André Kertész: grandi fotografi, storia della fotografia – di Francesco Tadini

André Kertész

André Kertész e Robert Doisneau ad Arles, 1975, foto di Wolfgang H. Wögerer – Creative Commons

André Kertész: grandi fotografi. Francesco Tadini, rubrica storia della fotografia Ci sono scatti fotografici che scheggiano i vetri con la forza del pensieri, concetti distorti che mutano la realtà apparente e la svelano nella sua disarmante complessità.
Il rappresentante massimo della distorsione fotografica è André Kertész.
Nato a Budapest nel 1894 da una famiglia ebraica medio-borghese. Ebbe un’infanzia e un’adolescenza spensierate, quest’ultima scossa solo dalla morte del padre quando aveva solo 15 anni.
Subito dopo il diploma all’Accademia Commerciale compra la sua prima macchina fotografica, una ICA 4.5×6, che utilizza senza stativo. Questa gli permetterà di approcciarsi alle prime tecniche fotografiche.
Tre anni dopo, nel 1915, parte per il fronte russo-polacco, portandosi dietro una Goerz Tenax 75mm con cui documenta la dura vita in trincea.
Trascorrerà, però, poco tempo in battaglia in quanto ferito alla mano e in convalescenza a Esztergom dove continuerà a cimentarsi nella fotografia scattando foto ai suoi familiari.
Purtroppo le importantissime foto reportage della guerra sono andate perse a causa dei disordini provocati dalla Rivoluzione Ungherese.
Nel 1925 non c’è lavoro né futuro per Kertész che decide di trasferirsi a Parigi, terra in fermento grazie ai nuovi moti artistici che la animano di nuova linfa vitale. Proprio qui, il fotografo incontrerà i maggiori esponenti delle avanguardie del tempo, da Man Ray a Marcel Duchamp fino a Robert Capa. Questo scambio sinergico con questi personaggi lo porterà a crescere rapidamente e a sviluppare notevoli capacità, grazie anche ai consigli e le piccole lezioni impartitegli da Brassaï sulla fotografia notturna e lo studio delle luci, quest’ultimo lo definì paradossalmente il proprio maestro.
È proprio in questo periodo che conosce Rószi Klein e che sposerà di lì a poco. L’idillio però non dura molto e in appena due anni si separeranno per poi divorziare definitivamente nel 1932.
L’orologio dell’amore però rintoccherà nuovamente a distanza di pochi mesi, prima di partire per Parigi aveva allacciato una relazione con una ragazza ungherese, Erzsébet Salamon, delle cui tracce aveva perso durante la fitta corrispondenza tra i due. Venne a scoprire che fu, in realtà, la moglie a intercettare le lettere e farle sparire.
In pochi mesi, Erzsébet Salamon si trasferì a Parigi e, un anno dopo il divorzio di André dalla prima moglie, si sposarono.
In quel periodo a Parigi si respirava un’aria surrealista e dadaista. L’incontro, lo scontro e il collegamento con queste due correnti ebbe un peso notevole sul lavoro di Kertész che nel 1927 espose le sue prime opere alla Galerie Au Sacre du printemps, con l’accompagnamento di una poesia dell’amico dadaista Paul Dermée (nome d’arte di Camille Janssen).
Un anno dopo comprò una macchina fotografica Leica e, insieme a Henri Cartier-Bresson, lavorò ad un progetto editoriale per la rivista Vu. Bresson ebbe sempre parole di lode nei confronti del fotografo, definito come il padre della fotografia contemporanea.
Una delle sue mostre più importanti, per il suo simbolismo piuttosto che per l’impatto con i critici, fu la mostra indipendente Salon De L’Escalier che lo vide esporre insieme ai più grandi artisti del tempo come Berenice Abbott, George Hoyningen-Huene e Man Ray tra gli altri.
La sua prima vera occasione avvenne grazie alla rivista Le Sourire che gli diede carta bianca su un servizio da 5 pagine.
Kertész aveva già osato con le deformazioni in precedenza, con le naturali deformazioni provocate dall’acqua sul corpo di un nuotatore, nel 1917; decise quindi di riprenderne il concetto tramite l’ausilio di uno specchio deformante e due fotomodelle: Hajinskaya Verackhatz e Nadia Kasine.
Nasce ufficialmente il progetto Distorsioni che ancora oggi lo ha consacrato icona del genere.
I corpi delle modelle non sono più corpi perfetti dai canoni greci, essi si allungano, si allargano, si perdono oltre i limiti della pellicola, ritornano corrucciati verso il centro smaterializzando le carni e rendendole infinite volte donne. Tutte diverse e tutte amabili, allo stesso tempo.
Lo specchio diventa un creatore di fantocci e le modelle si prestano al gioco lasciando all’osservatore l’intuizione di una posa, di un sesso svelato incomprensibile, l’erotismo di mani che si intrecciano e si nascondono ad un occhio realistico e superficiale.
Alcuni hanno ipotizzato che il fotografo avesse avuto un’eccessiva stimolazione del surrealismo che con le figure distorte aveva riempito chilometri di dipinti ma dopo un’analisi accurata è onesto indicare il lavoro di Kertész come molto lontano dagli ideali e dalla ricerca surrealista.
Lo stesso fotografo non ha mai detto apertamente di farne parte, conscio della profonda differenza del suo approccio. Il surrealismo distorceva elementi reali facendo perdere la loro concretezza, amava giocare con prospettive impossibili per trasportare l’osservatore in una dimensione sconosciuta.
Kertész invece non oltrepassava mai il limite del reale, distorcendo le figure nella possibilità che gli offriva la luce o gli elementi deformanti. Amava vedere le infinite versioni del corpo umano ma odiava gli eccessi e fu questo a renderlo unico nel suo genere.
Nel 1936 André si trasferisce con la moglie a New York per lavorare con l’agenzia Keystone, quello che doveva essere un breve periodo si trasformò in un qualcosa di più dato che il fotografo vi rimase fino alla morte.
Sempre in quest’anno la Francia gli conferì la cittadinanza francese per i suoi meriti artistici, seguita dalla cittadinanza americana 8 anni dopo.
Purtroppo la cultura americana era ben diversa da quella francese, più chiusa e limitata. Il fotografo si trovò spesso in difficoltà perché le sue foto non erano capite e, di conseguenza, accettate dal pubblico, dalla critica e dagli editori.
La rivista Life rifiutò i suoi lavori definendoli troppo espressivi, effettivamente analizzando le foto dell’epoca non è difficile crederlo. I fotografi che lavoravano in America avevano un approccio semplice e canonico ai temi di interesse artistico e sociale.
Fu così che André Kertész decise di chinare il capo e uniformarsi agli altri, producendo opere di pregio ma mancanti della sua firma caratterizzante.
Con il cambio di rotta, le riviste cominciarono ad interessarsi ai suoi lavori, Harpeer’s Bazaar e Vogue gli commissionarono diversi lavori che gli spianarono la strada con altri rotocalchi famosi al tempo.
Ciò provocò una velata tristezza nel fotografo, smanioso di trovare un riscontro positivo nel pubblico e nella critica che sembrava non arrivare mai. L’errore, e il plauso, di Kertész fu di non cadere mai nel calderone della pubblicità e della fama.
Non si avvicinò mai alle celebrità né ai politici del tempo, rimanendo fedele ai temi intimi e romantici della vita quotidiana. Questo lo nascose dall’obiettivo della notorietà a lungo.
Solo con il tempo e l’aumentare della sua fama poté recuperare in pieno la propria autonomia professionale, proponendo progetti e lavori che nessuno avrebbe più definito troppo espressivi in seguito.
Le mostre e le pubblicazioni del fotografo si susseguirono nel corso degli anni fino a quando un cancro gli tolse sua moglie nel 1977.
Ma lui non si fermò, neanche quando la vecchiaia lo confinò nella sua casa, lui continuò a fotografare nel solo spazio a cui potesse affacciarsi: la sua finestra.
La serie di polaroid che Kertész scattò, vennero poi raccolte ed edite in un libro chiamato semplicemente From my window e dedicato alla moglie. Il fotografo divenne un pescatore di attimi, rubando attimi di vita quotidiana, come se un’intera vita spesa a conoscere, capire, cercare di guardare oltre non sia stato abbastanza. Non ancora.
Scompare nel 1985 lasciando centinaia di migliaia di negativi in eredità al mondo della fotografia.
