Sumaya Abdel Qader: tra Fantasia e Realtà

 

Sumaya Abdel Qader

Sumaya Abdel Qader, intervistata da Samanta Airoldi per Milano Arte Expo

Sumaya Abdel Qader: tra Fantasia e Realtà- di Samanta Airoldi. Nelle ultime settimane ha letteralmente “invaso” i social network: non c’è stato giorno in cui non si siano letti almeno 10 post su di lei, sul suo ruolo, sulla sua famiglia…
Più popolare di Obama, più discussa di Lady Gaga, più misteriosa di Mata Hari…Una sfida a cui non potevo sottrarmi e così ho deciso di smetterla di leggere cosa venisse scritto su di lei e sono andata di persona a conoscerla, ad intervistarla: Sumaya Abdel Qader, la neo consigliera comunale del PD!
Occhi azzurri, leggera inflessione perugina e 3 Lauree… Ci credo che incuriosisce tutti: non è che per le strade di Milano si incontrino molte donne con queste caratteristiche 😉
Sumaya è nata a Perugia ma vive a Milano da 18 anni, è laureata in Sociologia, Biologia e Mediazione Linguistica Culturale e ora vorrebbe anche conseguire il Dottorato.
Siccome, mentre la raggiungevo nel bar dove ci eravamo date appuntamento, mi era capitato di leggere l’ennesimo articolo accusatorio nei suoi confronti in cui veniva menzionata un’associazione di cui lei fa parte, la CAIM, tacciata di “estremismo”, siamo partite proprio da qui: cos’è CAIM?
CAIM sta per Coordinamento Associazioni Islamiche di Milano e Monza Brianzami spiega Sumaya– è nata circa 4 anni fa per rispondere alle esigenze del Comune di avere un unico referente con cui interfacciarsi.
Assolve, prevalentemente, compiti di coordinamento territoriale, funzioni amministrative. Organizza corsi gestionali e corsi informativi per insegnare le Leggi e la Costituzione italiana ai Mussulmani immigrati sul territorio.
Sviluppiamo anche progetti socio culturali, io personalmente mi sto occupando del progetto AISHA (tradotto significa “Colei che hai il diritto alla Vita”) per contrastare le violenza sulle donne, le discriminazioni di genere e le mutilazioni genitali sulle bambine”

Sumaya Abdel Qader Milano

Sumaya Abdel Qader Milano

Una tua affermazione che ha fatto il giro del web “Nessuna donna potrà essere costretta ad indossare il velo e nessuna donna potrà essere costretta a non indossarlo”. Questa frase che mi pare razionale e rispettosa del libero arbitrio dei singoli, è stata, tuttavia, male interpretata e molti hanno subito pensato che tu volessi “velare” tutta Milano e imporre, dall’altro lato, la rimozione dei Crocefissi.
“Io ho detto l’esatto contrario: le donne che vogliono indossarlo devono avere il diritto di farlo, le donne che non vogliono indossarlo devono avere lo stesso diritto di non indossarlo. Io sono per il velo che lasci il volto scoperto per questioni di sicurezza sociale che oggi è un’esigenza primaria per tutti. Io lo indosso, le mie figlie no. Quando saranno adulte sceglieranno autonomamente.
Il velo è un simbolo religioso ma il Corano non prevede alcuna forma di punizione per le donne che scelgono di non indossarlo, quelle sono interpretazioni distorte legate a determinate culture.
Ci sono molte differenze tra le culture dei vari paesi arabi e anche il messaggio religioso viene filtrato in modo diverso a seconda della cultura del paese di appartenenza.
Per quanto riguarda il Crocefisso, il Presepe e i simboli Cristiani non sono per la rimozione, il presepe mi piace anche; pensa che una volta a una recita interpretai il ruolo di Maria.”
Io non ho mai amato neanche il “velo d’ignoranza” di Rawls ma ritengo che, purché il volto sia scoperto per ragioni di sicurezza sociale, ogni donna debba essere lasciata libera di scegliere in piena autonomia. Passiamo ora alle questioni “hic et nunc” legate alla nostra Milano: come intendi contribuire al miglioramento del Comune di Milano? Quali progetti vuoi sviluppare?
“Sicuramente mi piacerebbe occuparmi delle Periferie e di questioni legate all’ambiente, tematiche che mi stanno particolarmente a cuore in quanto basilari e imprescindibili per un miglioramento della qualità della vita di tutti i cittadini milanesi.
Poi voglio portare avanti il Progetto Moschea che stiamo sviluppando con l’architetto Italo Rota. Il progetto prevede di far scegliere il nome della Moschea ai milanesi e di costruire una biblioteca annessa dove gli studenti o le persone interessate possano consultare testi religiosi, di tutte le religioni. Questa idea della biblioteca è in collaborazione con Feltrinelli”

