Vico Magistretti – storia del design – di Francesco Tadini

Vico Magistretti

Vico Magistretti – grandi designer e storia del design – guida all’orientamento a cura di Francesco Tadini

Vico Magistrettistoria del design – di Francesco Tadini. Ludovico Magistretti, noto anche come Vico, è stato uno dei più grandi esponenti nel mondo dell’architettura e dell’urbanistica del dopoguerra, nonché nome di spicco del design italiano del ‘900. La sua fama a livello internazionale lo ha portato ad ottenere numerosi riconoscimenti e premi nel corso di tutta la sua carriera.
Nato a Milano nel 1920 e morto nel 2006, è proprio da questa città che Magistretti inizierà il suo grande viaggio nel mondo del design, portando avanti quella che in fondo era già una passione di famiglia. Suo padre e il suo bisnonno erano stati difatti due grandi esponenti del settore: Pier Giulio Magistretti aveva progettato – insieme a Portaluppi, Muzio e Griffini, per la decorazione in facciata con bassorilievi di Arturo Martini – il palazzo dell’Arengario a piazza del Duomo a Milano, mentre il bisavolo Gaetano Besia (1791 – Milano – 1871) aveva avuto modo di partecipare alla costruzione del Reale Collegio delle Fanciulle Nobili.

La formazione classica di Vico lo avvicina alla facoltà di architettura, per cui nel 1939 decide di iscriversi al Politecnico di Milano. Dopo poco, per evitare la deportazione in Germania durante gli anni della leva militare, sceglie di trasferirsi in Svizzera, dove perfezionerà i suoi studi e incontrerà una figura fondamentale per la sua carriera: l’architetto triestino Ernesto Nathan Rogers. Nel 1945 fa rientro in Italia e porta a termine la sua laurea. Inizierà da subito la sua attività nello studio del padre, morto purtroppo nello stesso anno.

La sua carriera sarà sempre accompagnata dalla presenza del geometra Franco Montella, fedele collaboratore fino al 2002, quando a lui subentrerà un giovane architetto, Paolo Imperatori. Quello che ha contraddistinto da subito le opere di Vico Magistretti è stato l’interesse per la cultura e l’attenzione per i dettagli funzionali. Come affermerà lui stesso nel corso delle sue interviste, la preparazione ricevuta al liceo classico, l’analisi minuziosa dei testi di greco e latino, lo avevano allenato a discernere tra il superfluo e l’essenziale e questo è stato poi un leitmotiv di tutte le sue opere. Ad oggi viene ricordato come uno dei designer più importanti del dopoguerra, in grado di avvicinarsi al concept di mobili ed oggetti per la casa pensati non solo in virtù della loro estetica, ma anche per rispondere ad esigenze di tipo pratico.

Negli anni ’50 si avvicina al mondo degli immobili, in un’epoca in cui la città di Milano era tutta protesa alla grande ricostruzione. Di sua progettazione sono gli edifici realizzati all’interno dei maxi-interventi INA-Casa e QT8, pensati per accogliere i reduci del dopoguerra. Accanto a questo filone si accompagna anche la realizzazione delle prime case fuori città, abitazioni unifamiliari in cui tenta di coniugare i gusti della borghesia con un nuovo modo di intendere e concepire la casa. Le sue abitazioni sembrano distinguersi per i dettagli eleganti e pienamente integrati nel contesto, figlie di un nuovo modo di intendere i volumi e gli spazi. Il suo obiettivo era quello di creare un continuum con la natura, per questo privilegiava l’utilizzo di grandi finestre e vetrate. Da qui lasciava aperto lo sguardo sul mondo esterno, lasciando che la luce penetrasse in casa, riscaldando gli ambienti.
Esemplare in questo senso fu la progettazione, nel periodo tra il 1956 e il 1959, della Villa Arosio di Arenzano, storica località balneare in provincia di Genova. Questa abitazione può essere considerata a tutti gli effetti una sorta di manifesto della modernità, così come era intesa da Vico Magistretti. Le forme geometriche squadrate e combinate in modo rivoluzionario, che disegnano altezze differenti e creano spazi nuovi, le persiane di legno, il chiaroscuro e i giochi di luce creati dai vari angoli, fecero all’epoca grande stupore.

