Fashion designer: Coco Chanel – storia della moda Milano Arte Expo

Coco Chanel

Coco Chanel, storia della moda e dei grandi fashion designer

Fashion designer: Coco Chanelstoria della moda Milano Arte Expo. Di Amelia Betty Smith. Molti stilisti hanno siglato la moda con il loro nome ma quanti di loro possono dire di aver creato uno stile innovativo e immortale? Pochi. Molto pochi.
Uno di questi rifuggiva il termine ‘stilista’ per rivestirne uno più modesto: quello di sarta.
Questa umiltà caratteriale non era un’ipocrisia da cacciatrice di complimenti perché Coco Chanel era veramente così. Conscia del suo retaggio e della sua fortuna, dei suoi limiti prima ancora dei suoi traguardi.
La sua vita è una fiaba moderna, laddove la fiaba ricorse ai più classici degli scenari poveri e disgraziati e la modernità ne cambiava le sorti rendendola eroina di se stessa.
Nacque con il nome di Gabrielle Bonheur Chanel, in un piccolo comune francese, il 1883.
Sua madre ha appena 19 anni ed è figlia di un locandiere, suo padre si arrangia come venditore ambulante.
Questo nucleo familiare, seppur giovane, è già composto di un’altra figlia, nata l’anno precedente. Ma nonostante questo i genitori non sono ancora sposati, cosa a cui provvederanno l’anno successivo.
La piccola Gabrielle viene alla luce in un luogo fatiscente, un ospizio per i poveri. Ambiente ideale per i toni inizialmente contriti della fiaba della sua vita.
Qualche tempo (e 3 figli) dopo, tutta la famiglia si trasferì a Brive-la-Gaillarde dove la salute della madre fu minata da una febbre asmatica che peggiorò inesorabilmente.
Non erano ancora i magici tempi della sanità e dei controlli a cadenza regolare, le gravidanze minavano la salute delle partorienti, figuriamoci cosa poteva accadere dopo 5 parti a distanza di pochi anni.
Ancora un tassello Grimmiano che si aggiunge alla trama.
Gabrielle rimane orfana di madre a soli 11 anni e il padre non riesce ad occuparsene.
Decide perciò di lasciarli a sua madre che, povera com’è, non riesce a far fronte al loro sostentamento e decide di far lavorare i due maschietti (nonostante siano così piccoli) e mandare in orfanotrofio le femmine.
Ancora un’altra pagina per la fiaba.
Nell’orfanatrofio c’è una netta differenza tra i bambini che hanno parenti che donano qualche somma di denaro di tanto in tanto e tutti gli altri.
Gabrielle e le sorelle appartengono al secondo gruppo, la madre e gli zii vanno a trovarle ma sono troppo poveri per fare una qualsiasi donazione. Crescono quindi con poco affetto e molte privazioni.
Gabrielle cresce come una nota malinconica, impara a cavarsela nella vita invece di giocare e coltiva un personale gusto estetico, fortemente influenzato dall’abito monacale. Amava il bianco e il nero e l’austerità, la povertà delle linee, la semplicità dei tessuti. Ciò contrastava nettamente con la moda dell’epoca, ricca e dettagliata.
