Brassaï: Parigi, la notte, gli artisti – storia della fotografia e grandi fotografi

Brassaï

Brassaï – rubrica di Francesco Tadini sulla fotografia e i grandi fotografi

Brassaï: Parigi, la notte, gli artististoria della fotografia e grandi fotografi – di Francesco Tadini, per rubrica fotografica di Milano Arte Expo. L’etimologia della parola noir indica qualcosa di nero, misterioso, cupo. Leggendo un libro o guardando un’opera artistica si ha la sensazione di venire trascinati in quest’atmosfera irreale, dove sembra non esista il giorno e dove tutti hanno qualcosa da nascondere.
Esistono maestri del noir come James Ellroy che è uno dei più amati della letteratura o Billy Wilder per il cinema, ma volgendo lo sguardo alla pellicola stampata, un fotografo, in particolare, riuscì a sposare questo stile, caratterizzando tutti i suoi lavori.
Stiamo parlando di Gyula Halász, noto con lo pseudonimo di Brassaï.
Nato a Brașov, nel 1899, città al tempo ungherese (adesso appartenente alla Romania) interna alla regione della Transilvania.
Fu proprio per una dedica alla sua città di origine che adottò il nome Brassaï, ovvero ‘da Brasso‘.
Suo padre era un professore di letteratura francese e, quando Brassaï aveva solo 3 anni, gli venne offerto un ruolo all’Università di Sorbona. Fu a Parigi che si trasferirono e vi rimasero per un anno, abbastanza per legare sentimentalmente il piccolo Brassaï alla città per tutta la vita.
La sua vita scorre tranquillamente, in seguito ai lavori accademici del padre. Da giovane si iscrive all’Accademia di Budapest (dal 1919 al 1920) dove la sua prima aspirazione è studiare pittura.
Una delle sue massime ispirazioni fu Henri de Toulouse-Lautrec.
In seguito, si arruolerà nell’esercito astro-ungarico dove combatterà nella cavalleria per tutta la Seconda Guerra Mondiale. Dopo una breve parentesi all’Accademia di Berlino (fino al 1921) dove si dedicò anche al giornalismo (lavorò per i giornali ungheresi Keleti e Napkelet), si trasferì definitivamente a Parigi. Nella sua Parigi.
Finalmente poteva scoprire e vivere la città che aveva costellato i suoi desideri infantili, leggendo Proust e Prévert imparò la lingua.
Divenne amico dello stesso Prévert e di Miller, pittore anch’egli.
Qui, Brassaï, si manteneva come pittore, disegnatore e giornalista.
Una curiosità sul suo rapporto con Miller, considerato grande amico dal fotografo, negli ultimi anni Miller prese le distanze da questo rapporto definendo Brassaï come una persona molto noiosa e timida. Inoltre definì la sua biografia  – scritta da Brassaï – come piena di errori, notizie false e impressioni sbagliate.
La fotografia non era ancora entrata nella sua vita e, a tratti, la disprezzava per l’immediatezza dello scatto che, per un pittore, è uno sgarro all’arte.
La freccia venne scoccata da un suo amico fotografo, André Kertész> leggi articolo.
Nel 1926 venne invitato proprio da quest’ultimo ad accompagnarlo durante una delle sue passeggiate notturne fotografiche.
Evidentemente, Brassaï, non conosce la tecnica fotografica perché è impaziente. Più volte si annoia durante questa peregrinazione e a un certo punto mette fretta a Kertész. Ma questo gli chiede un solo quarto d’ora, il tempo della macchina di stampare il negativo.
Fu qui che rimase folgorato, guardando il risultato di quel quarto d’ora di attesa.
Il giorno dopo aveva una sua macchina fotografica, un apparecchio a lastra Voigtländer Bergheil 6×9.
Ma a questo punto l’interrogativo fu d’obbligo: cosa fotografare?
La sua Parigi, ovviamente. Il suo occhio aveva conosciuto ogni anfratto parigino, lo aveva stampato nella sua memoria ma adesso aveva l’occasione di ritrarlo fedelmente e non lasciare che il ricordo di esso venisse offuscato dal tempo che sfuma.
In principio si dedicò alle architetture, perché erano fisse, stabili. Non lo guardavano né erano interessate a lui, però non voleva riprendere le grandi architetture artistiche, troppo asettiche.
Cominciò a fotografare le case chiuse, i bistrot, le case d’oppio, i luoghi pieni di vita e, in seguito, i personaggi che ne affollavano le mura come le prostitute, i mendicanti, i protettori, gli omosessuali, i travestiti, ecc.
La camera riprendeva il cattivo gusto degli avventori regalandogli un fascino romantico. Dal punto di vista tecnico, fu molto difficile, approcciarsi per la prima volta alla pellicola con una serie di ritratti notturni. La luce era difficile da gestire e Brassaï risolse con un treppiedi e un flash diretto che faceva perdere l’atmosfera soffusa della notte e illuminava i personaggi rendendoli protagonisti totali dello scatto, con la loro storia e i loro visibilissimi difetti.
Basti pensare a La môme Bijoux scattata in Place Pigalle Bar, la donna è un signora matura, dalle forme giunoniche, fittamente ingioiellata con paccottiglia falsa, il suo trucco è forte e volgare e nell’insieme è addobbata per attirare l’attenzione di qualcuno. Ripresa mentre sta fumando, guarda l’obiettivo con audacia e una sottile ironia (accenna ad un sorriso). Il fotografo non la sta giudicando, la sua ripresa è infatti spassionatamente sincera e la signora Bijoux non permette ad alcuno di giudicarla, lei sta recitando il suo ruolo e noi siamo solo degli spettatori.
Questa foto del 1932 rappresenta in pieno la tecnica diretta e semplice usata da Brassaï, che voleva porre un riflettore sulla Parigi notturna e i suoi personaggi, non sui contorni meri e superficiali.
Da questo approccio nasce la famosa posa Boyard ovvero quello scatto creato in pochissimo tempo, solitamente simboleggiato dal tempo di una sigaretta, che permette di ritrarre il soggetto in maniera spontanea, senza dargli il tempo di comporsi e assumere una posa artefatta.
Brassaï voleva catturare l’essenza del suo protagonista, non la confezione patinata.
Ma aveva anche ironia, basti guardare la Belle de nuit che riprende una figura intera in attesa. La donna non è bella in realtà, dalle fattezze robuste e con una sigaretta in bocca, attende qualcuno che, forse, prima o poi si fermerà. Non presta attenzione alla persona che la sta fotografando, ha una borsa sotto il braccio e lo sguardo rivolto verso qualche altro punto più interessante.
Il fotografo la chiama bella di notte, perché è di notte che tutte le creature derise alla luce del giorno, convergono e vivono le loro occasioni seppur fugaci.
Un’altra Prostitute at angle of Rue de la Reynie and Rue Quincampoix si staglia nelle sue foto, in questo caso il fotografo non usa il flash ma realizza un meraviglioso controluce riuscendo a carpire solo un’esile figura con impermeabile, cappello e tacchi. Non si vede il volto della donna ma si percepisce che, ancora una volta, sta guardando da un’altra parte, in attesa del prossimo cliente.
Tutti i toni sono del classico monocromatico di Brassaï e lo spettatore gioca con la fantasia, immaginando il volto della protagonista, i suoi vestiti, il colorito delle sue carni.
Da questa serie di foto venne tratta una raccolta chiamata “Paris de Nuit” che riscosse molto successo e gli diede una visibilità che non si aspettava, il suo amico Miller lo definì l’occhio di Parigi dopo averne visionato gli scatti ed è proprio con questo soprannome che venne conosciuto negli anni successivi.
Una curiosità in merito alla pubblicazione del libro, Peter Henry Emerson (1856 – 1936), famoso fotografo del tempo, contattò l’editore per chiedere informazioni circa l’indirizzo di Brassaï. Voleva infatti conferirgli una medaglia “per il suo splendido libro” ma quest’ultimo non aveva mai sentito nominare Emerson! Questo dovrebbe dare un’idea sul caos e l’inesperienza che vigeva nell’approccio artistico di Brassaï.


