Diane Arbus, grandi fotografi – rubrica curata da Francesco Tadini

Diane Arbus

Diane Arbus – la grande fotografia, a cura di Francesco Tadini

Francesco Tadini – Rubrica I grandi fotografiDiane Arbus. La bellezza è un dono della natura. Siamo abituati a pensarlo, mentre sfogliamo le riviste, fotografiche e non, guardiamo un film o facciamo zapping, distrattamente. Siamo abituati a pensarlo perché alla nostra vista si susseguono visioni di perfezione umana tanto distanti dalla realtà quanto vicini ai nostri desideri.
Siamo nati e cresciuti con l’idea che in ogni contesto che conta, ci siano solo donne e uomini belli. Dalle labbra turgide, gli occhi grandi, i volti perfettamente simmetrici. Sembra quasi che il mondo sia diviso tra loro e noi. Perfezione e quotidianità. Olimpo e Terra.
Eppure c’è chi ha guardato svogliatamente questa compiutezza- forse, non a caso, proprio una donna, a darci la sveglia – preferendo le linee distorte di una ruga, l’intensità dei difetti, la nota distorta di un’armonia…
Diane Arbus è la fotografa dei mostri, così conosciuta perché i suoi soggetti erano i cosiddetti freaks. Persone isolate, nascoste, bistrattate dalla società, che sulle sue pellicole trovavano un riscatto dolce e innocente.
La vita si presenta leggera per la giovane Diane Nemerov, figlia di una ricca famiglia ebrea proprietaria dei grandi magazzini Russek’s. Vive circondata da una famiglia amorevole e dedita all’arte, suo fratello maggiore diverrà poeta, sua sorella minore una scultrice, suo padre in vecchiaia si dedicherà con successo alla pittura. L’arte viene vissuta, respirata e guardata con orgoglio e questo pone le basi per il futuro di Diane Arbus.
A soli 15 anni si innamora di un commesso del padre, la classica favola della ricca ereditiera che si innamora di un povero ma bello seppur a ruoli invertiti. Ovviamente questo legame non è visto bene dai genitori che speravano in un partito migliore per la figlia ma, dopo soli 3 anni, i due convolano a nozze. Diane è testarda e riesce a convincere i suoi genitori. Non prosegue l’università ma si appassiona alla fotografia, scattando le promozioni pubblicitarie per i grandi magazzini del padre. Questo lavoretto le permetterà di cominciare a capire le tecniche basilari della fotografia ma non è quello che lei ama fare. Non sa ancora cosa, ma c’è qualcosa oltre il mero scatto pubblicitario.
Durante la Seconda Guerra Mondiale il marito lavorerà come fotografo di guerra e Diane diverrà madre della sua primogenita, Doon.
Con la fine della guerra, i due coniugi apriranno uno studio fotografico, il “Diane & Allan Arbus” ma la fotografa si limita a fare da assistente al marito; in fondo è lui che ha avuto una vera esperienza lavorativa come fotografico, è lui il marito, è lui che deve farlo… Ah se il talento potesse parlare.
Ma Diane non rimane con le mani in mano e decide di studiare fotografia con diversi maestri, in lunghissimo arco di tempo (circa 10 anni).
Ne cambierà due (Abbott e Brodovitch) che non produrranno un esito miracoloso, eccetto per l’insegnamento di varie tecniche.
Diane continua ad essere timida, impacciata, non sa cosa ritrarre o forse lo sa ma non ha il coraggio di dirlo.
Sarà Lisette Model – fotografa americana di origini austriache – a darle la spinta giusta con un semplice insegnamento: divertirsi.
Questo input riuscirà a sciogliere la fotografa che da allora migliorerà sempre più, aggiungendo alle sue foto uno stile particolarmente innovativo.
Non è ancora il momento però, in questi anni si dedica alla fotografia di moda con il marito lavorando per diverse riviste fashion come Glamour, Seventeen e Vogue.
Un viaggio in Europa nel 1951 aggiungerà nuovi stimoli alla fotografia di coppia, che firma le sue foto con doppi crediti.
Una curiosità è che, ufficialmente, Diane collaborerà con il marito solo fino al 1956 ma la coppia era talmente famosa per il suo lavoro che per parecchi anni le affibbieranno il nome del marito anche nei suoi lavori singoli.
Gli anni ’60 comportano una frattura importante nella vita della fotografa, separando nettamente la figura della donna in un prima e dopo.
