Helmut Newton, Palazzo Ducale, a cura di Denis Curti e Matthias Harder – mostre di fotografia

Helmut Newton

Helmut Newton, mostra a Palazzo Ducale Genova curata da Denis Curti e Matthias Harder

Helmut Newton, Palazzo Ducale Genova, a cura di Denis Curti e Matthias Harder – mostre fotografiche. Rubrica I grandi fotografi di Francesco Tadini per Milano Arte Expo – Helmut Newton. Fotografie. White Women / Sleepless Nights / Big Nudes, la mostra genovese aperta fino al 22 gennaio 2017 (orari lunedì 14-19, martedì – domenica dalle 10 alle 19), da non perdere, è buona occasione per raccontare la vicenda professionale e umana di un protagonista della fotografia.

E, nella fotografia, esistono storie e Storie. Le prime hanno un tocco leggero che a malapena ti colgono, le seconde ti esplodono nella mente con luci, suoni, colori…
Helmut Newton è sicuramente una Storia.
Nasce come Helmut Neustädter a Berlino nel 1920 da una ricca famiglia ebrea, proprietaria di una fabbrica di bottoni. Non ci sono patimenti particolare per il giovane Helmut, che vive un’infanzia felice seppur con una salute cagionevole. La famiglia dalla quale proviene cerca di separare i propri figli dal degrado circostante, fatto di poveri e mendicanti, portandoli spesso in vacanza alle terme. Questo provoca in Helmut la sensazione di estraniamento a quella carenza economica ma allo stesso tempo è affascinato da quel mondo, così vicino eppur così lontano.
A soli 8 anni viene portato dal fratello nel distretto a luci rosse di Berlino, ed eccola che si staglierà ai suoi occhi una figura che peserà come un macigno nelle sue fantasie da adulto: Red Erna, prostituta con stivali rossi al ginocchio e una perenne frusta alla mano.
Il desiderio fetish si impadronisce di una piccola anima candida di 8 anni e non lo lascerà mai più.
A soli 12 anni compra, con i suoi risparmi, una macchina fotografica – una fotocamera molto economica prodotta dalla Kodak, chiamata Kodak Brownie – e va a lezione da Ill de Yva, una fotografa di moda che gli insegnerà le tecniche di base.
In seguito, durante tutta la sua carriera professionale non avrà mai fotocamere tecnologicamente avanzate per scelta personale.
Riteneva infatti che fosse già complicato riuscire a stringere un buon feeling con la modella per rendere il tutto ancora più complicato con l’ausilio di una supermacchina fotografica. Una visione in controtendenza quella attuale, dove avere l’ultima fotocamera è quasi basilare per un fotografo.
Ritornando al giovane Helmut, la serenità ha tempo breve nella Germania del ’38. Il nazismo incombe come una scure sulla comunità ebraica tedesca, arrivano le leggi razziali e Newton scappa a Singapore, passando per Trieste, lavorando allo Straits Time per due settimane come fotografo. Ma la mano nazista arriva anche qui, viene espulso in Australia e internato in un campo di concentramento nel Victoria. Rimane qui per due anni, fino al 1942, lavorando come raccoglitore di frutta.
Dopo l’allontanamento dal campo di concentramento decise di rimanere in Australia, unendosi al fronte con l’esercito australiano fino al 1945; la sua mansione era quella di guidare i camion.
Grazie al suo aiuto alle forze armate riesce a diventare cittadino australiano l’anno seguente, cambiando il suo cognome da Neustädter a Newton (traduzione del suo cognome), Helmut sposa June Brunell, attrice, modella e fotografa. Rimarranno insieme per 55 anni, fino alla morte del fotografo.
Helmut aprì uno studio di fotografia e cominciò a collaborare con diverse riviste tra cui Playboy, Vogue, L’uomo, Elle, Vanity Fair, Mairie Claire, ecc.
Proprio nel 1973, durante uno shooting fotografico per Playboy, Newton incontrò la sua musa Charlotte Rampling. Le indicazioni della rivista prevedevano un nudo ripreso in modo naturale in un contesto naturale come quello di un salotto. La modella venne ripresa mentre sedeva su un tavolo, con un bicchiere di vino in mano e lo sguardo rivolto sensualmente verso l’obiettivo. La scintilla non scoccò con questo scatto, ma dopo. I due creano un buon feeling e Helmut le chiese: Possiamo fare un nudo adesso- il NOSTRO nudo?