Oltre alle famose foto distorte, che giocano con la fisionomia dei corpi rendendoli sovrumani e seducenti, ci sono molte altre opere significative del lavoro del fotografo, esse sono la prova concreta della sua versatilità e dell’occhio attento a quei dettagli che spesso si perdono nella quotidianità.
La Fourchette ne è un esempio, scattata nel 1928. Essa è l’emblema del pensiero Kertésziano: semplice, reale, diretta. La forchetta si posa delicatamente sul piatto creando una doppia ombra sul tavolo e sulla superficie riflessa della stoviglia. Il monocromatico è reso ad arte lasciando che i neri si perdano gradualmente nelle ombre, risaltando al contempo i brillanti bianchi che afferrano delicatamente la luce.
In quanti riuscirebbero a trasmettere tanto romanticismo in una forchetta su un piano? Lui, sì.
Mondrian’s Glasses and Pipe è un’opera venduta all’asta da Christie’s, circa 10 anni dopo la morte del fotografo, per 376.500 dollari. La fotografia disarma per la sua immediatezza: un paio di occhiali lasciati distrattamente sul tavolino, al cui centro riposa la pipa dell’artista. Anche in questo caso abbiamo un monocromatico perfetto, in cui tutti gli elementi si stagliano, neri e forti, dal bianco limpido del tavolino. La prospettiva è studiata in modo da far combaciare l’angolo del tavolo con il centro del tavolo, centrando in questo modo tutta l’attenzione dell’osservatore.
The Circus, Budapest, del 1920 è ripreso da un punto di vista voyeuristico. Il lato ironico di Kertész segue una coppia di avventori che, forse, non hanno pagato il biglietto e spiano lo spettacolo da un foto sul retro. Lo spettatore ha quasi paura di disturbare il momento e trattiene il respiro per non farsi sentire. Il fotografo concentra tutto le linee verso il centro della composizione, laddove si nasconde il piccolo peccato commesso dalla coppia: spiare.
Ma non sono forse spiati anch’essi dal fotografo? Il gioco infinito dello scattare senza essere visti…
La Danzatrice Burlesca è un ritratto femminile, con la figura di una donna placidamente sdraiata su un divano. La sua posizione è ricercata e plastica, quanto il gesso che si vede alla sinistra. Sembra quasi un’emulazione ma il nesso è più forte di quanto sembri. Un corpo femminile che ricalca dinamicamente la staticità di una figura classica risulta sgraziata e poco umana, forse questo scatto era una risposta ai committenti che ricercavano un’asetticità nello scatto che degradava la fotografia del suo lato umano, relegandola a mera istantanea dalle forme artefatte.
L’anima di André Kertész è, invece, chiara e si respira ad ogni suo scatto.
Le luci che si contrappongono alle ombre, gli esseri umani ripresi nella loro vita normale divenendo protagonisti indiscussi di una storia, gli scatti urbani che disegnano trame grazie alle composizioni delicate, queste sono tutte prove tangibili dell’enorme talento di questo fotografo e dell’importante lezione che ci ha lasciato.
André Kertész ripeteva spesso di non fare foto ma di esprimersi attraverso di esse, come se fosse l’unica lingua comprensibile al suo animo. Ed è questo il messaggio da carpire: fare fotografie non per diletto, per lavoro o per passione. Fare fotografie perché è l’unico modo di esprimere ciò che si nasconde all’interno della coscienza e portarlo alla luce. Non è questa la fotografia?

Link consigliati:
http://dailystorm.it/2014/10/29/andre-kertesz-il-pioniere-della-fotografia-evanescente-e-deformata/
http://lumieregallery.net/wp/215/andre-kertesz/
http://www.artnet.com/artists/andr%C3%A9-kert%C3%A9sz/
http://www.staleywise.com/collection/kertesz/kertesz.html

Grandi fotografi e storia della fotografia: André Kertész

a cura di Francesco Tadini

 

Leggi anche gli altri articoli della rubrica fotografica curata da Francesco Tadini su Diane Arbus , Annie Leibovitz , Helmut NewtonAnsel Adams

 

contatti Milano Arte Expo: mail: milano.arte.expo@gmail.com – telefono: +39366/2632523

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Una risposta

  1. Stefano sesti scrive:

    Molto interessante,come la fotografia diventa arte

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