Tiepolo, Genio del secolo: trionfo del Settecento veneto, mostra a Bergamo

Tiepolo Genio del secolo

Tiepolo Genio del secolo

Tiepolo, Genio del secolo: trionfo del Settecento veneto, mostra a Bergamo – di Stefano Malvicini, Milano Arte Expo. Finalmente anche il Settecento, periodo glorioso nella Storia dell’Arte italiana ma troppo spesso bistrattato, ha avuto una sua grande mostra. A Bergamo, infatti, dal 7 al 28 ottobre, al palazzo del Credito Bergamasco, esattamente a metà strada tra la stazione ferroviaria e la funicolare che conduce in città alta, la pittura veneta del XVIII secolo è stata la protagonista di una grande esposizione gratuita.

La mostra si è intitolata Tiepolo, Genio del secolo, ma chi si aspettava una mostra incentrata solo sul grande maestro della pittura veneziana del Settecento si è sbagliato, e di grosso. Perché si è trattato di una mostra enciclopedica, che ha coinvolto non solo il Tiepolo, ma i Tiepolo, Giambattista e il figlio Giandomenico, oltre agli artisti che si mossero nel contesto degli anni 1700 – 1770, in cui il “Tiepoletto”, come lo chiamava Anton Maria Zanetti, visse e lavorò per chiese e palazzi di tutta la terraferma veneta e non solo. Sono stati, infatti, rappresentati in mostra pittori come Giambattista Piazzetta, Sebastiano Ricci, Giambattista Pittoni, Louis Dorigny e vedutisti come Marco Ricci, Luca Carlevarijs e Francesco Aviani. Si è trattato di opere giunte dal Museo Civico di Vicenza, il palladiano Palazzo Chiericati, la cui sezione settecentesca è chiusa per lavori in corso. Verrebbe da chiedersi: perché Bergamo e non Milano, dove Tiepolo lavorò a più riprese? Il motivo è stato legato alla scelta del curatore, il professor Giovanni Carlo Federico Villa, che è sia curatore della pinacoteca vicentina che professore associato di Storia dell’Arte Moderna all’Università di Bergamo, ma, al di là di questo, l’ex avamposto veneto in terra lombarda fu una città in cui la presenza corale dei più grandi artisti veneti del Settecento fu palese, e l’esempio dei sei teleri per il coro del Duomo lo prova. Di questo, però, si parlerà dopo.

