Zaha Hadid: architettura e design – Milano Arte Expo

Zaha Hadid

Design e architettura – Zaha Hadid

Zaha Hadid: architettura e design – i grandi protagonisti. Di Amelia Betty Smith per Milano Arte Expo. Ci sono artisti che riescono a farsi notare non solamente per le loro opere, ma per il forte impatto che il loro pensiero riesce a riscuotere. Nel caso di Zaha Hadid, si potrebbe dire che la sua presenza sulle testate giornalistiche più importanti e agli eventi in voga di risonanza internazionale abbia rappresentato – oltre all’evidente capacità comunicativa – un mezzo per permettere alle donne di tutto il mondo di risvegliarsi dal loro torpore e sentirsi fiere della loro condizione.

Una simile introduzione sarebbe del tutto inutile, se non completata da un focus sull’artista. Ecco perché diventa necessario conoscere vita e opere di questa architetta e designer, così da poter comprendere la risonanza e l’interesse che ancora oggi suscitano sue creazioni.
Zaha Hadid nasce a Baghdad il 31 Ottobre del 1950. Tutte le premesse lasciano pensare che la bambina appena nata potrà farsi strada nel mondo. Il padre, un ricco industriale e noto uomo politico, permette alla figlia di frequentare le migliori scuole e la incoraggia nei suoi progetti e nei primi sogni da ragazza. In alcune interviste, Zaha Hadid ha dichiarato di aver compreso la forte voglia di modernità da parte del padre non appena realizzò il tipo di abitazione in cui la famiglia risiedeva: il palazzo in cui il futuro architetto è nato e cresciuto, infatti, era uno dei primi edifici di ispirazione Bauhaus prodotti in Medio Oriente ed era un chiaro simbolo del progresso e della prima e timida apertura verso il mondo occidentale. Modernismo, nei primi anni di vita di Zaha, faceva rima con glamour ed eleganza e non era un caso che un uomo tanto in vista come il padre volesse vivere in un edificio così ammirato.
Nel 1972, il futuro architetto consegue la laurea in matematica presso la American University di Beirut, dove viene acclamata e diventa motivo di orgoglio da parte della famiglia che la stimolerà a cercare nuovi orizzonti. Risale infatti a pochi mesi dopo il trasferimento a Londra, dove si specializzerà nel lavoro di architetto presso la Architectural Association. Proprio qui incontrerà architetti del calibro di Rem Koolhaas, Elia Zenghelis e Bernard Tschumi, allora docenti già affermati sul campo e con i quali la studentessa avrà modo di collaborare, sia prima che dopo aver conseguito il titolo di architetto.

