Alex Mezzenga: fotografo scelto da Franco Fontana per una grande mostra di fotografia a Milano

Alex Mezzenga

Alex Mezzenga – mostra di fotografia a Milano, Spazio Tadini, selezionato da Franco Fontana insieme a 31 fotografi

Alex Mezzenga: fotografo scelto da Franco Fontana per una grande mostra di fotografia a Milano. Mezzenga è uno dei 31 fotografi selezionati dal grande Fontana per l’esposizione – dal 22 ottobre al 20 novembre 2016 a Spazio Tadini, vedi LINK – curata da Federicapaola Capecchi e Mosè Franchi (direttore della rivista fotografica Image Mag). Esporrà foto dal ciclo Inseguendo la luce: progetto vincitore del Premio della Giuria al Toscana Foto Festival 2014.

Di luce e ombra svela la magia e la fascinazione. Ne fa quasi potenziale terreno di una fiaba o di un possibile sogno … ad occhi aperti. Vi gioca con l’equilibrio e l’attenzione con cui – direbbe Pirandello – il cerchio si conchiude (e non conclude). “Quando l’uomo fugge la luce, noi fuggiamo l’uomo”: Friedrich Nietzsche fa dire all’ombra nel celebre dialogo tra ombra e viandante. La luce non può fare a meno dell’ombra e viceversa, come in natura, anche se in fotografia si potrebbe.

Alex Mezzenga

Alex Mezzenga, Inseguendo la luce

Ma se fuggiamo la luce perdiamo la strada verso una Storia e un racconto. Fotografare è anche disegnare la luce e in questo progetto Alex Mezzenga lo sa bene, come perfettamente disegna e controlla che il soggetto emerga dall’oscurità, così che l’immagine respiri e parli. Quanto la luce, insegue l’ombra, e con essa in queste fotografie sembra scrivere la luce oltre che disegnarla: l’ombra all’interno della composizione crea un rapporto dialettico vero e proprio, conferisce ulteriore significato e senso all’immagine, si rapporta con la luce e la trasforma in parola. Un po’ come se l’ombra non fosse conseguenza della luce ma il suo scopo primario: forse avremo davanti “assenza” e oscurità, ma non per questo meno suggestive, narranti e tangibili di un corpo e una parola.

A Mezzenga – come faremo con tutti i 31 fotografi della mostra intitolata Franco Fontana & Quelli di Franco Fontana – ho posto una serie di domande:

L’umanità si attarda nella grotta di Platone, continuando a dilettarsi, per abitudine secolare, di semplici immagini della verità. Ma esser stati educati dalle fotografie non è come esser stati educati da immagini più antiche e più artigianali: oggi sono molto più numerose le immagini che richiedono la nostra attenzione; l’inventario è cominciato nel 1839 e da allora è stato fotografato quasi tutto, o almeno così pare; questa insaziabilità dell’occhio fotografico modifica le condizioni di prigionia in quella grotta che è il nostro mondo; insegnandoci un nuovo codice visivo, le fotografie alterano e ampliano le nostre nozioni di ciò che val la pena guardare e di ciò che abbiamo il diritto di osservare; la conseguenza più grandiosa della fotografia è che ci dà la sensazione di poter avere in testa il mondo intero, come antologia di immagini; nelle fotografie l’immagine è anche un oggetto, leggero, poco costoso, facile da portarsi appresso, da accumulare, da conservare. Le fotografie sono forse i più misteriosi tra gli oggetti che formano, dandogli spessore, quell’ambiente che noi definiamo moderno. Esse sono in realtà esperienza catturata, e la macchina fotografica è l’arma ideale di una consapevolezza di tipo acquisitivo. Fotografare significa infatti appropriarsi della cosa che si fotografa. Significa stabilire con il mondo una relazione particolare che dà una sensazione di conoscenza, e quindi di potere. […] Così leggiamo in Sulla fotografia. Realtà e immagine nella nostra società di Susan Sontag

Vorrei commentassimo questo passo del libro, alla luce di quelli che ritieni gli insegnamenti più importanti ricevuti durante la tua esperienza con Franco Fontana, e del problema sollevato dalla Sontag dell’ambiguità della fotografia come strumento di conoscenza.

Alex Mezzenga – Quando incontrai Franco per la prima volta, non mi sarei mai immaginato l’impatto che avrebbe avuto nella mia vita. Nel 2000 partecipai ad un suo workshop, rimasi colpito dal suo modo unico di esporre i concetti legati alla fotografia, concetti alquanto lontani dai miei, visto che in quel momento mi occupavo di fotografia commerciale. Quella fotografia non mi apparteneva più, cosi uguale alla mia vita, cosi delineata, perfetta e noiosa non era più la mia, volevo sentirmi vivo. Ripensai alle chiare parole di Franco Fontana mentre guardava i miei lavori dopo qualche tempo dal nostro incontro: “Tu non devi fare matrimoni e neanche funerali. Tu devi raccontare storie”. Diventai padrone della mia vita e delle mie scelte. Lasciare il certo per l’incerto metteva paura, quelle paure che, come mi disse Franco, erano riposte nel buio di una stanza, bastava accendere la luce e seguirla senza fermarsi. E da li ho girato il mondo, in pace e in guerra, vivendo e raccontando storie, investigando la natura umana e provando sulla mia pelle che ogni fotografia è un momento privilegiato, trasformato in un piccolo oggetto che possiamo conservare, rivedere e far vedere, è la nostra visione del mondo.