Tiepolo. Il caro buon vecchio Tiepoletto. Basterebbe il suo nome per attrarre pubblico a una mostra, e per questo si è deciso di inserirlo prima di “Genio del secolo”, a manifestare la coralità dell’esposizione. Scrivere una sua biografia sarebbe fuorviante, oltre che inutile e prolisso, ma basta tracciare quelle tappe che lo videro protagonista a Bergamo e nel suo territorio, oltre che, negli stessi anni, a Vicenza. Basti anche dire che il Tiepolo non è un artista figlio della Controriforma e del Seicento, ma nemmeno un illuminista, fu un pittore che dipinse per i patrizi che simboleggiavano l’ancien regime ma che scoprì, e introdusse in pittura, insieme a Sebastiano Ricci e altri pittori della sua scuola, i principi di ottica della luce di Isaac Newton. Un innovatore chiuso in un involucro conservatore, insomma, ma questo amalgama lo rende unico al Mondo. Tra Bergamo e Vicenza (senza tralasciare Milano), Giambattista realizzò alcuni dei lavori più significativi della sua produzione degli anni ’30, segnando i suoi esordi da artista “internazionale” e non solo fermo nella città natale a eseguire, in bottega, bozzetti, pale e dipinti di soggetto storico-mitologico, come, per esempio, fece il suo quasi coetaneo veronese Giambettino Cignaroli. Per il primo soggiorno del Tiepolo a Bergamo, bisogna fare una premessa: esso fu dovuto al suo primo viaggio al di fuori della Serenissima, nel 1731, quando, a 34 anni, il giovane Giambattista, reduce da successi a Venezia come pittore di pale d’altare e scene storico-mitologiche, venne chiamato a Milano da Filippo Archinto, in occasione del suo matrimonio con Giulia Borromeo, per la decorazione del palazzo di famiglia, dove realizzò sei sale in collaborazione, secondo quanto ci dice Serviliano Latuada, con il quadraturista bolognese Stefano Orlandi. La fama di questi affreschi, distrutti durante i bombardamenti del 1943, si diffuse a macchia d’olio, tanto che un’altra famiglia milanese, i Casati, richiese l’intervento del Tiepolo per il palazzo di famiglia. Questi affreschi, del 1732, sono ancora visibili nella loro sede originaria in Via Manin, in quello che oggi è il salone dei matrimoni di Palazzo Dugnani. La fama del Tiepolo giunse anche a Bergamo, dove Giambattista arrivò, per la prima volta, nel settembre del 1732, dopo un lungo tira e molla con i membri della Confraternita della Misericordia durato un anno. Questi avevano avuto l’incarico di far ristrutturare, in chiave barocca, l’antica cappella Colleoni, opera dell’Amadeo, nel cuore sacro della città alta, accanto al Duomo e alla basilica di Santa Maria Maggiore, e scelsero il Tiepolo come decoratore proprio per la sua fama milanese: nelle vele del tiburio realizzò le quattro allegorie di Fede, Carità, Prudenza e Giustizia, insieme alle lunette del presbiterio con San Marco e il Martirio di San Bartolomeo. Tornò poi a Venezia dopo aver preso l’impegno di rientrare, l’anno dopo, a Bergamo per la realizzazione di altre tre lunette con le storie di San Giovanni Battista, una delle quali fu un capolavoro, quella Decollazione del Battista che stupisce per il realismo e la teatralità che emana. In città, sicuramente, Giambattista aprì una piccola bottega, dove alcuni giovani artisti locali iniziarono a seguirlo, tra cui il quindicenne Giovanni Antonio Raggi, il quale sarebbe divenuto il principale seguace del maestro in terra bergamasca. Di ritorno a Venezia, come scrisse all’amico orobico Ludovico