Milano Design Week 2017

Zaha Hadid

Già in questa fase della sua vita, Zaha Hadid aveva compreso che titoli e riconoscimenti potevano essere solo una parte delle soddisfazioni che il suo lavoro le avrebbe regalato. In realtà, la professione di architetto era un modo per deliziare gli amanti della bellezza con creazioni di lusso, in grado di coccolare la vista e di rendere ogni gesto quotidiano, anche il più semplice, un vero momento di piacere. Sarà proprio per questo motivo e seguendo questa idea che riuscirà a collaborare con i grandi nomi della moda internazionale, creando per loro linee di accessori originali e perfettamente coerenti con le sue idee. Del resto, se il design nasce per togliere banalità alla vita di tutti i giorni, non può che derivare dall’idea che bellezza e funzionalità si sposino perfettamente.
Proseguendo con la storia dei successi dell’architetto, non si può non fare riferimento al periodo trascorso presso l‘Office for Metropolitan Architecture di Rotterdam, magnifica cittadina dei Paesi Bassi in cui l’architetta riuscì a lasciare il suo segno. Divenuta socia dello studio nel 1977, entrò anche a far parte dell’associazione Koolhaas, presso la quale incontrò un altro eccellente nome della creazione e dell’architettura. Si trattava di Peter Rice, ingegnere che ha contribuito alla sua formazione e che l’ha incoraggiata ulteriormente nel proseguimento del suo lavoro. Con il passare del tempo, si arriva all’ottenimento di ulteriori successi: nel 1980, Zaha Hadid fonda il suo studio, con sede a Londra e inizia a farsi strada nel mondo della libera professione.
Come era già accaduto per altri eccellenti architetti della storia, l’insegnamento venne vissuto come una tappa fondamentale della continua formazione e del confronto intellettuale con le nuove generazioni. Già nel 1994, Zaha ottiene la cattedra di disegno presso la Graduate School of Design dell’Università di Harvard, riuscendo a sostituire brillantemente Kenzo Tange. Da lì, l’affermazione nell’ambito accademico è immediata e sempre più invidiabile. Risale, infatti, alla fine degli anni Novanta l’ingresso alla Facoltà di Architettura dell’University of Illynois di Chicago. Seguono i periodi di insegnamento in Italia e in America, presso le istituzioni più importanti, tra le quali sarà il caso di ricordare la Scuola di Architettura Knowlton dell’Università Statale dell’Ohio e l’Università di Arti Applicate di Vienna.
Zaha Hadid si spegne nel 2016, quando l’architetta muore a Miami a seguito di un arresto cardiaco, nell’ospedale in cui era stata ricoverata dopo che le era stata diagnosticata una bronchite. La morte dell’artista, tuttavia, non segna un declino nella sua arte ma un momento di rinnovamento e rinascita: il suo studio, che vanta oltre 250 dipendenti, prosegue con la progettazione di edifici e oggetti di design che mantengono le premesse della designer.
Dall’artista che, secondo il Time, rappresenta una delle 100 personalità di riguardo di livello internazionale, non ci si può che aspettare una carriera brillante e, infatti, è proprio così.
Alcuni degli ammiratori di Zaha Hadid le hanno regalato l’appellativo di ArchiStar, proprio a voler sottolineare la fama e il seguito che la donna riuscì ad ottenere, come se si trattasse di una celebrità legata al mondo del cinema e della televisione.
Al di là della cronistoria tracciata, è bene comprendere a fondo la corrente a cui l’artista aderì con tanto orgoglio. L’attività della Hadid si configura all’interno del periodo decostruzionista, o decostruttivista. La premessa di questo stile di costruzione è semplice ma non immediata: lo scopo degli architetti e designer che vi aderirono, infatti, era quello di distruggere in qualche modo la tradizionale scatola abitativa, rendendo ogni edificio non più solo portatore di equilibrio e comfort ma simbolo di un continuo movimento e di una mancanza, almeno apparente, di punti fermi.

Si tratta di uno stile coerente con le nuove idee degli anni Novanta e, ancor più, con il pensiero dell’uomo vissuto nel Duemila, ma che si afferma come simbolo di una cultura senza tempo. Zaha Hadid, per dare un suo contributo a questo nuovo modo di costruire, decide di progettare edifici in cui lastre di metallo e vetro slittano in senso verticale e orizzontale, creando un effetto che ricorda le onde del mare o le increspature di sabbia sul bagnasciuga. C’è chi ha visto in questo movimento un riferimento all’arte di Bruno Zevi ma, in realtà, Zaha Hadid supera i timidi accenni dell’architetto italiano e crea una nuova dimensione che cattura chi la ammira dall’esterno e coinvolge coloro che la vivono dall’interno. Se Bruno Zevi, da accademico e cultore dell’architettura italiana, era arrivato alla conclusione che lo stile italiano era il solo al quale ci si dovesse ispirare, seguendo la semplicità delle forme e del colore, Zaha Hadid sorpassa questa idea e lascia intendere che, in realtà, il passato non può e non deve essere imitato: occorre cercare forme nuove e che si ispirino il più possibile alla natura per dare nuova vita ad un mondo in continua decadenza e perennemente sull’orlo della distruzione. Un’idea forse drammatica ma che si mantiene coerente a chi ha fatto dell’osservazione della realtà il punto di partenza per ogni creazione.
Uno dei tratti dominanti delle costruzioni firmate dall’artista mediorientale è la purezza, in grado di penetrare in ogni dettaglio e di fare la differenza. I colori scelti, infatti, sono il bianco e il grigio, che si mescolano alle vetrate e alle sezioni metalliche delle diverse composizioni. La scelta dei materiali, ovviamente, non è casuale: lasciando ampio spazio all’utilizzo del vetro, la designer ha creato spazi abitativi in cui la luce naturale fosse la vera protagonista, in grado di dare risalto alla zona interna ma senza renderla accecante o poco confortevole. Il movimento dei raggi che filtrano dalle finestre è anch’esso ondeggiante ma non nella maniera flessuosa e delicata che ci si potrebbe aspettare: le pareti tagliano la luce a zig zag, creando ombre fatte di spigoli acuti e di slittamenti.