Quali scenari si stanno delineando oggi con il continuo sviluppo delle tecnologie e di un sistema visivo in continua mutazione?In che modo sta cambiando la fotografia?

La fotografia non cambia, da sempre funziona allo stesso modo, quello che cambia è la percezione che si ha di essa. Oggi, come sempre del resto, ma oggi di più, non basta solo effettuare una corretta esposizione od una buona composizione, non è sufficiente utilizzare un incisivo bianco e nero oppure enfatizzare il colore per avere una buona foto, ma occorre che la foto racconti qualcosa. La fotografia come strumento del racconto e del ricordo deve divenire mezzo di comunicazione così come giudice di ciò che accade e testimone implacabile del mondo. È impronta del nostro sguardo e di ciò che ci ha coinvolto ed emozionato.

Come cambia il ruolo del fotografo in questo contesto? La consapevolezza di ciò che si produce fa la differenza? Non c’è più spazio per l’improvvisazione?

Da fotoreporter sento che il cambiamento è più economico che sociale, essere un fotoreporter significa trovarsi in sinergia con la vita, percepire i rumori, gli odori, i colori, catturare gli sguardi, vivere con travolgente intensità il mondo. Si può raccontare solo dopo aver assorbito. E oggi è sempre più difficile avere tempo e spazio per raccontare storie, sempre a fare i conti con le logiche di mercato che vorrebbero un reportage bello confezionato, cotto e mangiato e magari a buon prezzo.

Non vi è tra di voi nessun “Fontaniano” – permettiamoci questo termine – … Imparate da me a diventare voi … così vi ha insegnato Franco Fontana? Cosa vuol dire fotograficamente e umanamente?

È la prima cosa che dice quando inizia uno stage, ma alla fine non si è fontaniani formalmente, ma nel cuore siamo tutti un po’ migliori. Perchè lui ha quella capacità di squarciarti dentro e fare uscire il meglio di te.

Siete un gruppo di fotografi particolarmente eterogeneo. Ciò che vi unisce in questa mostra è un’intenzionalità formale. Storie diverse, personalità fotografiche molto diverse ma unite da un percorso di avvicinamento a sé stessi e al mondo, e soprattutto a quell’attimo di equilibrio che prende corpo in una forma. Ti ritrovi? E cosa pensi abbia spinto Franco Fontana a scegliere te e il tuo lavoro?

Ognuno di noi trova la propria strada partendo dallo stesso punto, io ho scelto il reportage che è senza dubbio il genere che meglio esprime il mio concetto di Fotografia: mezzo per raccontare le mie esperienze di fronte a ciò che mi circonda. Attraverso l’obiettivo della macchina, la fotografia mi dona la possibilità di discriminare, enfatizzare ed evidenziare la realtà. Solo così posso uscire dall’ordinarietà e trasformare una situazione quotidiana in straordinaria magia.

Parliamo del tuo lavoro. Quale la strada e il progetto che hai seguito? Quali risultati ha prodotto, quali che si distinguono in singolarità? Quali riflessioni e scelte, sottese alle immagini, avevi urgenza di rendere visibili?

Questo, da quando ho iniziato ad esporre con Franco Fontana, sarà il decimo progetto fotografico, partecipo in maniera continuativa da 15 anni e mi piace sempre proporre lavori nuovi. Il lavoro che esporrò a Spazio Tadini è stato realizzato tra il 2013 e il 2014, non è un reportage dal mondo, si chiama proprio “Inseguendo la luce” a distanza di anni le parole di Fontana in un modo o in un altro riescono fuori, un po’ come nel mondo delle idee di Platone, e per questa tappa abbiamo scelto questo lavoro che ha vinto il premio della critica al Toscana Foto Festival 2014. È Street Photography pura, dove il momento decisivo diventa la decisione del momento. Ma come inevitabilmente accade nella vita di tutti i giorni non sempre ci si trova al posto giusto nel momento giusto: a volte bisogna intuire il locus adatto ed attendere qualcosa. Amo questo genere perché la sua essenza è fortemente legata all’imprevedibilità della natura umana ed alla sua spontaneità.

Fotografate quello che pensate” Franco Fontana – Comunicare fotografando. .. è anche questo?

A proposito di Susan Sntag sul mio sito campeggia la frase tratta da un suo libro “Davanti al dolore degli altri” che dice; “Le fotografie sono uno strumento per rendere reali situazioni che i privilegiati preferirebbero forse ignorare”. È proprio quello che cerco nei miei viaggi. Il contatto tangibile,concreto, con la realtà che vedo. E che vivo. Perché la fotografia è un dono, ma anche un peso enorme per un fotoreporter. Documentare facendolo nel modo più opportuno è la vera sfida.

Si dice che il grandangolare sia l’ottica eletta per il paesaggio. Le immagini di Fontana provano il contrario. Come ti poni con il tecnicismo in fotografia?

