, della gente, il tempo delle luci e delle emozioni, un tempo che non sarà mai più lo stesso>. Jeanloup Sieff

Parliamo della fotografia come linguaggio capace di togliere o aggiungere qualcosa; come mezzo che consente di parlare della memoria, in particolare, del processo di distorsione della memoria. “Non passa il tempo. Noi passiamo nel tempo. E la memoria è un grosso capitale ma anche un grosso rimorchio. Io ritengo sia necessario liberarsi di molti fardelli. Per questo motivo uno degli esercizi che faccio fare ai miei allievi è di scattare a caso. Assolutamente a caso: qualcosa che ti consente di dare fattualità al tuo potenziale, senza strutture, sovrastrutture o rimorchi”.

Parliamo di fotografia, all’infinito. Del continuo sviluppo delle tecnologia e della post produzione, che Franco Fontana ritiene un fenomeno positivo, passando tra ricordi e citazioni di Antonioni e Max Ernst. Conversiamo di fotografie memorabili come Il legionario di Robert Capa attraverso i suoi ricordi e aneddoti della sua amicizia con Cornell Capa – anch’esso fotografo – fratello di Robert e di un negativo della fotografia che non è mai stato trovato; del ritratto di Ho Chi Minh e della fotografia scattata a Napoli con l’uomo che salta la pozzanghera di Henri Cartier-Bresson; di quando Alexander Liberman gli chiese di lavorare per Vogue e così fece diversi ritratti tra cui, per esempio, Rita Levi Montalcini. Ci interroghiamo su cosa faccia di un’immagine una fotografia artistica – “quando la fotografia ha una sua identità a 360° e parla da sola” -; del perché alcuni abbiano definito la sua fotografia concettuale e formale; parliamo dei suoi allievi.

Mi legge alcuni commenti di chi ha frequentato i suoi workshop. Per ognuno dei suoi allievi, che siano italiani o giapponesi o francesi, risulta più di ogni altra cosa un grande insegnamento di vita. “Non mi pongo, come molti farebbero, come il grande Maestro che arriva e ti insegna a scattare e fotografare, io sono un allievo come loro. Insegnando imparo, continuamente. E ciò che mi preme è che loro trovino quello che sono, non ciò che vorrebbero fare. Perché potranno fare buona fotografia, indipendentemente dal genere, solo se capiscono che vedi e fotografi – e scopri – solo quello che hai dentro di te. Fotografando trovo non cerco. Se non hai già la meta dentro te stesso cerchi e fotografi il vuoto”.

Poi il racconto di ciascuno è soggettivo ma la base deve essere questa. E i 31 fotografi che sono in Mostra accanto al Maestro Fontana hanno esattamente colto questi insegnamenti. Ognuno di loro è in mostra con la propria personalità, la propria esperienza fotografica, la propria onestà individuale, la propria identità personale e poi fotografica e artistica.

Significare la forma, significare lo spazio, renderli palcoscenico di pensiero, cultura, sensibilità, contenuto. Questa è la fotografia di Franco Fontana.

Esattamente come la danza, la fotografia ha a che fare con l’affrontare la vita. Anche in questo incontro con un grande Maestro della fotografia ho trovato molteplici conferme del fatto che fotografia e danza siano due linguaggi molto simili, se non uguali, e gli unici capaci di restituire immediatamente e in modo universalmente comprensibile chi sei, cosa pensi e senti; entrambi significano la forma e significano lo spazio. La danza è creazione di nuove ed ulteriori forme. La danza e la fotografia sono forse la miglior forma di espressione della vita. In entrambe il presente non ha forma – la significhiamo noi mi direbbe Franco Fontana -, entrambe fanno i conti con il passato mentre progettano il futuro e trovano una interpretazione e visione. Significare la forma e lo spazio in profondità possedendo quello che sei e senti … ed è ciò che provoca la paura … ed è ciò che genera la bellezza.

Io vorrei andare avanti davvero all’infinito. I suoi racconti, le sue riflessioni sulla fotografia e la vita continuano a generare ulteriori domande, curiosità, voglia di prolungare, di proseguire nel conoscere. Ma fuori è già buio, si è fatta sera. Devo tornare a Milano. Franco Fontana, prima di congedarmi, prende il suo cellulare e mi fa delle foto. L’imbarazzo e il mio terrore dei primi piani – sostengo da sempre di avere la scucchia – viene mitigato dal caloroso saluto con cui ci auguriamo buona serata e il migliore successo per la mostra. Salgo in macchina, ancora diluvia, ma sulla via del ritorno questa pioggia mi da meno fastidio, scandisce fotogramma per fotogramma i ricordi di questo giovedì di ottobre… dove le 100 fotografie per la mostra sono arrivate, le ho già disimballate tutte, le ho riguardate infinite volte ma ora, dal vivo, una per una, e con calma. Ho già in testa la nervatura dell’impaginazione che voglio fare ma aspetto l’indomani per comporla. Perché sto per incontrare il Maestro Franco Fontana, a casa sua, a Modena. Ci siamo già parlati al telefono più volte: gentile, spiritoso, estremamente affabile, ispira confidenza. Ma è pur sempre uno dei più grandi fotografi italiani contemporanei e, dunque, l’emozione per questo incontro è viva. Mi metto alla guida sicura che il viaggio mi ispirerà altre domande, altre idee, e che magari placherà un po’ l’ansia. Detto fatto il cielo si fa plumbeo e una pioggia di tipo monsonico rallenta il mio percorso, non bastasse un incidente all’altezza di Piacenza blocca il mio cammino, tanto da dover uscire dall’autostrada e percorrere la superstrada … addio al placare l’ansia … arriverò in ritardo all’appuntamento con Fontana. Che imbarazzo!

Grazie Franco Fontana. Davvero. A presto.

Federicapaola Capecchi

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