Sumaya

Sumaya

Le idee sono tante e tutte culturalmente, socialmente ed eticamente rilevanti. Partiamo dalle periferie che, in termini di “integrazione” sono fondamentali proprio perché molti immigrati (mi riferisco agli immigrati regolari, non ai clandestini) di religione mussulmana vivono e lavorano proprio in zone periferiche.
“Integrazione è un termine abusato che ormai vuol dire tutto e niente.
Penso sia importante usare meno termini astratti e creare, invece, spazi concreti per aumentare le opportunità di socialità non solo tra mussulmani ma anche tra stranieri provenienti da diverse etnie, tra italiani e stranieri e tra italiani che magari vivono negli stessi quartieri ma non si frequentano.
Poi sono importantissimi i corsi di lingua italiana, soprattutto per le donne in funzione di una loro maggiore autonomia e indipendenza lavorativa.
I corsi già esistono ma molto spesso le donne non li frequentano, non li ritengono necessari ma ora le cose stanno cambiando perché molte mamme che parlano solo Arabo hanno difficoltà a comunicare e capire appieno il linguaggio dei loro stessi figli nati qua e che studiano qua e, quindi, ora sono molto più disponibili a frequentare i corsi di Italiano.”
Sempre leggendo i tremila articoli usciti su di te nel giro di 2 settimane circa, si è detto che tu proponi non un’unica Moschea ma più luoghi di culto dislocati sul territorio milanese. Come pensi dovrebbero essere organizzati? Prediche in Italiano o in Arabo?
“Sì, mi sembra più funzionale e logico avere non un’ unica Moschea che, tra l’altro, per poter ospitare tutti i 70.000 mussulmani presenti a Milano dovrebbe avere le dimensioni di una cattedrale, ma più Moschee legate alle comunità dei quartieri, di dimensioni più piccole e, dunque, più gestibili per tutti.
Prediche in Italiano anche perchè non tutti i mussulmani sono arabofoni, molti provengono dal Pakistan, dal Bangladesh e l’Arabo non lo capiscono.
Il progetto prevede anche di avere un registro degli Imam che certifichi la loro effettiva competenza in materia religiosa e la loro conoscenza della lingua italiana e una rendicontazione online, accessibile a tutti, per verificare la provenienza dei finanziamenti.”
Personalmente trovo che le idee di questa giovane donna siano razionali e ragionevoli (per utilizzare un termine assai caro a John Rawls!): Moschee di dimensioni più piccole significa anche più controllo sui frequentatori e l’uso esclusivo dell’ Italiano escluderebbe la trasmissione di eventuali messaggi non conformi alle esigenze di sicurezza sociale.
Tuttavia la non sottoscrizione delle Intese con lo Stato da parte della Comunità religiosa Mussulmana comporta il rifiuto di alcuni esponenti di valori sanciti dalla Costituzione. L’Art. 8 della Costituzione italiana sancisce che le confessioni religiose diverse dalla cattolica devono sottoscrivere le Intese riconoscendo diritti, valori, principii costituzionali tra cui, ad esempio, la parità tra uomo e donna.

