Dorothea Lange, grandi fotografi, storia della fotografia – di Francesco Tadini

Dorothea Lange

Fotografi e storia della fotografia: Dorothea Lange – a cura di Francesco Tadini

Dorothea Lange: grandi fotografi. Francesco Tadini, rubrica storia della fotografia di Milano Arte Expo   L’arte fotografica ha scritto pagine di storia, sintetizzando e imprimendo in modo definitivo nella pellicola i più importanti avvenimenti socio-culturali del nostro tempo. E’, quindi, innegabile che abbia un potere comunicativo per molti aspetti superiore all’immagine in movimento del reportage televisivo. Attraverso un semplice scatto è in grado di smuovere coscienze, ma non a tutti i fotografi è concesso questo prestigio.
Dorothea Lange è sicuramente tra questi ultimi.

Dorothea Lange

Dorothea Lange, Migrant Mother, 1936

Migrant Mother rappresenta in pieno il periodo della Grande Depressione ma prima di porre attenzione sullo scatto cerchiamo di capire chi è l’autrice.
Dorothea Lange (cognome della madre) nasce Dorothea Margaretta Nutzhorn nel 1895 a Hoboken. La sua infanzia scorre tranquillamente, eccezion fatta per una poliomielite che le provocherà danni cronici alla gamba destra.
Ciò non fermerà il carattere tenace e, certamente, non arrendevole della giovane che, appena possibile, deciderà di studiare fotografia a New York.
Durante questo periodo collaborò con Arnold Genthe (1869 – 1942), famoso fotografo statunitense, famoso per le sue fotografie documentariste che ripresero importanti episodi americani come il terremoto californiano del 1906.
Dopo aver girato il mondo per un tour fotografico, ritorna in pianta stabile a San Francisco dove troverà amore e lavoro. Qui aprirà il suo studio fotografico e incontrerà suo marito, il pittore Maynard Dixon, da cui ebbe due figli.
Negli anni ’30 si avvicina al gruppo fotografico Gruppo F/64, creato da Ansel Adams > vedi articolo ma senza diventarne un membro effettivo. Il perno centrale su cui ruotava il concetto di fotografia di questo gruppo era una fotografia pura, intesa come l’allontanamento da quelle tecniche e quelle metodiche che prendevano spunto dalla pittura, al tempo infatti la fotografia veniva manipolata pesantemente con l’uso di filtri, obiettivi e post-produzioni in grado di smaterializzare il carattere della macchina fotografica e avvicinare gli scatti a dei veri e propri dipinti. I fotografi amavano, ad esempio, le foto soft e molto velate dai contorni poco nitidi, come se tutti gli elementi fossero sfumati.
I membri del Gruppo F/64 volevano invece ridare la giusta identità alla fotografia, sottraendola a quella sorta di pittorialismo che ne scimmiottava i risultati.
Dorothea Lange adottò pienamente uno stile fotografico, conosciuto come Straight Photography, ovvero fotografia diretta.
Questa corrente, come gli ideali ispiratori del Gruppo F/64 si oppose fermamente al pittorialismo, precedentemente descritto, e a tutti gli artifici che rendevano meno vero lo scatto finale.
Questa filosofia si adattò pienamente all’era in cui si stava interfacciando, con la nascita della figura del fotoreporter e gli eventi sociali disastrosi che si scatenavano l’uno dopo l’altro; essa si applicò perfettamente alla fotografia documentarista che ebbe tra i maggiori esponenti proprio Dorothea.
Il pensiero e l’approccio fotografico della Lange cambieranno per sempre dopo l’incontro con Paul Taylor, un economista che la inserisce nel programma Farm Security Administration.
Il programma nasceva per documentare, monitorare e combattere la povertà e le situazioni di degrado nel paese.
Dorothea Lange si immerge nel progetto, ritraendo decine e decine di poveri e senzatetto, entrando nelle loro vite, documentando l’indecente stato di indigenza provocato dalla desertificazione che indusse i contadini ad abbandonare le campagne, il lavoro, la loro vita.
Sempre sullo stesso modus operandi si basò il suo progetto personale American Exodus, con la collaborazione del marito, che documentò l’esodo di oltre 300.000 immigrati alla ricerca di un lavoro nelle campagne agricole californiane.
Una delle sue prime foto documentariste venne scattata nel 1933 e si chiama White Angel Breadline. Questa fotografia arriva in un tormentato periodo di crisi economica americano, le tasche degli americani erano prosciugate come il matrimonio della Lange, il cui marito era impoverito e non riusciva più a vendere alcun dipinto.
Decisero di separarsi e con la separazione, Dorothea, riacquistò una certa autonomia professionale.
Il suo desiderio era dedicarsi non solo ai ritratti, ma alle storie delle persone ritratte. Fu così che, accompagnata da suo fratello, si presentò alla Mission District di San Francisco.
Questo luogo era pieno di poveri, affamati e disoccupati alla ricerca di una razione di pasto.
La fotografa temeva di indispettire le persone, con quella sua grande macchina fotografica, e di ledere la loro privacy. Ma non fu così, nessuno si accorse di lei, nessuno le prestava la benché minima attenzione.
Scattò la scena alle spalle del gruppo, mentre tutti erano rivolti verso qualcosa di più interessante. Tutti tranne uno, che dava le spalle al mondo e si appoggiava con fare esausto ad una balaustra.
Una tazza di latta tra le mani e il cappello calato sul viso smunto, con un atteggiamento ingobbito dalla vita più che dalla fame.
Non sappiamo quale misterioso meccanismo si inneschi nella mente di un fotografo, ma in quel momento Dorothea Lange ebbe una sensazione. Come se quell’uomo volesse trasmetterle qualcosa, e lo fece.
Paul Taylor non ebbe solo un impatto nella sua personale visione, ma anche nella vita romantica della Lange che, nel 1935, lascia suo marito per sposare Taylor.
Questa unione portò ad un accrescimento del lavoro della fotografa, che adesso poteva contare non solo sull’approccio visivo, ma anche sulle analisi, le statistiche e le interviste del secondo marito.
È il 1936 e Dorothea Lange si trova nell’Imperial Valley (California), con la sua auto oltrepassa campi desolati dalla fitta coltre di gelo che ne ha rovinato i frutti. Metro dopo metro la situazione è spaventosa, decine di persone, ospitate nei vari campi, che non sanno cosa fare. Il lavoro è scarso e le bocche da sfamare, tante.
Da una tenda nota una famigliola con una madre e dei bambini. Li fotografa da lontano ma poi, si avvicina, riprende il tutto a pochi centimetri di distanza. Dorothea non sa chi sia la donna, non sa il suo nome, né la sua storia. A lei interessa ciò che il suo occhio vede, ai fini del suo progetto è questo che vale.
La fotografia finale strugge il cuore, perché la delicatezza di Dorothea riprende una madre con lo sguardo rivolto altrove, dignitoso e forte, mentre i suoi bimbi nascondono il viso nel suo collo, smaniosi di ricevere una protezione, nonostante l’indigenza, la povertà, nonostante tutto.
Tutto il resto è solo un contorno. Dopo pochi scatti, ritorna alla sua auto e va via.
Quella foto verrà pubblicata qualche giorno dopo (10 marzo) sul San Francisco News con l’incisivo titolo Cenciosi, affamati, falliti: i raccoglitori vivono nello squallore. Scoppia una bomba emotiva che colpirà fortemente l’egoistico individualismo degli americani.
Tutti vogliono sapere chi sia la donna e, il giorno dopo, un altro articolo compare sul giornale con il nome del campo in cui è stata scattata la foto. Fu così che al campo si riversarono cibo, vestiti, aiuti, medici.
Una sola fotografia ebbe il potere di smuovere le masse.
Una curiosità in merito alla foto riguarda un piccolo ritocco fotografico, nello scatto originale infatti si vedeva il dito in una mano, in basso e a destra. Nella versione per la stampa, questo particolare venne cancellato.
L’originale è ancora visibile nella Library of Congress di Washington.
Chi era quella donna lo si seppe solo nel 1970 e il quadro tratto fu meno idilliaco rispetto a quanto si era creduto. La donna venne fotografata senza il suo consenso ed è forse per questo che la sua espressione si rivelò così dura di fronte all’obiettivo. Inoltre la Lange le promise di non pubblicare le foto, cosa che invece venne fatta pochi giorni dopo, diventando di dominio mondiale (se si pensa addirittura che la fotografia divenne un manifesto e un francobollo). La donna rivelò di odiare quelle foto, ricordo di un periodo molto difficile della sua vita e di non averne tratto alcun beneficio se non tardivamente, quando negli anni ’80 una raccolta pubblica di fondi le valse 25.000 dollari per l’assistenza sanitaria per il suo cancro.
Una copia della fotografia, autografata dall’autrice, venne invece venduta a 244.500 dollari. Quasi 10 volte di più rispetto a quanto ricevuto dalla protagonista…
Sempre durante il suo tragitto nell’Imperial Valley scattò la foto ad una bambina: Mexican Girl. Esso è un ritratto crudo, con una piccola protagonista sporca, dagli abiti luridi e vecchi, mentre intorno a lei l’ambiente è dei più degradanti. La bambina non è spaventata ma semmai incuriosita da questa donna che le sta scattando una foto, cerca di pulirsi il viso con un mano e il risultato è una spontaneità tipica del foto-giornalismo.
Nulla è lasciato al caso, nulla è preparato.
Gli anni ’40 furono anni importanti per Dorothea, chiamata a documentare la deportazione giapponese nei campi di concentramento, dopo l’attacco a Pearl Harbour.
Ancora una volta, quelle foto divennero memoria storica, riportando fedelmente il clima irrespirabile del tempo.
Dal 1947 fino agli anni ’50 collaborò attivamente con diverse riviste tra cui Life e Aperture, quest’ultima la vede come una delle fondatrici.
Nel 1955 il Moma di New York organizza una delle sue mostre collettive storiche dal titolo The family of man, curata da Edward Steichen, con la partecipazione di 273 fotografi tra cui spicca il nome di Dorothea Lange.
La mostra girò il mondo e in 8 anni si conta che circa 9 milioni di persone hanno ammirato le opere esposte.
Gli anni ’60 videro un decadimento generale della salute della fotografia, impossibilita a scattare fotografie, morì nel 1965 a causa di un cancro all’esofago, all’età di 70 anni.
Pochi mesi dopo, di nuovo il MoMa, organizzò una retrospettiva sull’artista, rendendo il giusto merito al suo lavoro.
Fu la prima volta che venne dedicato un simile prestigio ad una donna.
Il grande insegnamento di Dorothea Lange è nell’usare l’obiettivo come un terzo occhio, un naturale prolungamento della vita visiva, una lente d’ingrandimento sul mondo.
Soleva consigliare di scattare come se fosse l’ultima volta, come se il giorno dopo si potesse essere colpiti da una cecità improvvisa.
Questa sua ricerca fu una costante della sua vita, portando la fotografia documentarista ad un nuovo livello. Le sue fotografie mantengono intatti i concetti di dignità e orgoglio dei personaggi ritratti. Non vi è alcuna falsificazione né accentuazioni dei contesti emotivi, forse perché la realtà rendeva tutto già abbastanza forte.
Forse se avesse dovuto rappresentare il suo addio alla vita, lo avrebbe fatto con un suo scatto: Migrant Worker on California Highway del 1935.
In questo scatto c’è tutta una vita.
Quella del migrante che con i capelli bianchi e poche cose impacchettate si avvia non si sa dove, in una strada solitaria, verso un futuro, si spera, migliore.
Quella di Dorothea, che ha speso decenni a documentare e fotografare la vita dei migranti.
Quella di un uomo che volta le spalle all’obiettivo perché dietro c’è tutto un mondo da cui scappare.
Quella di una donna che volge lo sguardo davanti a sé, consapevole che il meglio debba ancora venire.
Ancora oggi le sue foto fanno il giro del mondo, da poco hanno toccato lo Studio Trisorio di Napoli con la mostra A visual Life e le mura del castello di Postignano, a Perugia, con una seconda sezione denominata The camera is a great teacher. Il nome perfetto per la sua opera: la camera è una grande maestra.

Link per approfondire:
http://www.historyplace.com/unitedstates/lange/
http://www.moma.org/artists/3373
http://www.ilpost.it/2016/06/18/foto-dorothea-lange-a-napoli/
http://www.theartstory.org/artist-lange-dorothea.htm

Grandi fotografi e storia della  fotografia: Dorothea Lange

a cura di Francesco Tadini

 

Leggi anche gli altri articoli della rubrica dedicata alla fotografia curata da Francesco Tadini su Diane Arbus , Annie Leibovitz , Helmut NewtonAnsel AdamsAndré Kertész

 

contatti Milano Arte Expo: mail: milano.arte.expo@gmail.com – telefono: +39366/2632523

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