Franco Sortini, Milano, Spazio Tadini: in mostra con Fontana

Franco Sortini

Franco Sortini: mostra di fotografia a Spazio Tadini con Franco Fontana e 31 fotografi

Franco Sortini, Milano, Spazio Tadini: in mostra con Fontana. Appassionato di grafica e pittura, e iniziato al colore in fotografia proprio dal Maestro Franco Fontana che lo ha selezionato per questa mostra fotografica milanese – con 31 fotografi, vedi elenco e dettagli – espone parte del ciclo A Neutral Place. Testo e intervista di Federicapaola Capecchi, curatrice dell’esposizione a Spazio Tadini, insieme a Mosè Franchi. Paesaggio urbano e fotografia d’architettura in una ricerca che elimina ogni segno umano o forma vivente, inseguendo una città ideale, e soprattutto uno sguardo ideale, che restituisca quanto gli ha insegnato Fontana: rendere visibile l’invisibile.

L’uomo che viaggia non conosce ancora la città che lo aspetta lungo la strada […] ogni uomo porta nella mente una città fatta soltanto di differenze, una città senza figure e senza forma, e le città particolari la riempiono. Italo Calvino Le Città invisibili

Franco Sortini

Franco Sortini – Un Luogo neutro – Potenza 2014

Soprattutto nelle periferie il paesaggio urbano è già di per sé stesso uniforme, quasi standardizzato, ma nelle fotografie di Franco Sortini non aleggia un’astrazione o decontestualizzazione né tanto meno una de-umanizzazione del luogo. Il grigio dell’asfalto riesce ad essere lieve, campeggiano forme uniche, una luce diffusa, morbida, chiara, pulita, quasi sempre la stessa, dove le ombre si sciolgono in partenza facendo risaltare geometrie, ordine e rendendo ancor più vive – nell’assenza – le tracce di chi vi abita. Come se si potesse ancora sentire il rumore di chi ha scritto sui muri, del portone appena chiuso come dell’albero isolato tra due file di caseggiati e un muretto roseo. Oggettivazione. Ecco cosa raggiunge Sortini con lo sguardo che pone sui luoghi. Proprio attraverso l’assenza ogni luogo diventa il principale teatro dove l’uomo esiste, custode delle storie di qualcuno, dove poter interagire con infinite altre storie, avvenute o possibili. Un palcoscenico dove Marco Baliani – uno dei primi del teatro di narrazione – potrebbe poggiare la sua sedia di Kohlhaas e iniziare, tra affabulazione e narrazione, racconti memorabili di cittadini, visioni, politica, cultura, sogni, serenità, quiete, silenzi, colori. “Detto questo, se non voglio che il tuo sguardo colga un’immagine deformata, devo attrarre la tua attenzione su una qualità intrinseca di questa città ingiusta che germoglia in segreto nella segreta città giusta: ed è il possibile risveglio – come un concitato aprirsi di finestre – […]” Italo Calvino

L’umanità si attarda nella grotta di Platone, continuando a dilettarsi, per abitudine secolare, di semplici immagini della verità. […] oggi sono molto più numerose le immagini che richiedono la nostra attenzione […] insegnandoci un nuovo codice visivo, le fotografie alterano e ampliano le nostre nozioni di ciò che val la pena guardare e di ciò che abbiamo il diritto di osservare; la conseguenza più grandiosa della fotografia è che ci dà la sensazione di poter avere in testa il mondo intero, come antologia di immagini […] Fotografare significa infatti appropriarsi della cosa che si fotografa. Significa stabilire con il mondo una relazione particolare che dà una sensazione di conoscenza, e quindi di potere. […]” Così leggiamo in Sulla fotografia. Realtà e immagine nella nostra società di Susan Sontag

Franco Sortini

Franco Sortini – Un Luogo Neutro – Taranto 2014

Vorrei commentassimo questo passo del libro, alla luce di quelli che ritieni gli insegnamenti più importanti ricevuti durante la tua esperienza con Franco Fontana, e del problema sollevato dalla Sontag dell’ambiguità della fotografia come strumento di conoscenza.