Compiuti i 18 anni, non può più stare nell’orfanotrofio e insieme alla sorella maggiore frequenta una scuola di arti domestiche, cosa che le sarà molto utile nel successivo lavoro da commessa.
Proprio durante questo periodo, la libertà e l’autonomia mai avuta prima la fanno frequentare diversi locali notturni.
Qui si appassiona al canto e al romanticismo, diverrà chanteuse e leggenda narra che una delle sue canzoni preferite fu “Qui qu’a vu Coco?”, così Coco divenne Coco.
Durante le sue esibizioni notturne conosce Etienne de Balsan, di pochi anni più grande di lei.
Il principe? No. Da questo momento la modernità decide di dare un calcio ai meccanismi contorti della fiaba.
Questo giovane fu una grossa spinta per la carriera di Coco, non era nobile ma era ricco, non aveva alcuna intenzione di sposarla ma rimase con lei sei anni, non era il grande amore ma un grande amante.
Insomma, non era certo il suo Principe Azzurro ma la Fata Turchina sì!
La ricchezza di Etienne consisteva nell’avere due genitori imprenditori tessili, inoltre essendo un ufficiale di cavalleria era ben ambientato nell’elite francese pur non essendo nobile.
Coco Chanel si trasferì nel castello del giovane (dove altrimenti?) dove divise il letto di quest’ultimo con un’altra amante, tale Emilienne D’Aleçon.
Quest’ultima sparì nel giro di pochi mesi, insieme ad un fantino.
Durante questo soggiorno, Coco non riuscì ad ambientarsi all’ambiente altolocato e sprezzante dell’alta borghesia. Amava però i cavalli di Etienne, appassionato di corse ed equitazione, e in poco tempo riuscì a imparare a cavalcare come una vera amazzone. Questo periodo le servì comunque per affinare il suo gusto, in futuro usufruirà dell’esperienza per ideare e confezionare pantaloni da cavallerizza in uno stile casual.
Al tempo delle corse dei cavalli, le dame sfoggiavano grossi cappelli vistosi a tesa larga e con struttura di sostegno in pieno stile Pompadour.
Coco odiava quell’eccesso e chiese al suo amante di finanziare un suo progetto. Fu così che, nel 1909, i primi cappelli Chanel videro la luce. La prima reazione fu di assoluto diniego, troppo piccoli, troppo semplici, troppo poveri, troppo diversi.
Effettivamente quei cappellini di paglia, con pochi fiori a mo’ di vezzo, erano lontani anni luce dalla tendenza di quegli anni.
Eppure, ancora una volta, una fata si intromise e aiutò il suo cammino. Trattasi dell’ex amante del suo attuale amante: Emilienne D’Aleçon.
La giovane sfoggiò il suo cappello durante una corsa all’Ippodromo di Longchamps e questo attirò le clienti, in fondo se qualcuna aveva il coraggio di indossarli, perché non loro?