Sumaya Abdel Qader

Sumaya Abdel Qader

“Personalmente da “italiana naturalizzata”, in quanto nata in Italia da genitori non italiani, ho giurato sulla Costituzione Italiana, è la mia Costituzione di cui io riconosco tutti i valori e principii.
Le Intese non sono ancora state sottoscritte perché lo Stato richiede la sottoscrizione da parte di un unico Ente ma è davvero difficile che tutti i mussulmani presenti in Italia possano riconoscersi in un unico ente, le divisioni interne ci sono, non siamo tutti uguali.
Che poi nel Corano sta anche scritto che è giusto allevare figli maschi e figlie femmine allo stesso modo.”
Non sono una giurista e, dunque, non mi sento di addentrarmi nel merito della questione sulle Intese con lo Stato; ritengo sia doveroso per tutte le comunità religiose firmarle, dimostrando nel concreto il riconoscimento pieno dei principi costituzionali, quali garanti di diritti politici laici e inalienabili, se la ragione è semplicemente tecnica come mi ha spiegato Sumaya penso sia urgente trovare un accordo.
La Parità tra uomo e donna è un problema socio culturale su cui tutti, mussulmani o no, dobbiamo impegnarci attraverso una vera e propria rivoluzione culturale che parta già dai banchi di scuola per insegnare il rispetto delle differenze e il riconoscimento dell’altro non quale oggetto ma come soggetto con diritti e doveri uguali ai miei.
Concordo con Sumaya che il “pregiudizio di omogeneità“, di cui scriveva Seyla Benhabib, sia sempre sbagliato e fonte di stereotipi ingiustificati e ingiustificabili: possiamo appartenere alla stessa fede religiosa ma non siamo tutti uguali, ogni individuo è il prodotto finale di un insieme d’influenze che si intersecano e si sovrappongono e ogni singolarità deve essere valutata di per sè. Oltre alla Religione è fondamentale l’humus culturale in cui si cresce, la comunità legata al territorio, al paese, la famiglia: ci sono tantissimi fattori che influiscono sulla personalità dell’individuo, non si può imputare ogni scelta alla Religione. Viviamo dentro più “cerchi” come sosteneva il filosofo Michael Walzer, ogni cerchio rappresenta un ambito della nostra vita: famiglia, lavoro, religione, amicizie, etc… Noi viviamo al centro, al punto d’intersezione di tutti questi cerchi!
Ultima domanda: la tua appartenenza a Fratelli Mussulmani… Reale, presunta, inventata?
“Non appartengo a Fratelli Mussulmani ma conosco persone che vi aderiscono…Viviamo a Milano, conosco tanta gente!”
Consiglio a tutti, prima di scrivere articoli su Sumaya Abdel Qader, di fare una chiacchierata con questa giovane donna dagli occhi azzurri e dall’accento umbro: troppo facile “scrivere su”…ben altra cosa è “dialogare con” 😉

. > leggi anche gli altri articoli di Samanta Airoldi, per la rubrica “Perle di Follia” del magazine Fine Art & Lifestyle Milano Arte Expo

Samanta Airoldi

Il magazine Fine Art & Lifestyle Milano Arte Expo, diretto da Melina Scalise (giornalista professionista, ufficio stampa e co – ideatrice con Francesco Tadini e presidente della Casa Museo Spazio Tadini) – mail: milano.arte.expo@gmail.com –  ms@spaziotadini.it – ringrazia la fashion blogger e filosofa Samanta Airoldi per il testo e la selezione delle immagini su Sumaya Abdel Qader: tra Fantasia e Realtà.

Melina Scalise

Melina Scalise, direttore del magazine d’Arte Design Fashion Fotografia e Lifestyle fondato insieme a Francesco Tadini

Milano Arte Expo

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