La sua lunga carriera comincia a partire dagli anni ’60 con il suo trasferimento a Parigi, l’allora capitale della moda.
Il suo stile colpì subito i vari editori per le sue note fortemente erotiche con richiami BDSM e fetish.
Esaltava le forme femminili, le fasciava in autoreggenti e guêpière per provocare ma aggiungendo particolari ironici che le discostava dalla mera fotografia erotica facendole raggiungere una dimensione più umana.
I musei e le gallerie lo amavano ed esponevano le sue opere in tutto il mondo: Praga, Tokyo, New York, Parigi, Venezia, ecc.
Il pubblico rimane colpito dal suo stile, da quelle foto così smaccatamente spinte ma le femministe non erano d’accordo, lo odiano per la mercificazione neanche tanto velata del corpo femminile.
Ma Helmut Newton ha altro a cui pensare visto che gli anni ’70 si aprono con un attacco cardiaco che ne rallenta il lavoro e la produzione. Trova però il tempo di pubblicare la raccolta fotografica White Woman seguito 4 anni dopo da Big Nudes, quest’ultimo uno dei suoi lavori più famosi con foto a grandezza naturale di bionde nude.
Il primo conteneva 81 immagini, perlopiù di nudo femminile, a colori e in bianco e nero. Venne accusato di razzismo dalla comunità black ma a questa accusa Helmut rispose con una frase provocatoria dicendo che non solo era un bellissimo titolo ma anche un bellissimo libro visto che non c’era ombra di donne nere al suo interno.
Dopo la sua uscita il Times lo incoronò King of Kink, un ruolo ampiamente accettato dal fotografo che definì idioti i fotografi che non si definivano voyeur.
Newton capì benissimo come funzionasse la notorietà e si calò perfettamente nei panni del ‘bad boy’.
Big Nudes venne scattato nella sua madre terra in seguito ad un’ispirazione. Al tempo la polizia tedesca cercava, tramite enormi ritratti, gli esponenti di un gruppo terroristico di sinistra denominato RAF. Dagli enormi ritratti segnaletici agli enormi ritratti di nudi, il passo fu breve!
L’attacco cardiaco ne potenziò la fama, spingendo personaggi famosi e stilisti a contattarlo per lavorare al più presto.
Da un momento all’altro non c’erano solo i rotocalchi di moda nella vita di Newton ma anche Ava Gardner, Margaret Tatcher, Catherine Deneuve, Romy Schneider e ancora Dolce e Gabbana, Versace, Chanel, YSL, e molti altri ancora.
A proposito di Margaret Tatcher, un suo ritratto venne commissionato da Vanity Fair nel 1991.
La Lady di Ferro era intenzionatissima a non sorridere durante lo shooting, per non risultare sgradevole. Ma complice il fascino di Newton, il fotografo riuscì a scattarle una foto con un’impercettibile sorriso. Fu proprio quel ritratto ad essere scelto dalla rivista, nonostante la Tatcher lo odiasse, ed oggi è esposto nella National Portrait Gallery di Londra.
La ricchissima Montecarlo diventa la sua residenza estiva, mentre Los Angeles accoglieva il fotografo in inverno.
Sono lontani i tempi in cui guardava i quartieri degradati tedeschi da lontano…
Nel 1995 sua moglie June gira un documentario Helmut by June con una videocamera che lo stesso marito non era stato in grado di usare egregiamente. Questo documento sarà una prova intima della vita personale e professionale del fotografo, la moglie riuscirà a riprenderlo al lavoro con le muse del tempo (Cindy Crawford e Carla Bruni) e a rappresentare in modo onesto la figura del marito, che si svelerà semplice nella sua complessità.
Non sarà l’unico documentario della sua vita, 8 anni dopo la sua morte tre assistenti metteranno insieme le loro memorie per girare Three Boys from Pasadena: a Tribute to Helmut Newton e fornire la loro visione del maestro da un’ottica diversa.
Nel 1996 la Francia gli riserva il titolo di Gran Commendatore delle arti e delle lettere, prestigioso ruolo concesso alle figure che si sono distinte per il loro impegno nel campo artistico e letterario.
Nel 2003 donò una raccolta di foto alla fondazione berlinese Preußischer Kulturbesitz, in seguito esposta al Museo della Fotografia (vicino al famosissimo Zoo di Berlino).
Nello stesso anno fondò la Helmut Newton Foundation nel distretto di Charlottenburg, che raccoglie oltre a numerose foto anche gli oggetti personali del fotografo e di sua moglie. L’intento di Newton era creare un’istituzione vivente e non un museo morto.
Morì un anno dopo, a 83 anni, in un incidente stradale con la sua cadillac, andando a sbattere contro lo Chateau Marmont (dove per anni vi aveva soggiornato).
Le sue spoglie sono conservate al cimitero ebraico di Friedenau, vicino alla tomba di un’altra icona tedesca e dall’immaginario forte come le sue donne: Marlene Dietrich.