In quel periodo, a Parigi, c’era un tumulto artistico ed erano tanti gli artisti surrealisti, cubisti, futuristi come Dalì, Man Ray, Picasso, Giacometti, ecc.
Brassaï divenne amico di tutti loro, rapporto che coltivò per tutta la sua vita, e rientrò nella cerchia dei surrealisti solo in virtù di quest’amicizia, essendo il suo stile agli antipodi.
Simbolo di quelle sincere amicizie, lasciò diversi ritratti in regalo come quello dedicato a Picasso del 1932 che lo riprende nel suo studio, in piedi davanti a un dipinto di Rosseau, tra le mani l’ennesima sigaretta. Una posa unica, perché il fotografo amava scattare una sola volta per preservare l’anima della persona ritratta.
Il ritratto di Picasso lo riprende ancora giovane, con capelli folti e un vestito elegante. La cosa che colpisce però è il suo sguardo, che Brassaï descriveva come occhi di brace, due diamanti neri.
La sua fotografia non era affatto surrealista, come Man Ray che era un fotografo che amava aggiungere elementi ed effetti capaci di rappresentare in maniera duplice il soggetto.
Brassaï invece non amava manipolare la realtà per renderla simile ad un sogno, per lui la realtà stessa era irreale e come tale non aveva bisogno di aiuti esterni.