Lo stesso clamore che venne fuori nel corso del Congresso Internazionale di Architettura Moderna (CIAM) di Otterlo, in Olanda, dove Rogers presentò Casa Arosio come un nuovo capolavoro dell’era moderna italiana. In quella stessa sede, il mondo accademico dell’architettura subì un duro colpo, tanto che quello fu l’ultimo congresso organizzato. In breve tempo Magistretti divenne il paladino della nuova classe imprenditoriale. Stava lentamente nascendo l’italian design e Magistretti ne rappresentava l’emblema in piena regola. I mobili e gli oggetti diventavano finalmente padroni di nuove forme e di nuovi stili, influenzando tutto quello che ruotava intorno all’arte, ma anche intorno alla quotidianità. La sua concezione dello spazio lo portava a utilizzare i diversi livelli della casa per definire gli ambienti. Scale, scalini, grandi aperture verso l’esterno, angoli e linee decise caratterizzavano le stanze. Inoltre amava combinare lo stile eccentrico moderno con i mobili d’epoca creando forti dissonanze.
Vico Magistretti aveva già destato interesse anni addietro, con le sue prime esposizioni: inizialmente presso la R.I.M.A. (Riunione Italiana per le Mostre di Arredamento), dove aveva esordito con una sedia a sdraio e una libreria; l’anno successivo fu invece la volta della mostra di Fede Cheti, in cui presentò al pubblico una libreria appoggiata al muro, progettata come se fosse una scala. Da qui emerse subito la sua passione per gli oggetti della vita quotidiana, che lui stesso più volte definirà belli in quanto utili e funzionali. Non amò mai definirsi un designer, preferiva essere considerato un architetto.

Il suo forte desiderio di progettare mobili per la casa nasceva in realtà dalla necessità di arredare la sua stessa abitazione. Non accettò mai le commissioni dell’alta borghesia, non accontentò mai le richieste di ricchi signori, tutto quello che veniva steso sul foglio era frutto della sua quotidianità. In qualche modo riusciva sempre a creare qualcosa che potesse rispondere ai suoi bisogni più impellenti e concreti. Questo era per lui il senso della progettazione. Tutta la parte realizzativa veniva demandata ad aziende e professionisti esterni, con i quali amava confrontarsi e chiacchierare.

In quegli anni prende avvio anche la sua partecipazione alla Triennale di Milano e nella IX edizione riporta a casa la prima Medaglia d’oro, a cui farà seguito il Gran Premio nella X edizione. Ben presto si unirà alla schiera degli architetti più rinomati della cosiddetta “terza generazione”, meritando la compartecipazione alla progettazione di importanti edifici, quali il palazzo per uffici di Corso Europa e la Torre al Parco di via Revere a Milano. Negli anni ’60 un altro incontro fu emblematico per l’andamento della sua carriera: Cesare Cassina, proprietario dell’omonima azienda, lo contattò per offrirgli la sua collaborazione. Era interessato ad avviare la produzione industriale della celebre sedia Carimate, che era stata disegnata in precedenza per il Golf Club omonimo. Questo venne ricordato da Vico Magistretti come un evento unico nella storia dell’architettura: per la prima volta la produzione incontrava la progettazione in un dialogo sincrono, dove l’obiettivo comune era la condivisione delle idee, la collaborazione pura nella sua essenzialità. Il disegno era frutto di un processo di co-costruzione, era pensato in funzione dei macchinari a disposizione e non poteva essere altrimenti. L’architetto scendeva in strada, la matita e gli schizzi erano solo bozze da definire nell’incontro con l’altra parte. Era il progettista che valutava insieme all’azienda le potenzialità di un oggetto o di un mobile. Fu proprio questa attenzione quasi maniacale alla concretezza che fece di Magistretti un grande designer industriale, per quanto lui rifiutasse questo epiteto. La produzione della sedia Carimate nel 1962 fu un vero e proprio successo: in breve tempo divenne l’icona di stile di ristoranti, caffetterie, bar e locali di ogni sorta. Con la sua vernice lucida e il telaio di legno, la sedia non era più il pezzo di lusso da incorniciare nel salotto dell’alta borghesia, ma diventava un pezzo destinato alla produzione di massa, rivolto ai grandi numeri.