Il matrimonio con il marito va in crisi e si lasceranno, divorziando dieci anni più tardi nel 1969.
Diane comincia a lavorare con una Nikon 35mm, non per qualche esigenza in particolare ma semplicemente perché amava la grana della pellicola Nikon.
Sempre nel 1960 scopre l’Hubert’s Museum, dove si esibiscono strani personaggi che la affascinano e che comincia a fotografare sempre più spesso. È la genesi di quello che diverrà Diane Arbus, la fotografa dei mostri.
Diane non sa perché ama i personaggi inusuali ma sa che questi ultimi la guardano con sospetto. Troppo spesso sono stati insultati, scherniti e derisi dalla gente comune solo per il loro aspetto. Che cosa voleva questa donna da loro? Perché continuava a chiedergli di fare foto?
Diane è un animo delicato e riesce a stringere un legame empatico con loro, sarà questa la forza delle sue foto.
Soleva dire che la fotografia è un segreto intorno a un segreto e lei amava infiltrarsi nelle vite celate delle persone, amava rappresentare quello che tutti noi siamo ma pavidamente nascondiamo.
In quegli anni una donna doveva inseguire il sogno americano: sposarsi, fare figli, cucinare con un grembiule bianco e pulito e curare il giardino di casa in attesa del marito. Chi era questa Diane che esponeva il brutto così apertamente?
Ma il brutto e il deforme, secondo la Arbus, non era nei suoi soggetti ma nel perseguire quell’ideale di società come unico e concepibile.
Non è una sorpresa che si sia addentrata seriamente nella fotografia solo a 38 anni. A chi le chiedeva come mai avesse compiuto questa scelta così tardi lei rispondeva che prima era stata moglie e madre e non aveva avuto tempo di fare altro!
Aveva vissuto entrambe le medaglie e alla fine aveva deciso.
Le sue foto sono istantanee sulla vita vera, sul risveglio da quel famoso American Dream che cresceva società di frustrati politically correct. Diane voleva dare uno smacco al mondo perbenista e dirgli: ecco, esistono anche loro. E non per farti divertire perché sono normali come e più di te!
I personaggi ritratti non sono addobbati come spettacoli da baraccone (abituati a farlo per vivere, tra l’altro) né dovevano fingere di essere qualcun altro. Diane Arbus scattava foto della loro quotidianità e li sorprendeva ad essere normali in un mondo di anormali.
Nel 1932 venne girato il film Freaks, con “mostri” veri che recitavano se stessi. Il film fece molto scalpore dato che in quella società (siamo sicuri solo quella?) tali fenomeni erano rinchiusi in casa pur di non turbare l’apparente e falsa normalità pubblica.
Diane guardò il film decine e decine di volte, ispirata da quel tipo di estetica.
Nel Club ’82 trovò altri soggetti apparentemente strani come Miss Stormé de Larverie, un travestito che posò durante la fase di trasformazione, con i bigodini, le sopracciglia appena rifatte e una sigaretta in mano. Scommettiamo che non avrebbe mai immaginato di finir col diventare una delle fotografie icona di Diane.
Un’altra fotografia molto famosa della fotografa che ritrae uno dei suoi personaggi freaks era Cha Cha Cha, affetto da nanismo, che sorride seminudo all’obiettivo, del tutto a suo agio, coperto da un solo lenzuolo.
O ancora il grande Moondog, conosciuto come Il Vichingo della 6ª Avenue; era un musicista e compositore cieco, dalla folta barba e appassionato della mitologia norrena. Si isolò dalla società, preferendo vivere in strada, inventando strumenti musicali e cucendosi vestiti scenografici ispirati al dio Thor.
Questo stile, forte e proibito, non è amato dal pubblico. Solamente grazie alle insistenze del suo amico Marvin Israel, Diane riesce ad essere pubblicata su Esquire ed Harper’s Bazaar.
Come la prese il pubblico? Disdicendo gli abbonamenti.
Poco male però, queste pubblicazioni apriranno le porte ad una serie di lavori su commissione. Una su tutti, la grandissima Mae West che però non si piacerà affatto nei ritratti di Diane. Ecco il ritorno del discorso antecedente: la perfezione odia vedersi imperfetta.
Questo sarà una costante in tutti i lavori commissionati della Arbus, il suo stile è troppo crudo e provocatorio per essere ammirato da chiunque.
Il suo approccio al soggetto a volte era strano, aveva un’idea nella sua mente e cercava di ottenerlo in qualsiasi modo.
Un esempio è dato da una delle sue foto più famose Child with Toy Hand Grenade in Central Park. Diane incontrò questo bambino nel famoso parco di New York mentre giocava con armi giocattolo, gli chiese di scattare una foto ma cominciò a innervosirlo. Il bambino nella foto compare fermo, immobile, rigido, con una granata giocattolo in mano e l’altra tesa come a scattare, il viso stranito da un’espressione arrabbiata. In realtà quel bambino stava tranquillamente giocando e negli scatti immediatamente antecedenti appariva tranquillo; cosa successe? Diane cominciò a girare intorno a lui fino a farlo scattare. Quell’espressione arrabbiata non era di un ribelle e pericoloso ma semplicemente un’espressione istintiva di un bambino impaziente di ritornare a giocare!
La Arbus sapeva come giocare, sapeva come ottenere quello che desiderava, sapeva come connettersi al soggetto per ottenere qualcosa di sentito e profondo.
Intorno a Diane si apre un varco, da una parte i musei che amano il suo talento e il suo stile provocatorio, dall’altro il pubblico che preferirebbe bruciare ogni sua fotografia piuttosto che vedere la realtà.
Nel 1963 il Guggenheim le darà la sua prima borsa di studio (in totale ne ricevette due) e il MOMA esporrà una serie di ritratti che ogni sera doveva pulire, tanto erano gli sputi del pubblico.
Diane comincia ad essere conosciuta con il nome Fotografa di mostri, cosa che le provocherà molta tristezza e crisi depressive.
Eppure i giovani fotografi la amano e riempiono le fila dei suoi corsi, l’ultimo dei quali organizzato per comprare una Pentax 6×7.
La Arbus dirà che era come guardare in una grande 35mm.
Nel corso degli ultimi anni parteciperà a diversi progetti: scatti di nudismo, disabili in un istituto (che diverrà famoso post-mortem come Untitled) e infine bordelli e sadomasochismo (questi ultimi sono pochi e rari).
Ma c’è qualcosa che le toglie il divertimento e la felicità provata anni prima nello scattare.
Confiderà alla sua grande maestra Lisette che qualcosa era andato oltre, scivolandole dalle mani.
Forse è la condizione dei suoi soggetti a entrarle dentro e a non scomparire mai, forse è il pubblico che la guarda come se fosse ella stessa un mostro perché fa riemergere in superficie quello che nessuno vorrebbe vedere o forse è il successo che le sta facendo perdere cognizione di sé?
Non si sapranno mai i motivi della sua depressione, né cosa l’abbia spinta il 26 luglio 1971 a ingerire una forte dose di barbiturici e tagliarsi i polsi nella sua vasca da bagno.
E come lo scenario più banale, con la sua morte divenne famosissima, le sue foto vennero esposte dai musei che per primi avevano amato e scoperto i suoi ritratti; fu una delle prime fotografe a cui venne dedicato un’esposizione alla Biennale di Venezia (ma questa venne concordata poco prima della morte della Arbus) e ancora la mostra Diane Arbus Revelations del 2004 che rese accessibili molte delle sue foto e documenti sconosciuti al pubblico.
La scomparsa dalle scene di Diane Arbus lasciò un enorme vuoto nella fotografia, conscia che il suo lavoro non era ancora terminato. Eppure, allo stesso modo, ha donato un approccio completamente diverso e innovativo da influenzare ancora oggi molti fotografi.
La sua ricerca del vero, il suo approccio delicato e non voyeuristico e la rappresentazione cruda del soggetto l’hanno resa una delle più grandi maestre del ritratto della storia.

Link consigliati per approfondire:
http://www.internazionale.it/foto/2016/07/12/diane-arbus-foto
https://fraenkelgallery.com/artists/diane-arbus
http://www.metmuseum.org/exhibitions/listings/2016/diane-arbus
http://www.ilpost.it/2016/07/21/diane-arbus-fotografie-met/

I grandi fotografi: Diane Arbus

a cura di Francesco Tadini

 

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