Non sono un appassionato di tecnicismi, uso due ottiche in particolare, il 24mm e il 50mm, questo perchè mi piace essere molto vicino a quello che fotografo, uso spesso macchine fotografiche compatte e sopratutto penso sempre più al perché che al come. Sempre Franco Fontana, capito? Ti entra nel cervello e ti fa fare la cosa giusta.

Fontana dice di voi che siete un nuovo che si sta muovendo e crescendo. Cosa vedi per te e la tua fotografia?

Io vedo che sono sempre alla ricerca di cose da guardare, e mi piace dividere la mia vita fotografica, da una parte il lavoro, dall’altro la ricerca, ed è li che mi piace sperimentare di più. Quando mi trovo nella devastazione delle zone di guerra, il senso di impotenza che ti porti dentro quando vivi certe realtà così lontane per noi abituati a vivere nella “parte buona del mondo” fanno si che le mie fotografie siano meno formali possibili per non togliere forza al contenuto. È quando esco di casa e vado con la macchina fotografica sempre al collo a cercare ispirazione dalla realtà per guardarla, come dice Fontana, non come possono tutti ma come voglio interpretarla io.

C’è similitudine tra fotografia e parola?

Si, anche se lo fanno in maniera differente, la Fotografia è indiscutibilmente uno dei più potenti ed incisivi strumenti del racconto. Nell’era del “selfie”, la fotografia diventa qualcosa che ci “localizza” e ci
permette di identificarci, ma entrambe sono alla portata di tutti, poi ci sono i Dante Alighieri e i Fontana.

Oggi esistono fotografie memorabili? Se escludiamo i già grandi soliti noti?

È il senso stesso per cui è nata la fotografia a rendere ogni scatto memorabile, quindi si, ci sono e ci saranno per sempre.

Fotografia artistica … Aimée Beaubien, Christophe Jacrot, Jacob Aue Sobol, Clarissa Bonet, Adriana Lestido, Keizo Kitajima, Hellen van Meene … per intenderci sono così etichettati…cosa fa di un’immagine una foto artistica? O è il progetto l’idea che la rende tale?

Io do sempre molta importanza al progetto, al percorso mentale che l’autore ha fatto per giungere all’opera finale. La fotografia non so quando diventa arte, che già di per se è una definizione controversa poiché c’è il pericolo che qualsiasi definizione sia troppo restrittiva. L’arte visiva è una creazione umana e come ci insegna il Maestro “Non esiste quello che vedo ma quello che fotografo” L’arte è concepita dalla mente umana e per la mente umana che la giudicherà.

Cosa pensi dell’inarrestabile progresso tecnologico in fotografia e quanto influisce sul tuo lavoro. Post produzione? In che termini e misura?

Sono profondamente convinto che le nuove tecnologie siano più una possibilità che un ostacolo per la fotografia. Dall’arrivo del digitale ho abbandonato completamente l’uso dei sistemi analogici e questo ha influito sul mio lavoro perché mi ha permesso di fare tantissima ricerca sia nella fase di produzione che di post produzione. Non sono affatto nostalgico, anche se devo ammettere che aver avuto esperienza nell’era analogica è stata una gran palestra dal punto di vista tecnico, mi è rimasta la sensazione di dover avere sempre il controllo delle immagini senza demandarlo alla macchina fotografica come spesso vedo fare in giro.

Cos’è per te la fotografia e quale il valore intrinseco di uno scatto

La fotografia ha plasmato il corso della mia vita, mi ha spinto a mantenere l’occhio affilato come un rasoio che scruta la scena, esattamente come ha fatto Fontana fino ad oggi. La velocità con cui vediamo è la stessa con cui dimentichiamo e la fotografia è l’unico strumento che impedisce ai momenti importanti di svanire in un orizzonte senza fine. È il mezzo con il quale posso raccontare storie per essere sempre protagonista e non un semplice spettatore del mondo.

Testo e intervista a cura di

Federicapaola Capecchi

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Alex Mezzenga

Il fotografo, che esporrà nella grande mostra collettiva insieme a Fontana a Spazio Tadini, in via Jommelli 24, è nato a Roma mercoledì 18 agosto 1971.

Diplomato nel 1991 all’istituto di stato per la cinematografia e la TV “Roberto Rossellini” come fotoreporter e direttore della fotografia. Inizia lavorando nel cinema come fotografo di scena. Dal 1998 si dedica alle tematiche sociali collaborando con L’ESPRESSO. Distribuito e rappresentato da LaPresse Photo Agency.
Riceve nel 2003 il premio Le logge al Toscana Foto Festival per il miglior portfolio. Nel 2005 riceve il primo premio Raffaele Ciriello al Lucania Fim Festival nella sezione Giornalismo di Guerra. Attualmente, oltre a seguire notizie di carattere nazionale e internazionale si occupa di progetti a medio-lungo termine legati ai conflitti e ai post-conflitti con particolare attenzione alle situazioni medio orientali.

Contatti Milano Arte Expo: mail: milano.arte.expo@gmail.com – telefono: +39366/2632523

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