La sedia Carimate diventa perfino la famosa sedia dei Beatles. Questo determina l’avvio di una nuova era e ben presto un nuovo successo arriva a consacrare ulteriormente il genio artistico di Magistretti. La lampada Eclisse venne disegnata nel 1965 e due anni dopo risultò vincitrice del premio Compasso d’oro. La produzione venne affidata alla ditta Artemide a partire da un disegno abbozzato sul retro di un bigliettino. Vito Magistretti raccontava di come avesse avuto l’intuizione di una lampada da tavolo ispirata dai lumi utilizzati nel celebre romanzo I Miserabili di Victor Hugo. La sua semplicità stava nella combinazione di tre sfere che, regolate tra loro, riuscivano a graduare la luminosità, ricreando l’illusione di una vera e propria eclissi lunare. L’oggetto conobbe subito il favore del pubblico, interessato a questa rivoluzionaria lampada che poco aveva in comune con i tradizionali paralumi. I colori sgargianti e il metallo erano figli di quell’epoca e trovarono posto sui comodini di molti italiani.

Questa tuttavia non sarà l’unica lampada a fare successo, ne seguiranno altre negli anni immediatamente successivi, come Dalù, Cirene, Chimera, Telegono e Teti, sempre per Artemide. Negli anni ’60 Vico Magistretti inizia ad avvicinarsi alla plastica e questo lo porta a cimentarsi nel campo dell’arredamento con tavoli e sedie. L’introduzione di questo materiale è l’occasione per rivalutarne la sua utilità in un momento storico in cui era ancora considerato come poco resistente e durevole. In realtà, con il lancio della sedia Selene, prodotta da Artemide nel 1969, tutti scoprono la qualità di un componente d’arredo originale, colorato, ma soprattutto comodo. Le forme morbide della struttura, le gambe a S e la tecnica dell’ispessimento del materiale per i punti maggiormente sollecitati, ne determinarono subito la notorietà. Oggi la sedia, uno dei pezzi maggiormenti venduti, è esposta al Vitra Design Museum e al MOMA di New York, emblema della capacità di quest’uomo di elevare un materiale sottovalutato a oggetto di pregio e dignità.

La sperimentazione nel mondo delle sedute non si ferma qui e presto Magistretti lancia al grande pubblico il divano Maralunga. Riprende la collaborazione con Cassina e nel 1973 presenta un nuovo modello per accontentare le esigenze di personalizzazione dello schienale. Questo divano è ancora oggi in produzione e proprio in occasione dei suoi 40 anni di presenza sul mercato, nel 2014 l’azienda ha scelto di affiancare un nuovo modello a quello classico. Il poggiatesta reclinabile è stato ispirato dal movimento della catena delle biciclette. Questo pezzo d’arredamento andava così a coprire un vuoto nel mondo delle sedute, in un’ottica sempre crescente di maggiore comfort. Non a caso il progetto innovativo gli garantì la vincita del premio Compasso d’oro nel 1979.

Altre opere di rilievo degli anni ’70, rivelatesi poi dei veri e propri bestseller, furono le lampade Snow (1974), Sonora (1976), Atollo (1977), Pascal (1979) e Kuta (1980). Per alcuni anni Vico fu anche designer e art director presso l’azienda Oluce. I lavori di architettura non vennero comunque abbandonati, tant’è che in quel periodo iniziò a lavorare alla progettazione del quartiere Milano San Felice a Segrate (1966-69), del Municipio di Cusano Milanino (1968-69) e della casa in piazza San Marco (1969-71). Nel frattempo continuarono ad arrivare premi e riconoscimenti, di cui uno in particolare a cui Magistretti fu particolarmente grato, la medaglia d’oro da parte della Society of Industrial Artists and Designers (SIAD).
Gli anni ’80 lo vedono attivo in Gran Bretagna, da cui era intimamente attratto in quanto patria dell’eleganza e della sobrietà. Lì insegnò al Royal College of Art di Londra, fulcro di quel nascente movimento minimalista capitanato da Grcic e Morrison, i quali considerarono Magistretti il loro maestro. In questi anni si occupò anche della progettazione della casa di suo nipote Pierre Magistretti a Tokyo. L’incarico gli viene affidato con un’accorata lettera in cui venivano date alcune indicazioni precise rispetto al modo in cui la famiglia voleva vivere la casa. L’abitazione difatti doveva essere pensata per la convivenza tra persone adulte (i figli di Pierre erano già autonomi), quindi lo spazio doveva necessariamente adattarsi a dei parametri differenti. Questo edificio divenne il manifesto di un’architettura nata dalle relazioni: casa Tanimoto rappresenta in pieno la filosofia di Magistretti. I volumi disegnano e circoscrivono spazi indipendenti, sviluppati in lunghezza seguendo l’andatura del terreno. Per Vico ogni abitazione deve narrare la storia di una famiglia, deve essere intimamente connessa con il suo passato e l’intreccio dei suoi legami.
Sempre in questi anni iniziò una stretta collaborazione anche con Maddalena De Padova, la quale darà vita ad una sua linea di mobili ed oggetti a cui lo stesso Vico partecipò in qualità di designer. Tra le tante opere si ricorda il tavolo Vidun (1987), dove è la riproduzione di una grossa vite a sorreggere il piano in vetro. Un componente d’arredo in cui ancora una volta è il dettaglio che dà forma a tutto il resto, in pieno stile Magistretti. Anche il letto Nathalie (1978), disegnato per l’azienda Flou, portò con sè una ventata di innovazione: fu il primo letto in tessuto, che poteva essere interamente sfoderato per garantire una maggiore igiene e praticità.