Una costruzione che, su tutte, può essere indicata come significativa potrebbe essere la stazione dei pompieri del Vitra Museum di Weil am Rheim, progettata e realizzata nel 1993. Un altro edificio, più moderno, che segue questa idea, risale al 2005 ed è il Phaeno Science Center, a Wolfsburg.
I progetti di Zaha Hadid vennero, in qualche modo, contaminate da una certa mediazione culturale che le permise, se non di eliminare lo stile troppo rigido delle creazioni di gioventù, quantomeno di accantonarlo per fare in modo che anche il grande pubblico potesse apprezzare le sue fantasiose costruzioni. Il London Aquatics Centre, ad esempio, concluso nel 2012, mostra forme più morbide e sinuose.
Tutto il mondo è riuscito a godere delle creazioni di questa artista. L’idea dei diversi progetti era quella di poter collocare degli oggetti dalla forma originale in un contesto urbano o naturale già formato. Non a caso, l’impressione che molti ammiratori hanno avuto dei diversi edifici prodotti da Zaha Hadid è quella di trovarsi di fronte ad un coleottero o un altro enorme insetto che si sia depositato nel bel mezzo di un giardino o lungo una strada. Una simile idea non poteva non trovare appoggio nel mondo del design.

Nel 2008, Zaha Hadid viene invitata dall’azienda italiana Serralunga a disegnare un accessorio per la casa che potesse permettere a coloro che ammiravano le sue creazioni di possedere e ammirare ogni giorno un accessorio davvero unico. Il risultato fu Flow, un vaso rotondo il polietilene in grado di cambiare profilo e rivelare un aspetto diverso che cambia a seconda della posizione dell’osservatore. Un prodotto davvero unico nel suo genere, che rivela non solo l’estro creativo della sua ideatrice, ma anche la vivacità intellettuale della sua squadra di realizzatori e di coloro che la circondavano, sempre pronti ad assecondare i suoi voli pindarici.
Tra le collaborazioni più importanti, non si potrebbe non ricordare quella con Karl Lagerfeld > vedi articolo. Il re della moda ha chiesto alla designer di creare uno spazio in cui poter collocare le diverse creazioni firmate Chanel, da esporre per ricordare la magnificenza della maison parigina. Il risultato è stato un ambiente unico dalla forma futuristica, progettato con il supporto di strumenti digitali di ultima generazione. La stessa Zaha Hadid ha raccontato le diverse fasi della progettazione del padiglione. Partendo dalla distorsione parametrica di una modanatura a sezione circolare, nota anche con il nome di toro, dalla forma convessa e collocata sul basamento di una colonna, si arriva ad una sorta di soffice fazzoletto, adagiato al suolo e da poter smontare e assemblare ogni volta che si desideri. Oggi, lo Chanel Mobile Art Pavilion si trova a Parigi, di fronte all’Institut du Monde Arabe, al quale è stato donato proprio dal responsabile della maison Chanel, Karl Lagerfeld.
Non si tratta della sola contaminazione da parte di Zaha Hadid al mondo della moda. La designer crea per Louis Vuitton una borsa, la Icone Bag che riesce ad unire lo spirito creativo della disegnatrice alla classe della casa di moda di fama internazionale. Il risultato è stato a dir poco sconvolgente. Una borsa che, riprendendo la forma della tradizionale LV Bucket Bag, smonta l’assetto stesso di borsa e crea un contenitore a sacchetto, in propilene bianco ma dall’interno in velluto rosso, profondo e sensuale. La forma, rotonda e quasi danzante della struttura realizzata, rivela una certa femminilità che non poteva mancare nella creazione di una donna per delle donne. Graffiante e seducente, questo progetto è stato accolto con clamore dagli appassionati di design, che hanno apprezzato il nuovo modo di pensare a borse e accessori in genere.
Sempre per gli amanti degli accessori, Zaha crea una collezione in esclusiva per Swarovski. Era il 2009 e la disegnatrice aveva accettato di dar vita ad una installazione che riprendesse, in forma tridimensionale, i disegni che erano stati fatti per la realizzazione della Stazione dei Pompieri, per celebrare il ventesimo anniversario dalla costruzione del progetto. Lo stesso anno, Zaha Hadid disegnò per Swarovski un lampadario, composto da oltre 2700 cristalli, illuminati internamente per dar vita ad un vortice di luce e spirali ricche di riflessi. La particolarità di questo prodotto, immediatamente apprezzato dagli amanti dell’arredo, è da cercare nel diverso modo in cui i cristalli reagiscono all’ambiente in cui si trovano. La luce soffusa, ad esempio, regala agli swarovski purissimi scelti un luccichio soffuso e molto romantico, mentre in una stanza molto illuminata, l’insieme di gemme crea un mix di eleganza e raffinatezza davvero unico.
Un simile apprezzamento da parte delle grandi aziende di moda sarebbe valso a poco se la Hadid non fosse riuscita a segnare la storia, anche e soprattutto per le sue creazioni nel campo dell’architettura, suo contesto di origine e ambiente al quale sarebbe sempre ritornata. Risale al 2004 l’ottenimento del Premio Pritzker, ambito riconoscimento riservato agli architetti che sono stati in grado di segnare gli anni in cui hanno vissuto e operato. Il premio assume un valore ancora più significativo, dal momento che Zaha Hadid è stata la prima donna ad aver ricevuto questo riconoscimento. Se si pensa che dal 1979, anno in cui il Pritzker venne assegnato per la prima volta, al 2004 nessun artista vivente era stato in grado di convincere la giuria di essere meritevole di un simile premio, ben si comprende quale impatto abbia avuto l’arte di Zaha Hadid.
Quando si ha a che fare con una personalità poliedrica come quella di Zaha, è lecito chiedersi quali siano i vizi e le curiosità legate alla sua figura. Si dice, ad esempio, che l’artista fosse spigolosa e dura, proprio come le sue creazioni. Più di una volta, la creatrice mediorientale venne sorpresa a rimproverare gli ospiti delle sue conferenze o delle esposizioni che aveva organizzato, soltanto perché non gradiva il colore scelto per l’abbigliamento dai malcapitati. In realtà, molti pensano che Zaha Hadid conservasse un po’ della superstizione tipica del suo Paese di provenienza e che, nonostante gli anni trascorsi lontana dalla città natale, risentisse delle dicerie popolari tipiche di quello che era stato il suo ambiente. Eppure, a un’artista così fantasiosa non si può non perdonare qualche stranezza che, seppur non condivisibile, non fa che aggiungere fascino ad una figura già di per sé originale.
La critica ha dibattuto a lungo sulle opere di Zaha Hadid e sembra concorde nel sostenere che l’arte di questa designer possa essere considerata una sorta di nuovo barocco. Il motivo sarebbe da ricercare non soltanto nelle forme degli edifici costruiti, con le loro curve e la loro ispirazione al mondo vegetale, ma anche nell’idea che si nasconde dietro i progetti, tanto diversi ma accomunati dalla voglia di stupire e creare una sorta di disagio momentaneo – di disequilibrio? – agli occhi dello spettatore.

Intanto, siamo certi che potremo vantarci, con il quartiere CityLife di Milano, di nuove perle di modernità che arricchiranno la nostra metropoli!

Link di approfondimento:
http://www.zaha-hadid.com/

http://www.corriere.it/reportages/cultura/2016/zaha-hadid/

Architettura e design: Zaha Hadid

a cura di Amelia Betty Smith

contatti Milano Arte Expo: mail: milano.arte.expo@gmail.com – telefono: +393662632523

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