Durante gli anni ’40, il suo lavoro si interrompe bruscamente.
Sono anni difficili e i soldati tedeschi hanno invaso Parigi e, con essi, le loro regole.
Ai fotografi viene impedito di fotografare in pubblico e a Brassaï viene chiesto di collaborare con il Nazismo. Ovviamente rifiuta ma è costretto a fotografare solo contesti privati ed è durante questo periodo che i suoi lavori, agli studi e ai dipinti degli amici, si intensificano.
Ritorna anche al suo amore per il disegno dove, nel 1945, raccoglie gli schizzi e li espone in alcune gallerie d’arte.
Una curiosità in merito riguarda Picasso che non sapeva che Brassaï disegnasse; visionando i disegni ne rimase piacevolmente sorpreso, spronandolo a dedicarsi ad essi (li definì una miniera d’oro).
Nel 1948 incontra quella che diventerà sua moglie fino alla fine dei suoi giorni, Gilberte Boyer, la quale divenne la sua più accanita sostenitrice. L’anno successivo divenne un cittadino francese naturalizzato dopo lunghi anni da apolide.
Gli anni proseguono veloci e negli anni ’50 Brassaï si interessa a nuove passioni.
La scenografia, dove preparerà i fondali per i balletti; la scultura, dove produrrà sculture molto formali e rigide; il cinema per il quale girerà il film Tant qu’il y aura des bêtes che vincerà nel 1956 il premio come pellicola più originale al Festival di Cannes e infine ritorna al suo amore per la fotografia, documentando la prima forma di graffiti che il mondo abbia conosciuto.


È incredibile le forme che ha assunto questo artista, ma è in un’intervista del ‘74 su Photo-Revue che Brassaï spiegò perché cambiasse arte a cicli alterni, disse di odiare la specializzazione e amare la ricerca continua per individuare nuove forme di espressione e avere nuovi stimoli.
Sempre intorno agli anni ’50,inizia a collaborare con diverse riviste del calibro di Le Minotaure, Le Coronet, Harper’s Bazaar, ecc., come scrittore e fotografo freelance.
Pubblicò anche 17 libri, tra cui Histoire de Marie, Conversazioni con Picasso, Lettera ai miei genitori.
Nella sua vita ebbe anche premi come quando nel 1966 venne premiato dall’American Society of Magazine Photographers, nel 1974 divenne Cavaliere delle arti e delle lettere e nel 1976 arriva il turno della Légion d’Honneur, l’onorificenza massima attribuita dalla Francia.
Ai riconoscimenti si susseguono le mostre, in special modo il MoMa di New York esporrà in diverse occasioni le sue opere.
Morì nel 1984, a Èze. La sua tomba giace nel cimitero di Montparnasse, nella sua Parigi.
Con la sua morte, la notte francese ha perso uno degli indagatori più alacri. Le vie parigine hanno cambiato da tempo il loro volto, vestendosi di un’aura più sofisticata, ma sotto l’insegna di un bar nella rue de Lappe o camminando nella rue Quincampoix sembra ancora di sentire lontano una fisarmonica e un decadente canto francese, tutto si desatura nei toni del grigio e una leggera pioggia autunnale bagna le strade specchiandole di nuovi riflessi. Nel bar un vecchio beve assenzio mentre dalla finestra al piano superiore una prostituta mostra la sua mercanzia con un sorriso triste.
E Parigi ritorna la Parigi di Brassaï.

Link consigliati:
http://www.houkgallery.com/artists/brassai
http://fascinointellettuali.larionews.com/brassai-locchio-surreale-parigi/
http://www.fpmagazine.eu/ita/news/Brassai_e_Parigi-349/
http://www.glistatigenerali.com/fotografia_musei-mostre/pour-lamour-de-paris-brassai-ancora-al-palazzo-ducale-di-genova/

Grandi fotografi e storia della fotografia: Brassaï

a cura di Francesco Tadini

Leggi anche gli altri articoli della rubrica dedicata alla fotografia curata da Francesco Tadini su Diane Arbus , Annie Leibovitz , Helmut NewtonAnsel AdamsAndré KertészDorothea Lange e Art Kane

 

contatti Milano Arte Expo: mail: milano.arte.expo@gmail.com – telefono: +39366/2632523

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