Tante furono le collaborazioni negli anni successivi e sempre con grandi aziende, dalla sedia progettata per Kartell alle cucine di Schiffini Mobili Cucine, Cinqueterre e Solaro.
Gli ultimi anni sono costellati da una serie di riconoscimenti, come il premio Compasso d’oro alla carriera (1994) e il premio “Abitare il tempo” (2005). Nel 2002 e nel 2005 realizza le sue ultime opere: la villa a Saint Barth per un suo familiare, nelle Antille Francesi (2002) e una villa a Epalinges, nei pressi di Losanna (2005).
Dopo la sua morte, nel 2006, il suo storico studio milanese viene riconvertito in un centro di studi e in un museo, sede della Fondazione Vico Magistretti.
Attualmente sono attive due importanti mostre: fino al 16 ottobre 2016, presso il Centro Culturale G. Verdi di Segrate (MI), è attiva la mostra “Svicolando – Omaggio a Vico Magistretti“. In occasione del 10° anniversario dalla sua scomparsa, la città vuole omaggiare un grande artista ripercorrendo la sua storia. Sono previsti anche laboratori ed attività per avvicinare i ragazzi al mondo dell’arte.

Fondazione Vico Magistretti

Fondazione Vico Magistretti

Anche la Fondazione Magistretti apre le porte al pubblico esponendo la mostra “Interni milanesi – Architetture domestiche di Vico Magistretti”. Nel corso dell’anno la mostra si rinnoverà più volte presentando materiale inedito sulla carriera dell’architetto: tra disegni e fotografie, un viaggio nella progettazione degli appartamenti più lussuosi di Milano.
Molti dei suoi oggetti di design sono presenti in mostre permanenti. Presso il Museum Die Neue Sammlung a Monaco di Baviera sono esposte la Lampada Snow e la Lampada Slalom. Quest’ultima la troviamo anche nel Museum Fuer Angewandte Kunst di Colonia. Sempre in Germania, presso il Museum Fuer Kunst und Gewerbe di Amburgo, si trovano la Lampada Kuta e la Lampada Idomeneo. A New York, al Museum of Modern Art (MOMA), si possono ammirare la Lampada Atollo e la Lampada Eclisse, insieme ad altre dieci opere. Eclisse è presente anche al Triennale Design Museum.

Link ufficiali per approfondire la conoscenza dell’arte e delle opere di Magistretti:
Fondazione Vico Magistretti http://www.vicomagistretti.it/it/
– Esposizione permanente al MOMA http://www.moma.org/artists/3688?locale=en
– Azienda Cassina http://www.cassina.com/it/designer/vico-magistretti
– Video Vico Magistretti e Mario Bellini: architetti e designer italiani http://www.raiscuola.rai.it/articoli-programma/vico-magistretti-e-mario-bellini-architetti-e-designer-italiani-lezioni-di-design/7087/Rai%20Scuola

Grandi designer e storia del design: Vico Magistretti

a cura di Francesco Tadini

Per informazioni su location e per il Fuorisalone 2017 – 4/9 Aprile – contatti Milano Arte Expo: mail: milano.arte.expo@gmail.com – telefono: +39366/2632523

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