Art Kane, Harlem 1958 e la storia della fotografia

Art Kane

Art Kane – grandi fotografi – rubrica sulla fotografia a cura di Francesco Tadini

Art Kane, Harlem 1958 e la storia della fotografia – di Francesco Tadini, rubrica fotografica per Milano Arte Expo – Janis Joplin è pronta a salire sul palco, chiude gli occhi per rilassare la parte più agitata di sé. Davanti al pubblico è un’esplosione di energia, la Dea della musica, ma in quei pochi attimi prima del concerto è in fermento.
Respira profondamente e si lancia sul palco con una straordinaria Cry Baby, sotto di lei un fotografo la riprende mentre, capelli al vento, si lascia andare al suo blues.

Quell’obiettivo è di Art Kane e quella foto sarà una delle pose iconiche di Janis.
Kane nasce con il nome di Arthur Kanofsky nel Bronx, nel 1925, da genitori di origine ucraina. Sua madre era una grande fan del cinema e, insieme, guardavano decine di film. Quei fotogrammi si incisero nella mente del piccolo Arthur che coltivò, a sua insaputa, una certa estetica grazie ad essi.
Non si può però dire avesse un talento fotografico precoce, la sua prima esperienza non fu certamente positiva, a soli 12 anni decise di imbracciare una macchina fotografica e scattò una foto alla bandiera americana che sventolava grandiosa lungo un’asta. Il risultato fu un drappo smorto, dall’aspetto triste che sembrava pendere dalla cruna di un ago. No, decisamente non era ancora il momento.
Non sono anni facili, quelli che si respirano quando Art è appena maggiorenne, la Seconda Guerra Mondiale prende i migliori giovani americani e li sbatte al fronte. Art Kane non fece eccezione.
Al suo ritorno decide di studiare pittura alla Cooper Union, dove si laurea con lode e studia alla New School, il suo insegnante era Alexey Brodovitch, con altri studenti che in seguito sarebbero diventati fotografi importanti come Richard Avedon e Diane Arbus > vedi articolo.
Il suo inizio professionale non sarà però come fotografo ma bensì come direttore artistico per Seventeen, magazine di successo che gli conferì questa carica a soli 27 anni. Il più giovane della sua storia.
Vi rimarrà per 7 anni, anni in cui vinse numerosi premi per la sua direzione brillante.
Era impaziente di fare bene questo lavoro ma il suo obiettivo era anche quello di diventare un fotografo freelance e mettere in pratica ciò che aveva imparato da Brodovitch, che lui definì una guida spirituale.
La sua fortuna fu quella di incontrare Rudolph de Harak, che al tempo era direttore del dipartimento promozionale della rivista, che gli insegnò come controllare la macchina fotografare e riuscire a scattare coerentemente con il suo occhio.
Il suo approccio al soggetto da fotografare era concettuale, non voleva assolutamente riprodurre un’immagine stereotipata o banale. Il suo intento era quello di rappresentare un’idea, un personaggio, una storia.
Quando ancora collaborava con la rivista Esquire, Robert Benton (editore della rivista) gli chiese di preparare una foto per un articolo sul Jazz.
Poteva forse Kane, allora giovane giornalista in erba, fotografare un sassofonista di colore nella più classica delle pose?
Assolutamente NO!
Chiamò a raccolta 57 (CINQUANTASETTE!) grandi musicisti jazz, una mattina estiva del ’58, nel quartiere di Harlem.
La foto di per sé è semplice, in bianco e nero con 57 personaggi che sostano davanti all’obiettivo in attesa di qualcosa. Ma è l’idea dietro di essa ad essere epocale, chi altri sarebbe mai riuscito a riunire 57 grandi della musica del calibro di Thelonious Monk, Count Basie fino a Charles Mingus? Nessuno, eccetto Art Kane.
La foto Harlem 58 divenne la più famosa del fotografo, tanto da valergli una medaglia d’oro dell’ Art Directors Club di New York, tanto da ispirare un libro e in seguito venne anche girato un documentario A great day in Harlem che ricevette una nomination agli Oscar del 1995.


Dopo questo scatto, Kane ebbe la strada spianata. Apprezzato particolarmente per la sua vena innovativa e originale, cominciò a scattare sempre più musicisti e icone del rock n’roll come i The Who, Bob Dylan, Jefferson Airplane e i Rolling Stones.
Sua è la firma per la copertina di The Kids are Alright dei The Who. Nello scatto la band dorme placidamente ai piedi del Carl Schurz Monument a New York, con una bandiera inglese al posto di una coperta. C’è una vena ribelle nello scattare una foto in terra statunitense con una bandiera inglese, c’è una vena ribelle nel dormire sonni tranquilli solo sotto la coltre di mamma Inghilterra, c’è una vena ribelle nel tagliare lo scatto originale eliminando i due bambini seduti a destra che guardano, annoiatamente, la band.
Una curiosità è che quei bambini non avrebbero dovuto essere nella scena, trattasi di curiosi che durante lo shooting si sedettero a guardare la scena, con abiti stranamente in tinta con quelli della bandiera.
La stessa cosa accadde un decennio prima per la foto Harlem 58, quando i bambini del vicinato si sedettero sulle scale dei condomini per guardare quella strana folla nel loro quartiere.
Art Kane non avrebbe mai immaginato lo scalpore che esplose dopo che la fotografia venne pubblicata su Life; i lettori arrabbiati scrissero lettere incendiarie contro quella che era una band di capelloni rocker con una pessima influenza sui bambini!
Il divario generazionale covava rancore verso quel rock’n’roll che traviava le menti dei giovani, ma l’editore della rivista non fu affatto preoccupato. Kane aveva ottenuto quello che voleva, la sua foto era sulla bocca di tutti e così la sua popolarità.
Un’altra foto che rappresenta alla perfezione lo stile di Kane è Jefferson Airplane, 1968 che blocca gli elementi della band in riquadri trasparenti, formando una grandiosa piramide. La location è un deserto arido che cozza con la struttura gelida su cui sono posti i membri della band. Visivamente sembra quasi che siano tenuti in blocchi di ghiaccio, mentre tutto intorno si disfa sotto l’effetto del sole cocente. Che Art Kane abbia voluto simbolizzare l’eternità della band? E la scelta di porre una scala gerarchica con Grace Slick al suo apice, da sola e lontana dagli altri membri?
Impossibile non scatenare gli interrogativi davanti a una foto di Kane, è proprio questo che vuole l’arte concettuale. Instillare il seme del dubbio, domandarsi se quel piede messo in quel modo, se quell’oggetto distrattamente posto sulla scena, o quella location a tratti incoerente è voluta e ha attinenza con qualcosa che lo spettatore non sa.
Nel modo di lavorare di Art c’era molta retrospettiva, non lasciava mai nulla al caso e prima di scattare un ritratto si documentava il più possibile per concretizzare attraverso lo scatto, la sua personale visione del soggetto.
I suoi scatti ironici e visionari avevano un’attrattiva irresistibile per gli anni ’60 e ’70, ma non lavorò solo per i musicisti.
Il suo curriculum si riempì di collaborazioni per le principali riviste del tempo come GEO, Vogue, Harper ‘s Bazaar, AMICA, Life, ecc.
Anche per le campagne pubblicitarie il suo stile era eccentrico, con modelle in pose non convenzionali e l’utilizzo di scenari che poco avevano a che fare con il modello da pubblicizzare.
Art Kane assumeva modelli di colore solo perché così creavano un buon contrasto con i colori del cappotto o chiedeva alla modella in bikini di salire sul tetto di un taxi, il luogo meno ideale per la campagna di un costume estivo! Eppure funzionava e questo utilizzo inusuale degli scenari divenne un classico nella fotografia di moda degli anni a venire.
Il suo cachet era ricco ma non disdegnò il lavoro sporco, unendosi alle rivolte sociali del tempo, Art Kane fotografò la lotta al razzismo con la famosa foto Apartheid in cui un ballerino di colore è nudo, rannicchiato su se stesso, bloccato da sottili corde bianche che gli impediscono di alzarsi e qualsiasi altro movimento; ha racchiuso in uno solo scatto la guerra in Vietnam con l’immagine distorta del Vietnam Vet, con le sue mutilazioni e lo sguardo di chi ha visto troppo.
La tecnica fotografica di Kane era agli antipodi rispetto a quella usata oggi. Non c’era quasi traccia di macchine fotografiche complesse e pesanti post-produzioni.
La maggior parte del lavoro era dietro la macchina, durante la fase di pre-scatto.
L’unica alterazione che si concedeva era il montaggio.
Questa tecnica, oggi considerata banale, era avanguardia pura negli anni ’60 e prevedeva un’unione delle immagini simili, in modo da ottenere uno scatto unico i cui contorni erano appena definiti.
La foto di Aretha Franklin ne è un esempio, nei provini fotografici esistono diverse versioni dello stesso momento di scatto (di cui alcune perfettamente a fuoco) ma alla fine Art Kane scelse proprio una foto alterata dal montaggio, il risultato fu un Aretha dinamica, elettrica e vibrante.
Una delle lenti preferite dal fotografo era la 21mm, che distorceva i lati della foto portando ad un allungamento della scena.
Nessuno mai aveva utilizzato quella lente come Kane, specialmente per la difficoltà nel gestire le linee dell’orizzonte, facilmente tendenti alla distorsione.
La sua eccellente tecnica fotografica si comprende da queste piccole cose e da scatti come Who Killed Davey Moore? che riprende, con la lente 21mm, un pugile al tappeto.
Le sue braccia sono aperte, sfinite e parallele con la linea del ring. Nessuna linea è curva, eppure questo potrebbe facilmente accadere con quel tipo di obiettivo.
La creatività di Kane è riscontrabile nella scelta della rotazione dell’immagine (molto amata dal fotografo) che sospende la naturale gravità e per un attimo trasforma la pesantezza della sconfitta in un attimo di leggerezza.
Tecnica fotografica, originalità nella semplicità, controllo dell’immagine. Tre regole basilari in un solo scatto.
Nel corso della sua vita Art Kane è stato un drammaturgo, cantautore, poeta.
È stato direttore del design di Penthouse-Viva International.
Le sue opere sono esposte permanentemente nel Museum of Modern Art e al Metropolitan Museum, oltre alle varie mostre temporanee che periodicamente vengono proposte in tutto il mondo.
È stato premiato con oltre 40 medaglie e premi di cui l’American Society of Magazine Photographers Lifetime Achievement Award del 1984.
Insomma, una vita di successi per un uomo che si è sempre mantenuto modesto e in linea con il suo desiderio agli inizi della sua carriera: mai rinunciare alla propria anima in virtù di un assegno o di tanti soldi.
Potrebbe sembrare un pensiero scontato ma guardando la vita e le opere di Kane, mai ci furono parole più veritiere. Ciò che Kane proponeva spesso non era in sintonia con la fotografia del tempo, con la produzione classica e le linee guida che le riviste pretendevano dai fotografi, ma lui non rinunciò mai al suo pensiero e al suo occhio visionario.
Nel 1995 il fotografo decise di porre fine alla sua vita, lasciando un’eredità eterna a tutti i fotografi del mondo.
Suo figlio Nicholas la svelò, più o meno, così: Se qualcuno non conosceva le dinamiche di un problema, bastava guardare una foto di Art Kane per capire di cosa trattasse.
La sua eredità non è nascosta in qualche tecnica fotografica o massima sulla vita; l’eredità di Kane è nel filo diretto che connette lo spettatore con una fotografia, il fotografo con un cuore.
Solo curando questo sottile e delicato cordone ombelicale, la fotografia avrà senso di esistere.
Per sempre. Come la fotografia di Art Kane.

Link:
http://www.artkane.com/
https://www.theguardian.com/artanddesign/gallery/2014/dec/06/art-kanes-photographs-of-60s-music-greats-in-pictures
http://www.wallofsoundgallery.com/en/art-kane.-pictures-from-a-visionary-photographer-e8
http://www.rollingstone.com/music/pictures/art-kanes-back-pages-see-the-photographers-legendary-shots-20150116

Grandi fotografi e storia della  fotografia: Art Kane

a cura di Francesco Tadini

Leggi anche gli altri articoli della rubrica dedicata alla fotografia curata da Francesco Tadini su Diane Arbus , Annie Leibovitz , Helmut NewtonAnsel AdamsAndré Kertész e Dorothea Lange

 

contatti Milano Arte Expo: mail: milano.arte.expo@gmail.com – telefono: +39366/2632523

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