Le amicizie di Etienne le assicurarono una clientela ricca e desiderosa di differenziarsi l’una con l’altra.
Etienne però non capiva il desiderio di emergere di Coco, non comprendeva il suo talento né tanto meno le sue aspirazioni.
Cosa che invece fece un suo amico, Boy Capel. Colui che diventò l’amore della sua vita ma non l’amore per un’intera vita.
Era un industriale inglese che esportava carbone e finanziò Coco per il suo primo negozio a Parigi.
Nonostante il grande trasporto sentimentale che legava i due, non si sposarono mai a causa della differenza di ceto, che al tempo era ancora un tabù. Ma anche perché Boy la mise davanti a una scelta: l’amore o il lavoro. Sappiamo già cosa scelse Coco.
Dopo due anni di soli cappelli, Chanel decise di incrementare la vendita con l’inserimento di abiti, maglie e gonne. Il suo stile restava austero e casto, cosa molto amata dalle figlie bon ton della ricca borghesia. I colori prescelti sempre posati come il nero, il bianco, il beige, il grigio e il blu.
Il 1913 vide l’apertura di un secondo negozio della stilista, questa volta a Deauville.
Questa località vicina al mare, era un punto di riferimento per le ricche vacanze dell’alta borghesia. Il locale venne aperto tra un casinò e un albergo di lusso, scelta quanto mai azzeccata per attrarre clienti facoltosi.
Il luogo era molto frequentato dai marinai che lavoravano presso il porto e Coco trasse ispirazione dalla loro mise per ricreare lo scollo alla marinara sui suoi maglioni, da sempre la stilista guardava al mondo povero per ricrearne le linee comode su tessuti di pregio ottenendo la cosiddetta ‘povertà di lusso’.
L’anno seguente scoppiò la Prima Guerra Mondiale, milioni di persone in fuga e l’attività di Coco che, paradossalmente, decollò.
Le donne ricche scappavano nelle piccole località tranquille come Deauville per allontanarsi dai bombardamenti e dedicarsi alle opere di carità, e Coco decise di non chiudere come invece facevano le attività nei dintorni. Si ritrovò da sola con una richiesta in aumento per i suoi abiti; essi erano comodi, belli, facili da indossare, l’ideale per quel periodo così difficile.
Coco comprese la necessità delle donne e colse l’opportunità di crescere e affermarsi. Nel 1915 aprì un ulteriore negozio al confine con la Spagna, in territorio francese. La sua linea ebbe talmente successo che in capo a due anni, Coco aprì 5 laboratori, di cui uno solo per accontentare le dame spagnole.
Una delle innovazioni della stilista è l’utilizzo del jersey come tessuto, questo materiale elastico non era quasi mai usato nella confezione degli abiti, eccetto l’intimo, e fu un’assoluta novità per le signore del tempo.
Leggenda vuole che Coco Chanel decise di comprare un’intera partita di questo tessuto per raggirare le norme contrattuali del negozio parigino che prevedeva l’esclusivo confezionamento di cappelli per non intaccare il commercio di un negozio d’abbigliamento adiacente.
Fino ad allora, Coco era stata distante dai caratteri altezzosi dei nobili ma le cose cambiarono quando incontrò la famosa pianista Misia Sert. Durante una cena, rimase talmente colpita dal cappotto della stilista che quest’ultima decise di regalargliela. Fu così che nacque un’amicizia che aprì le porte dell’arte e della cultura a Coco.
Intanto, nel 1918, gli affari andavano talmente bene che Chanel restituì l’intera cifra a Boy Capel. Quest’ultimo sposò, lo stesso anno, una giovane dell’alta società, ma continuò a vedersi in gran segreto con la sua Coco.
Questa frequentazione nascosta terminò il 1920, non per volere dei due ma del destino. Capel morì in un incidente automobilistico e Coco si affrettò sul luogo, piangendo le sorti del suo amato.
Nello stesso anno, Coco perse sua sorella minore a causa di un incidente aereo. Anni prima aveva perso anche la sorella maggiore per cause non certe.
Ancora una volta, i giochi fiabeschi si ripercuotono sulla sua vita cagionandole sofferenza.
Gli anni ’20 videro la consacrazione del genio di Coco Chanel.
Durante questi anni, ogni innovazione o taglio o abito lanciato dalla stilista diventava moda.
Cominciò con un taglio corto, dovuto ad una bruciatura dei capelli, continuò con il tweed scozzese, ispirazione di un amante di Westminster e terminò con un tubino nero, che Vogue amò follemente tanto da dargli un vezzeggiativo: la petite robe noir.
Il negozio Chanel traslocò impegnando 3 piani di un palazzo e alla fine degli anni ’20 aprì una sede a Londra dove gli abiti sportivi casual della linea impazzarono.