In alcune culture, come per gli indiani d’America, essere fotografati era quasi un sortilegio: chi ti fotografava ti rubava l’anima. In effetti l’insegnamento principale di Franco Fontana è proprio questo: fai tuo quello che fotografi, fa in modo che quello che fotografi esista perché tu l’hai interpretato fotografandolo. Oggi più che mai siamo subissati di immagini e la tecnologia digitale, gli smartphone, i social, come un nuovo Big Bang tecnologico, ci ha fatto scoprire il mondo attraverso le immagini, in tempo reale. La cosa importante però, per chi sceglie la fotografia come mezzo di espressione, è riuscire ad interpretare il proprio pensiero attraverso la fotografia. In fondo nella fotografia che scatti ci metti tutto: le tue emozioni, la tua cultura, la vita che hai vissuto.

Quali scenari si stanno delineando oggi con il continuo sviluppo delle tecnologie e di un sistema visivo in continua mutazione?In che modo sta cambiando la fotografia?

La fotografia è già cambiata radicalmente con le tecnologie digitali. Fino ad allora era retaggio di alcuni, era alchimia e chimica, notti passate in camera oscura fra bacinelle di “acidi” e luci rosse. Quando ho cominciato, negli anni ’70, la fotografia era qualcosa di completamente differente. A cominciare dalla consapevolezza che si aveva a disposizione un materiale costoso, il rullino, che aveva al massimo 36 pose. Dovevi pensare prima di scattare, e questo ti portava ad una preselezione delle tue fotografie. Oggi secondo me si scatta troppo, con i social nascono fotografi ogni giorno, la qualità media è molto bassa, si pensa troppo alla tecnologia piuttosto che al contenuto. Basta avere un buon numero di “like” che sei arrivato! Ma ben vengano le nuove tecnologie, ci semplificano la vita. Ma dobbiamo sempre tener presente di essere l’Uomo dietro la macchina fotografica, non viceversa.

Franco Sortini

Franco Sortini – Un Luogo neutro – Zagabria 2014

Come cambia il ruolo del fotografo in questo contesto? La consapevolezza di ciò che si produce fa la differenza? Non c’è più spazio per l’improvvisazione?

Oggi chi fotografa ha una grande responsabilità. Proprio per questa immediatezza nella diffusione delle immagini bisogna essere consapevoli e responsabili di quello che si produce. E questo sicuramente fa la differenza. L’improvvisazione non ha mai avuto spazio per chi vuole fare le cose per bene. Nella fotografia come in tutte le cose.

Non vi è tra di voi nessun “Fontaniano” – permettiamoci questo termine – … Imparate da me a diventare voi … così vi ha insegnato Franco Fontana? Cosa vuol dire fotograficamente e umanamente?

La cosa grande di Franco Fontana è che non ti insegna a fotografare. Con lui non si parla di tecnica, di macchine, di elaborazioni. Ho conosciuto Fontana a Massalubrense nel 1982, a lui mi lega un profondo affetto e amicizia da oltre trent’anni. Con lui sono cresciuto come uomo e come professionista. Nel 1982 era già un fotografo affermato, amavo i suoi paesaggi urbani. Mi aspettavo di trovarmi di fronte un “alieno”: ho conosciuto invece una persona eccezionale, sotto ogni punto di vista. Ti mette subito a tuo agio, ti porta con mano a farti capire chi sei, e cosa cerchi. E riesce a trasmetterti un entusiasmo unico nelle cose che fai, che se sei fortunato e riesci a comprendere, ti rimane dentro per sempre. Ma ci devi sempre mettere te stesso. Conservo gelosamente una cartella di fotografie, che Franco mi regalò tanti anni fa: nell’interno ha disegnato un grande cerchio, e la dedica “buona fortuna, che vuole sempre essere aiutata!”.

Franco Sortini

Franco Sortini, fotografo

Siete un gruppo di fotografi particolarmente eterogeneo. Ciò che vi unisce in questa mostra è un’intenzionalità formale. Storie diverse, personalità fotografiche molto diverse ma unite da un percorso di avvicinamento a sé stessi e al mondo, e soprattutto a quell’attimo di equilibrio che prende corpo in una forma. Ti ritrovi? E cosa pensi abbia spinto Franco Fontana a scegliere te e il tuo lavoro?

Siamo un gruppo di persone fortunate. Ci unisce l’amicizia a Fontana, lo stesso entusiasmo nel fare le cose. Ci unisce un’amicizia nata nelle tavolate “dopo mostra”, una complicità nel trasferirci emozioni e fotografie. Ed ovviamente, sia nella fotografia che nella vita, siamo un gruppo di persone assolutamente eterogenee e diverse. Se così non fosse, non avremmo capito lo spirito e la filosofia che è alla base di tutto il lavoro di Fontana. E penso che Franco Fontana ci abbia scelto proprio per questo.

Parliamo del tuo lavoro. Quale la strada e il progetto che hai seguito? Quali risultati ha prodotto, quali che si distinguono in singolarità? Quali riflessioni e scelte, sottese alle immagini, avevi urgenza di rendere visibili?

Fotografo da molti anni. Dal 1986 sono professionista, ho uno studio a Salerno di fotografia industriale e pubblicitaria. Ho sempre cercato, anche nella professione, un linguaggio mio. Nella fotografia creativa ho cercato una strada che potesse farmi vedere, sulla carta, quello che avevo in mente. Così è nato l’ultimo progetto che sto portando avanti sulla città: si intitola Un luogo neutro, ne sono nate diverse mostre e un libro. L’intenzione principale, e penso di essere riuscito nell’impresa, era quella di rendere tutte le città che ho visitato, e sono molte, come un’unica grande città, illuminata dalla stessa luce, con le stesse prospettive, la stessa atmosfera.

Si dice che il grandangolare sia l’ottica eletta per il paesaggio. Le immagini di Franco Fontana provano il contrario. Come ti poni con il tecnicismo in fotografia?

Uso il grandangolare perché mi piace essere al centro di quello che fotografo. La mia mente deve “aprirsi”, devo capire dove sono, devo sentire le sensazioni del luogo. Sinceramente non mi interessa molto il tecnicismo. Potrei fotografare con qualsiasi macchina e qualsiasi obbiettivo, l’importante è il risultato, che deve soddisfarmi. Ho fatto un grande lavoro su Berlino, esposto e pubblicato a Berlino, utilizzando una semplice compatta. L’importante non è la macchina, sei tu. Prova a chiedere a Franco Fontana che macchina usa. Ti risponderà, toccandosi la testa: “questa!”.

Franco Fontana dice di voi che siete un nuovo che si sta muovendo e crescendo. Cosa vedi per te e la tua fotografia?

Non mi faccio molte domande sul futuro. Spero che mi accompagni sempre l’entusiasmo per le cose nuove. Azzerare sempre tutto e ripartire, sempre.

C’è similitudine tra fotografia e parola?

Certo. Se intendiamo la fotografia come espressione del pensiero che differenza c’è fra una pagina scritta e una fotografia? L’importante è che trasmetta emozioni. Posso leggere un grande libro senza ricavarne nulla, o vedere una fotografia famosa con lo stesso risultato. Poi capita di leggere una frase, o vedere una immagine, che ti rimane dentro tutta la vita. Emozioni, null’altro.

Quali sono le influenze esterne e convergenti, oggi, che ispirano il linguaggio espressivo della fotografia?

Come sempre, ed in tutte le cose, il linguaggio espressivo viene influenzato, purtroppo, anche dalle “mode” del momento. Il problema è che non ci sono più grandi modelli da seguire: con l’avvento della tecnologia digitale tutti sono diventati “grandi fotografi”. Da ragazzo cercavo di leggere, documentarmi, conoscere. Oggi l’importante è apparire, si viene influenzati da tutto perché non si ha granché da dire.

Oggi esistono fotografie memorabili? Se escludiamo i già grandi soliti noti?

Quando si parla di fotografie memorabili si pensa sempre ad autori del passato. Sicuramente perché queste fotografie ci appartengono, appartengono alla nostra vita e alla nostra storia. Le fotografie memorabili sono quelle legate a momenti particolari, quelle che ci hanno accompagnato nelle nostre avventure, quelle che ci hanno fatto capire.

Fotografia artistica … Aimée Beaubien, Christophe Jacrot, Jacob Aue Sobol, Clarissa Bonet, Adriana Lestido, Keizo Kitajima, Hellen van Meene … per intenderci sono così etichettati…cosa fa di un’immagine una foto artistica? O è il progetto l’idea che la rende tale?

Una volta si diceva che la vera fotografia artistica è quella in bianco e nero. Probabilmente perché si legava la fotografia al processo chimico per produrla, quindi il fotografo era un alchimista che chissà con quali procedure lavorava. Più era lontano dalle nostre conoscenze, più chi la faceva era artista. Io penso che ogni fotografia è artistica se è espressione del pensiero. La macchina è lo strumento, come la penna per lo scrittore, attraverso cui mostrare se stessi.

Cosa pensi dell’inarrestabile progresso tecnologico in fotografia e quanto influisce sul tuo lavoro. Post produzione? In che termini e misura?

Il processo tecnologico, nella fotografia e in tutte le cose, deve essere semplificazione della vita. Più si riesce a semplificare le cose, meno tempo ci vuole per farle, più abbiamo tempo per pensare e da dedicare a quello che vogliamo effettivamente fare. Sono nato con la pellicola, sono abituato a scattare poco, pensare molto. Dedico quindi pochissimo tempo alla post-produzione delle immagini. Le mie fotografie nascono prima dentro di me, quando scatto voglio che ci sia la luce che ho pensato, le mie città ideali, le mie inquadrature. Se non ci sono non scatto.

Cos’è per te la fotografia e quale il valore intrinseco di uno scatto

La fotografia è il mezzo attraverso cui mi esprimo. È la mia maniera di espormi agli altri. Ogni scatto ha lo stesso valore di ogni singolo respiro.

Franco Sortini

Fotografo italiano, nato nel 1958, si è interessato di grafica e pittura da giovanissimo, per poi dedicarsi alla fotografia da autodidatta. Agli inizi degli anni ’80 con la guida di Franco Fontana passa alla fotografia a colori.

Dal 1982 ha prodotto fotografie a colori del paesaggio e dell’architettura. Le sue fotografie vengono presentate sempre con uno spirito impassibile e considerando il sottile equilibrio tra le persone e l’ambiente circostante. Lavora in serie, fotografando scene urbane della nativa Italia e d’Europa. La sua ricerca si incentra sulla città vuota, inseguendo il concetto della “città ideale”, un luogo dove poter trovare ordine nel caos. L’uso del colore è particolarmente apprezzato per la capacità di esprimere la realtà e la luce mediterranea. “Il suo lavoro nasce negli spazi ed è scritto anche con il grande formato di cui necessita per risolvere la struttura prospettica, l’impianto visivo di cui ogni foto è dotata. Impianto classico, in cui prevale una prospettiva centrale che delinea il profilo di una fabbrica, degli edifici, ma in senso più esteso quello di un’architettura. Un genere fortemente urbano dove il rigore e l’ordine costruttivo viene risolto con un colore desaturato, colore che poi ricompare con delle connotazioni, quasi delle citazioni, che giustificano una poetica tipica dell’autore stesso.”

Contemporaneamente alla fotografia creativa sviluppa la fotografia commerciale, e nel 1986 apre uno studio di fotografia industriale, collaborando con agenzie di pubblicità e comunicazione, ed offrendo i propri servizi alla clientela corporate. Ha esposto ampiamente le sue opere negli ultimi anni in numerose gallerie in Europa e le sue fotografie sono presenti nelle collezioni della Bibliotheque Nationale de France di Parigi, dell’Archivio AFOCO di Cordoba, della Galleria Civica di Modena, del Dipartimento di Arte Moderna dell’Università di Siena, del Museo dello Sbarco di Salerno ed in molte collezioni private.

Ha pubblicato diversi libri di fotografia e alcuni libri d’artista in edizioni limitate. Le sue fotografie, inoltre, sono state pubblicate su molte riviste e web magazine.
Fotografo professionista dal 1986, dal 1990 è membro effettivo dell’Associazione Nazionale Fotografi Professionisti.

Attualmente vive e lavora a Salerno. (Fonte biografia http://www.francosortini.eu/bio)

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