Ferronati, ebbe modo di fermarsi tre mesi a Vicenza, ed ecco il legame tra le due città alla base della mostra. A Vicenza si impegnò a eseguire affreschi storici e tele di soggetto mitologico per la villa Loschi a Biron di Monteviale, sui colli che dominano la città, ma anche una pala d’altare per la chiesa di Santa Maria in Aracoeli. Si sa che, negli anni successivi, il Tiepolo sarebbe tornato due volte a Vicenza e dintorni per decorare due ville: nel 1744, venne chiamato per decorare la dimora di campagna di Carlo Cordellina, realizzata da Giorgio Massari a Montecchio Maggiore, il più grande architetto del Settecento veneto, e, poi, nel 1757, reduce dal trionfo bavarese della residenza di Wuerzburg, insieme al figlio Giandomenico trentenne, per uno dei più emozionanti complessi affrescati del Settecento italiano, la Villa Valmarana ai Nani. Tuttavia, i rapporti con Bergamo non si interruppero: anzi, arrivarono due grandi commesse di tipo religioso. La prima fu del 1734, quando, poco prima del suo ritorno a Milano per la decorazione dell’antisacello di san Satiro e della sagrestia dei canonici nella basilica di Sant’Ambrogio, Giambattista inviò, da Venezia, la pala destinata all’altar maggiore della chiesa parrocchiale di Rovetta, in Val Seriana, ma la più monumentale fu del 1742-1743, quando Tiepolo venne richiesto direttamente dal Capitolo della Cattedrale di Bergamo per uno dei teleri destinati al coro del Duomo. Si trattava di un progetto corale, inserito in un programma di rinnovamento dell’intero apparato decorativo della Cattedrale, che vedeva protagonisti i più grandi artisti veneti del momento. Nel transetto era già in loco la tela con I santi Fermo e Rustico di Sebastiano Ricci, del 1704, ma, negli anni ’40, arrivarono altri dipinti dall’atelier veronese di Cignaroli, Rotari e Brida, insieme alla pala dell’intelvese Carlo Innocenzo Carloni, il quale, in virtù della sua fama di frescante acquisita in Austria e Boemia, fu anche chiamato ad affrescare le vele del tiburio e il San Carlo nel catino absidale. Nel coro, invece, si pensò a una serie di teleri “alla veneta”, sul modello di quelli delle Scuole veneziane, dedicati ai santi della tradizione bergamasca, interpellando alcuni tra i migliori artisti della Serenissima attivi sul territorio. Come non ricontattare anche il Tiepoletto? Anche in questo caso, in loco esisteva già il Martirio di Sant’Alessandro del napoletano Nicola Malinconico, seguace di Luca Giordano, e, del resto, non poteva mancare un quadro dedicato al santo titolare! Ai lati del dipinto del Malinconico, vennero collocate sei grandi tele dedicate a figure non sempre perfettamente documentate da fonti storiche, in cui liturgia e tradizione popolare si mescolano in maniera a volte ambigua. Il tenebroso friulano Silvestro Manaigo realizzò Il Martirio di San Giacomo Arcidiacono, il bolognese, ma artisticamente veneto, Francesco Monti il San Viatore, Francesco Polazzo, nello stile del Ricci, il San Pietro che consacra vescovo San Narno, Giambattista Pittoni il Martirio di Sant’Asteria, Giambettino Cignaroli quello di San Proiettizio e, infine, il Tiepolo, che consegnò la pala a fine 1743, dedicata al Martirio di San Giovanni VescovoL’opera, teatrale e scenografica, si colloca nella dimensione veronesiana dell’artista, con il gesto del martire con le braccia protese al cielo, quasi fosse un attore drammatico, e con la quinta architettonica tipica del Caliari.

Senza questa digressione, la mostra risulterebbe poco comprensibile. Appena entrati, il nostro occhio è catapultato sulla bellezza pura, ma non venerea, della Verità, colta nell’atto di scoprire il Tempo seduta su una nuvola. Questo è il soggetto della tela quadrilobata di Giambattista Tiepolo, eseguita nel 1744 per la volta dello scalone di Villa Cordellina a Montecchio Maggiore. La Verità è una donna semplice, quasi come quelle di Tiziano e di Giorgione, una donna veneziana di tutti i giorni, con un po’ di carne, un accenno di doppio mento, ma una donna nobilitata dal suo aspetto e dai suoi ornamenti come la collana di perle che indossa, e nobilitata dalla sua sensualità. Il Tempo altro non è che la Morte che incombe, simboleggiata dal falcetto sulla destra e dalla statua decapitata nei pressi, quel Tempo inesorabile che è ancora erede, nell’iconografia tiepolesca, del modus vivendi barocco, del “Memento mori”. La Verità, però, riesce a catalizzare l’attenzione per questa sua capacità iconografica di nascondere il Tempo, rendendosi immortale.
Ai lati erano collocate le due pale d’altare destinate alla chiesa di Santa Maria in Aracoeli a Vicenza e oggi a Palazzo Chiericati. Sulla sinistra L’Estasi di San Francesco di Giambattista Piazzetta, del 1729-30, mentre, sulla destra, L’Immacolata Concezione, dipinta da Giambattista Tiepolo tra il 1733 e il ’34. Tra le due opere si è instaurato un dialogo serrato, basato su due temi cari alle Clarisse Povere, che reggevano la chiesa vicentina. Il San Francesco di Piazzetta dorme cullato dagli angeli ma avvolto in una nube di base rossa che rende quasi onirica la scena, in un contesto ancora dominato dal chiaroscuro che ha indotto i critici a chiamare questo tipo di pittura “tenebrosa”. La Vergine del Tiepolo, invece, è più donna, più calata nel suo tempo, e nobilitata dalla luce scintillante della superficie dipinta: in fondo, questo è ciò che contraddistingue il Tiepoletto da vari altri artisti veneti del suo secolo, l’uso scientifico della luce per delineare figure, modellare panneggi e incarnati e, perché no, anche raffigurare con riverberi di ogni tipo. Il dogma dell’Immacolata Concezione è raffigurato dal Tiepolo partendo dal testo classico di Ripa ma senza classicismo e orpelli decorativi, solo attraverso simboli come il Serpente del Peccato originale che viene sconfitto e dal globo su cui poggia i piedi la Vergine a mo’ di dominio del creato dopo la concezione di Gesù Cristo Redentore.
Salendo al piano superiore, accoglieva il visitatore una galleria di artisti veneziani del Settecento, su cui spiccano i meravigliosi disegni eseguiti da Giambattista Tiepolo tra il 1735 e il ’40 con la tecnica dell’acquaforte. Si tratta di temi mitologici o scherzosi affrontati con tocchi molto rapidi ma puntuali, che costituiscono una pausa di relax e meditazione personale durante i lunghi lavori di bottega o ad affresco. Attraverso la grafica, il Tiepolo riesce a cogliere istantanee classiche, come la Ninfa che coccola il satiretto, della tradizione popolare e del comune sentire del suo tempo, come provano le numerose sperimentazioni sull’argomento della negromanzia. Il disegno tiepolesco è una linea che si interrompe, tra punti e virgole, per dirla grammaticalmente, e che crea volumi negando l’ombra e superando il chiaroscuro, a segnare una nuova era della grafica, che verrà ereditata da grandi incisori come suo figlio Giandomenico e da Giambattista Piranesi.
Tra gli artisti presenti, spiccavano Giambattista Pittoni, con una scena dalla Gerusalemme Liberata del Tasso e un’altra mitologica, entrambe pregne di classicismo ma intrise della lezione luministica del Tiepolo e del Ricci, il francese, ma anch’egli artisticamente veneto, Louis Dorigny, con la sensualissima Andromeda, Sebastiano Ricci, impegnato nel rappresentare figure umane nella veduta dipinta dal nipote Marco, i vedutisti Francesco Aviani e Luca Carlevarijs, che rappresentano, il primo, due scene del Vangelo sullo sfondo di vedute portuali e di campagna con architetture rinascimentali, mentre il secondo lavora più sul filone classicistico-arcadico della veduta di campagna romana con pastorelli e mandrie mescolate a monumenti classici, come prova la citazione dell’Arco di Costantino a Roma. Si tratta di un vedutismo ancora barocco, classicista e bucolico, ancora lontano da quello più scientifico, illuminista, potremmo dire, di Canaletto, dei Guardi, di Bellotto, fatto di citazioni testuali e realistiche di scorci cittadini e di provincia. La doverosa conclusione è stata affidata a Giandomenico Tiepolo, con due opere eredi di quelle eseguite dal padre, come Enea e Anchise, dal tratto nervoso e quasi incisorio, e La Decollazione del Battista, più riflessiva rispetto alla scena teatrale dipinta da Giambattista in Cappella Colleoni, quando lui aveva solo quattro anni ed era cullato dall’affetto di mamma Cecilia a Venezia, aspettando il ritorno a casa di papà.

Tiepolo, Genio del Secolo

Palazzo del Credito Bergamasco, Largo di Porta Nuova 2, 24122 Bergamo
Orari: Lunedì-venerdì 8.20-13.20; 14.50-15.50
            Sabato 14.30-19.30
            Domenica 9.30-19.30
Ingresso libero
Web: http://www.fondazionecreberg.it/

 

di Stefano Malvicini

> leggi anche gli altri articoli di S. Malvicini per il magazine Milano Arte Expo

 

 

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