Chanel n°5

Chanel n°5 la grande storia di un grande profumo

La Belle Epoque era definitivamente morta e Coco teneva tra le mani il pugnale.
In questi anni ci fu anche la realizzazione di un altro oggetto iconico, destinato a sopravvivere indenne alle decadi e alla sua stessa ideatrice: Chanel n°5.
Il 5 era il numero preferito dalla stilista.
Il profumo venne realizzato da un profumiere russo, scappato dalla Rivoluzione russa in Francia. Coco aveva già sentito una fragranza che molto si avvicinava al suo concetto di femminilità. Con poche modifiche e l’utilizzo di metodi sintetici (per la prima volta in Francia) nacque l’aroma che sapeva di donna e non di rosa (come descritto dalla stessa stilista). Il profumo ebbe un successo clamoroso e qui, Coco, commise un errore. Lasciò tutti i diritti a due proprietari di una casa di profumi che guadagnarono il grosso degli introiti.
Non ricordano un po’ il gatto e la volpe?
La fine della Prima Guerra Mondiale segna la fine di un’epoca. Le donne non erano più dolci bomboniere da mostrare, erano donne che lavoravano, vivevano e necessitavano di un abbigliamento adatto a questo nuovo stile di vita frenetico.
Nacque lo stile garçonne che miscelava capi di abbigliamento femminile con capi maschili.
Le sue vetrine si riempirono di giacche avvitate, gonne strette al ginocchio, punti di vita bassi, maglie alla marinara e, infine, pantaloni maschili per donne.
Una rivoluzione stava per accadere, quella femminista, vestita degli abiti di Chanel che non si riconobbe mai nel movimento femminista ma i suoi abiti furono sostanziali per dare un’immagine forte a supporto dell’ideologia.
Negli anni ’30 ci fu la Grande Depressione, conseguenza non tanto velata del crollo di Wall Street. Chanel ne risentì e divenne costumista in terra statunitense. Ritornò in Francia, due anni, dopo aggiungendo ai suoi capi di vendita, i gioielli.
I suoi affari rimasero così intaccati con 20.000 dipendenti e 28.000 modelli confezionati l’anno.
In questo decennio, avvenne un episodio che cambiò per sempre la vita di Coco. Il suo compagno, Paul Iribe, morì sotto i suoi occhi mentre giocava a tennis. Per il dolore, la stilista cominciò ad assumere forti dosi di morfina che la resero dipendente per tutta la vita.
La Seconda Guerra Mondiale si scatenò sull’Europa e la stilista, stavolta, decise di chiudere l’Atelier con il proposito di riaprirlo al termine della guerra.
Durante questo periodo diviene l’amante di un membro del controspionaggio nazista e di un capo delle SS. Non era amore, ma il frutto di un piano di pace, escogitato con Theodor Momm. Coco venne però tradita, da una sua accompagnatrice, e arrestata il 1944 come spia tedesca. Venne rilasciata dopo poche ore, ma il segno rimase evidente per molti anni.
Dopo una lunga pausa, ritornò ad aprire il suo atelier nel 1954, spinta da un moto d’orgoglio contro un giovane stilista che stava rimescolando le carte della moda: Christian Dior.
Questo giovane artista sembrava ripescare La Belle Epoque, tanto odiata da Coco Chanel. Era quindi giunto il momento di riprendere il controllo e dare una sferzata al fenomeno.
A 71 anni, organizzò una sfilata con i nuovi modelli, modelli che però non erano affatto nuovi per i critici. Lo stile era sempre lo stesso e non ci fu un consenso generale. Solo l’America approvò, creando una scia generale di consensi, specialmente per la borsa Chanel con tracolla a catenella che ancora oggi è simbolo iconico della casa.
Gli ultimi decenni della sua vita, Coco si allontanò dalla ribalta e morì a 87 anni, lasciando tutti i suoi averi alla fondazione Coga e lasciando le redini della sua casa ai suoi assistenti, l’ultimo dei quali è Karl Lagerfeld.
Un finale che non sa di fiaba o forse sì, senza principi e morali ma solo l’essenza di una donna che ha saputo essere eroina e regina sapendo contare solo su se stessa.

Link di approfondimento consigliati:
http://www.chanel.com/it_IT/
http://www.vogue.it/news/encyclo/stilisti/c/coco-chanel
http://www.tgcom24.mediaset.it/donne/privategriffe/moda-coco-chanel-tra-innovazione-e-femminilita_2142948-201502a.shtml
http://www.oehler-fashion.it/coco-chanel-storia-gloriosa-di-un-orfanella-che-cambio-la-moda.html

Fashion designer: Coco Chanel

Grandi stilisti e storia della moda

a cura di Amelia Betty Smith

 

contatti Milano Arte Expo: mail: milano.arte.expo@gmail.com – telefono: +39366/2632523

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