Le modelle di Helmut Newton rappresentano il classico immaginario in voga al tempo: alte, mascoline, aggressive, lascive…
Il fotografo riusciva a imprimere in loro i propri desideri repressi, rendendole protagoniste e allo stesso momento succubi di una fantasia maschile.
Era la sua personale visione, non qualcosa creato in nome dell’arte. Quest’ultima fu a lungo rifuggita da Helmut che continuava a dire di non fare arte, di non fotografare per essere esposto in musei e gallerie. Si riteneva una pistola a noleggio.
Un’introspettiva fedele del suo pensiero è possibile solo grazie all’analisi di alcune sue opere.
Tra le più famose c’è sicuramente Saddle I dalla serie Sleepless Night, una raccolta delle sue foto di moda più famose, che ha come protagonista una modella con indosso degli stivali da cavallerizza e una sella sulla sua schiena. La bellissima donna non guarda l’obiettivo, ma altrove. Come se l’obiettivo riprendesse il tutto celatamente, senza il suo consenso.
Helmut si insinua nel suo privato, in una camera da letto, riprendendo un momento di gioco dall’indubbio finale.
Il fatto che la foto fosse stata creata appositamente per un rotocalco maschile ne amplifica il senso, Newton non aveva paura di scioccare. E sapeva farlo molto bene.
Two pairs of legs in black stockings, Paris 1979 è una foto che semplifica in un solo sguardo il talento e il pensiero del fotografo.
Non c’è un vero protagonista se non due gambe in autoreggenti, di spalle rispetto all’osservatore.
Ancora una volta chi guarda il ritratto è un voyeur, che si infiltra nel privato di uno sconosciuto e ne rimane incatenato.
L’atmosfera è greve e sensuale, le due donne si toccano la mano ma la nascondono all’uomo in secondo piano. Che sia un rapporto saffico? O un imminente menage a trois? Non ci è dato saperlo, ma la fantasia vola alto nelle foto di Newton e ognuno può trarre la propria personale visione parallelamente con le proprie fantasie…
Un merito indubbio di Helmut è aver sdoganato l’androginia.
Pur rappresentando la donna sempre con pose femminili, sensualità ed erotismo, in molti ritratti cede il passo al ‘gender role’ e al gioco di potere.
Le sue donne sono sempre state forti anche nella sottomissione ma con Rue Aubriot, serie di foto con la modella Vibeke Knudsen per Vogue Paris del 1975, raggiunge l’apoteosi.
La modella è ripresa in uno scenario all’aperto, perché lei non si vergogna di ciò che è, fuma una sigaretta con i capelli raccolti e un favoloso smoking gessato. Posa con la mano in tasca, naturale ed elegante mentre di lì a poco (in un secondo scatto) si approccerà ad una donna completamente nuda e sua.
Nonostante le forti accuse di misoginia da parte del pubblico femminile e femminista, Helmut sa cosa vogliono gli uomini, ma possiamo dire che la sua fantasia si distanzia così tanto dai nascosti desideri femminili?
Tralasciando il lato concettuale della foto, tecnicamente è un simbolo di eccellenza. Con la sua composizione ricercata, la difficoltà tecnica nel ritrarre in notturna e allo stesso tempo nella scelta di tutti quegli elementi che contribuiscono a comprendere la foto al primo sguardo.
Ovviamente non c’erano solo nudi e scatti fashion nella sua fotografia, una buona fetta venne concessa ai ritratti, definiti una seduzione straordinaria dallo stesso Helmut.
Molte celebrità sfilarono davanti al suo obiettivo, da Angelina Jolie a Leonardo Di Caprio passando per Sophia Loren.
Pur discostandosi dalla provocazione tipica dei suoi nudi, anche i ritratti mantengono lo stile del fotografo perché capaci di esprimere in un solo sguardo cosa si cela dietro i suoi protagonisti.
La fotografia di Helmut Newton era proprio questo, una fotografia di moda che non sembrava una fotografia di moda ma una scena tratta da un film. Qualcosa di lontano da modelli, abbigliamento e accessori ma un modo per raccontare una storia. Esatto, una Storia.

I grandi fotografi: Diane Arbus

a cura di Francesco Tadini

Scritto in occasione della grande mostra a Genova Helmut Newton. Fotografie. White Women / Sleepless Nights / Big Nudes a Palazzo Ducale che, curata da Matthias Harder e Denis Curti – l’esposizione, allestita a comprendere più di 200 immagini, è organizzata dalla Fondazione per la Cultura di Palazzo Ducale Genova in collaborazione con Civita e Fondazione Helmut Newton di Berlino.

Il sito ufficiale della mostra è http://www.newtongenova.it/

Leggi anche i testi di Francesco Tadini per la rubrica, su Diane ArbusAnnie Leibovitz

 

contatti Milano Arte Expo: mail: milano.arte.expo@gmail.com – telefono: +39366/2632523

Potrebbero interessarti anche...

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *