Mostre di fotografia: William Eugene Smith al Centro Culturale di Milano

eugene-smith-a-walk-to-paradise-gardenMostre a Milano di FotografiaWilliam Eugene Smith al Centro Culturale di Milano. Di Stefano Malvicini. Il Centro, da poco trasferitosi in Largo Corsia dei Servi, presso Piazza San Babila, dal 24 settembre al 4 dicembre, ospita una mostra personale del fotoreporter americano W. Eugene Smith.

Il grande fotografo nacque a Wichita, in Kansas, nel 1918. Iniziò a fotografare giovanissimo, a quattordici anni, spinto dalla grave crisi economica post-1929 e dalla tragedia del suicidio del padre, ma fu lui stesso a distruggere queste istantanee, giudicandole troppo brutte e di scarsa qualità. Nel 1936 fu ammesso alla Notre Dame University, dove venne istituito un corso di fotografia, che il giovane Eugene frequentò. Dopo aver abbandonato l’Università, Smith iniziò a collaborare con il giornale Newsweek, da cui venne allontanato per non aver voluto lavorare con le fotocamere Graphic 4×5. Nel 1939, dopo aver sposato Carmen Martinez, iniziò la sua vera carriera da fotoreporter, con la rivista Life: Smith venne inviato nel Pacifico, sul fronte che vedeva contrapposti americani e giapponesi, durante le operazioni militari della Seconda Guerra Mondiale, e qui realizzò alcune foto che divennero icone del fotoreportage di guerra. Nel 1945 fu ferito al volto per l’esplosione di una granata e, per un certo periodo, ci si domandò se, in seguito ai dolorosi interventi chirurgici subiti per ricostruire la porzione facciale devastata dallo scoppio, Smith avesse potuto riprendere a fotografare: ce la fece da solo, e la foto The walk to Paradise Garden ne è la testimonianza: si tratta di una bellissima immagine dei suoi due figli che camminano in un giardino. Le sue teorie sul fotogiornalismo si rivelarono rivoluzionarie, e, per tale scopo, utilizzò anche la camera oscura. Nel secondo Dopoguerra, riprese la collaborazione con Life, realizzando alcuni dei suoi capolavori, anche se il rapporto con la celebre rivista finì per deteriorarsi, insieme alla fiducia nel sistema d’informazione degli Stati Uniti, a causa del suo spirito irrequieto. Nel 1958 difficoltà economiche lo indussero a ritirarsi in privato a New York, ma continuò a fotografare, eseguendo una serie di ritratti dei grandi del jazz. Nel 1970 sposò, in seconde nozze, Aileen Mioko. Nel 1976 ottenne una cattedra all’Università dell’Arizona a Tucson, ma la sua salute era già minata da una forma di diabete, che lo portò, due anni dopo, alla morte.

La mostra milanese di Smith intende soffermarsi sullo stile fotografico del grande fotoreporter americano, oltre che sui suoi capolavori realizzati nell’arco di tempo che va dal 1948 al 1975. Lo stile di Smith è, potremmo dire, neorealista, termine un po’ particolare applicato a un americano, ma soprattutto in relazione al suo modo di fotografare tranchant, diretto e semplice, mirante al cuore della questione o del problema. Smith è stato un fotografo in grado di portare ai grandi livelli le immagini di quell’America che gli organi ufficiali d’informazione ignoravano, quell’America profonda, di campagna, ma anche degli operai e delle fabbriche, oltre a quelle realtà che, sempre in relazione al suo spirito irrequieto, che metteva in discussione il sistema dei media, erano ai margini di questo universo, come la Spagna rurale durante il franchismo o i disastri ecologici del Giappone. Chi vede Smith solo come il fotografo che ha ritratto la guerra nel Pacifico, è caduto in depressione, ed è rinato con una foto sui figli e sulla famiglia, si sbaglia di grosso ed è fuori strada, perché Smith ha saputo raccontare l’America profonda come pochi, e solo grazie alla collaborazione con riviste storiche come Life.

Non è un caso che, dopo un assaggio di foto di guerra, si parta con le immagini di Country Doctor, il reportage realizzato da Smith nella primavera del 1948 a Kremmling, nel Colorado. In questo villaggio a oltre duecento chilometri da Denver, Smith, insieme al suo aiutante, visse accanto al medico del paese, l’italo-americano Ernest Ceriani: fu lo stesso Eugene a chiedere di essere svegliato anche di notte per seguire le fasi di reperibilità del dottore. Questo fotoreportage fu rivoluzionario, in quanto scatenò quel senso di empatia nel pubblico che nessuno immaginava, allora, parteggiando, emotivamente, per il medico, che venne omaggiato nelle foto per la sua generosità e disponibilità.
Il percorso prosegue con A Nurse Midwife, reportage del 1953-54 dedicato inizialmente alle levatrici, ma che fu ulteriormente rivoluzionario, in quanto toccò il tema del razzismo dell’America bianca, anglosassone e protestante, WASP per intenderci, contro i neri. Lo scenario è il North Carolina, Stato molto popolato da afroamericani che, nei primi anni ’50, aveva un indice di mortalità per il parto molto elevato. Qui si crearono programmi di formazione per le levatrici, prevalentemente di colore (anche perché pochissime donne bianche si sarebbero fatte assistere da una levatrice nera durante il travaglio…): una di loro fu quella Maude Callen scelta da William Eugene Smith come soggetto del suo reportage. Maude divenne un simbolo del razzismo e delle conseguenze che la discriminazione contro i neri aveva sulla comunità afroamericana degli anni ’50. Come per il dottor Ceriani, Eugene si schierò dalla parte di Maude in virtù della nobiltà d’animo, elemento molto apprezzato dal fotografo, e la seguì nei suoi lunghi percorsi in auto tra i villaggi sperduti del North Carolina. Maude, per le popolazioni afroamericane da lei visitate, divenne non solo levatrice, ma una vera “nurse”, un’infermiera tuttofare, dalle vaccinazioni dei bambini al supporto psicologico evidente nella foto in cui lei parla all’uomo che piange sconsolato. Maude è una “working class heroin“, ed eroina divenne anche per i lettori di Life, che iniziarono a donare denaro per aiutarla a realizzare il suo sogno, ovvero aprire una clinica tutta sua. Due anni dopo, tutto ciò sarebbe stato realtà: A Nurse Midwife non fu solo un reportage ma anche un fattore di cambiamento sociale.
Nel 1952, nel frattempo, Smith si appassionò anche alle vicende di Albert Schweitzer, il pastore protestante e filantropo alsaziano che aprì un ospedale a Lambaréne, in Africa Equatoriale Francese. Proprio qui, nel 1953, Eugene lo raggiunse per ritrarlo “in action”, in A man of mercy, anche se il suo spirito libero si scontrò subito con la rigidità di Schweitzer, il quale voleva sempre controllare ogni scatto, togliersi gli occhiali prima di tutte le foto e non sembrare un eroe. Dopo una serie di restrizioni, Smith minacciò di tornare in America senza il servizio: in questo modo, Schweitzer si ammansì. Il fotoracconto di Smith è interamente dedicato all’Africa e alla sua gente, oltre all’attività di Schweitzer, per il quale non parteggiò come fece con Maude e con il dottor Ceriani, ma che considerò, comunque, un uomo saggio e onesto, nonostante il carattere autoritario.
01_smith_spinnerLa mostra prosegue con il capolavoro di Eugene Smith, quel reportage della Spagna rurale chiamato A Spanish village, realizzato tra il 1948 e il ’50, destinato a raccontare le vicende di un paesino iberico, Deleitosa, in Estremadura, vicino al confine portoghese, durante la dittatura di Francisco Franco. La Spagna versava in pessime condizioni economiche e le frontiere, per i giornalisti non fascisti, erano chiuse, ma, dal 1949, gli Stati Uniti decisero di aiutarla, anche in virtù dell’anticomunismo di Franco comune a quello di alcuni politici statunitensi. Deleitosa è una vittima dell’embargo alimentare che la Spagna subì nel Dopoguerra, ed è diversa dalle grandi città visitate da Smith come Barcellona, Madrid e Malaga, ma è anche il simbolo della dittatura franchista, un paesino in cui condizioni arretrate e conservazione delle antiche tradizioni costituiscono il mix su cui si basò il consenso personale del caudillo. Tra le foto degne di essere ricordate ci sono quella dei gendarmi in primo piano e il funerale di paese, a cui Smith poté partecipare grazie all’autorizzazione del figlio del defunto. Ovviamente, le autorità spagnole controllarono Smith, il quale, nel luglio del ’50, tornò negli Stati Uniti con un servizio incompleto ma che ebbe un grande successo, nonostante la sua disillusione per non essere riuscito a smuovere la coscienza di massa degli spagnoli a ribellarsi a Franco e alla sua dittatura.
Si prosegue con quella che Smith pensò come un’opera d’Arte totale, un concerto in cui la fotografia sarebbe stata solo una parte di un orchestra variegata di Arti, ovvero il reportage su Pittsburgh che segnò il dissesto economico che Eugene si portò a dietro fino alla morte. L’ambizione di quest’opera enciclopedica e totale, che, in gran parte, si sarebbe dovuto autofinanziare, insieme alla complessità del lavoro fecero arenare il progetto, anche se alcune foto sono esposte in mostra e testimoniano la grandezza di Smith: paesaggi, luci, uomini, operai delle acciaierie che hanno reso famosa come la Taranto statunitense, ma anche colori resi con un tocco lirico eccezionale.
La conclusione è affidata al reportage del 1972-78 in Giappone, a Minamata, simbolo dei danni ecologici che gli anni Settanta produssero in varie parti del Mondo, con l’ambiente inquinato e deturpato senza che alcuna legge potesse fermare questo scempio: ecco il senso di Minamata, il cui scatto simbolo è la piccola Tomoko, nata malformata in seguito alle contaminazioni chimiche, di mercurio per la precisione, delle acque del villaggio giapponese, mentre fa il bagno con la mamma. Da queste acque arrivavano i pesci che nutrivano la popolazione di Minamata, contaminando bambini, adulti e anziani. I vertici dell’azienda chimica responsabile degli scarichi e il potere locale si dimostrarono restii a correlare la contaminazione con il mercurio proveniente dalle lavorazioni industriali, e, pertanto, la popolazione si ribellò: a questa lotta sociale parteciparono anche Smith e la seconda moglie Aileen, che vissero, in prima persona, per tre anni, le vicende del villaggio del Giappone. Molte delle foto vennero scattate da Aileen anche perché Eugene rimase ferito durante alcuni scontri con impiegati dell’azienda chimica: si incrinò alcune vertebre e, con la salute già precaria, preferì affidare il completamento dell’opera all’amata moglie, che fu, dopo la morte di Smith, testimone della sua opera e fedele divulgatrice del suo lavoro.

W. Eugene Smith. Usate la verità come pregiudizio
Centro Culturale di Milano

Largo Corsia dei Servi 4, 20121 Milano
Orari: martedì – venerdì 10.00-13.00; 15.00-19.00
            sabato-domenica 16.00-20.00
            lunedì chiuso
Ingresso gratuito

Foto:
– The walk of Paradise Garden ©The Heirs of W. Eugene Smith
– The spinner ©The Heirs of W. Eugene Smith

Stefano Malvicini

> leggi anche gli altri articoli e le interviste di Stefano Malvicini per Milano Arte Expo – magazine del centro culturale e d’arte contemporanea Spazio Tadini.

Stefano Malvicini

MAE Milano Arte Expo, magazine dell’Art Center Spazio Tadini diretto da Francesco Tadini e Melina Scalise, giornalista  – mail: milano.arte.expo@gmail.com –  ms@spaziotadini.it , tel +39.3662632523– ringrazia  Stefano Malvicini per la recensione sulla mostra della collezione America e Lamberto Vitali alla Pinacoteca di Brera.

Milano Arte Expo

Potrebbero interessarti anche...

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *