SIMBOLISMO Palazzo Reale Milano: mostra da non perdere – di Stefano Malvicini

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Palazzo Reale, mostra: Simbolismo. Arte in Europa dalla Belle Epoque alla Grande Guerra

Il Simbolismo in mostra a Palazzo Reale Milano – recensione di Stefano Malvicini alla mostra aperta fino al 5 giugno 2016 Il Simbolismo. Arte in Europa dalla Belle Époque alla Grande GuerraOrari: Lunedì 14.30 – 19.30 /Martedì, mercoledì, venerdì e domenica 9.30 – 19.30 / Giovedì e sabato 9.30 – 22.30. Biglietti: Intero: € 12; Ridotto: € 10 / Prenotazioni e Biglietti online: > Ticket24ore/simbolismo.  Classificare il Simbolismo sotto un’unica categoria appare molto difficile, ma la mostra che Palazzo Reale di Milano ospita dal 3 febbraio al 5 giugno è un validissimo tentativo di provare a mettere insieme i tasselli di un mosaico europeo, classificato con questo nome, di più tendenze nazionali molto differenti tra di loro.

Innanzitutto, il Simbolismo è una corrente, non una scuola, che, sotto l’egida dell’emblema, dell’allegoria e della rappresentazione “ideale” di un qualcosa di concreto, unisce vari Paesi europei e ne delinea diverse sfaccettature. Il Simbolismo è una corrente anche letteraria, declinata sotto il nome di Decadentismo, e non solo artistica, tanto che la mostra, organizzata in sezioni tematiche e non necessariamente cronologiche, parte proprio dai testi del primo autore che mise l’accento sul simbolo di un’epoca: Charles Baudelaire, nel 1857, pubblicò I fiori del male, raccolta di poesie in cui si mettevano in discussione quei valori di purezza estetica alla base dei canoni artistici nati dalla Restaurazione, e in cui si parlava apertamente di “male”, ovvero uomini traviati, prostitute ecc. Un colpo per i benpensanti parigini dell’epoca, che censurarono l’opera di Baudelaire considerandola uno sfregio al decoro della Francia, arrivando anche a condannare Baudelaire per immoralità. Non a caso, accanto ai testi originali dello scrittore e al suo ritratto eseguito dal pioniere della fotografia Nadar, sono posti due quadri di artisti belgi: Middeleer, nella Demoniaca, è fortemente influenzato da Baudelaire, mentre Montald rappresenta un’allegoria della Letteratura ancora pura, secondo i canoni dei benpensanti, quasi preraffaellita.


Subito, la mostra si addentra in una dimensione onirica, ma che è in grado di recuperare le antiche leggende popolari medievali e rinascimentali come il culto delle fate cantato da Edmund Spenser ed evidente nelle eteree Britomart e Acrasia dipinte da Khnopff nel 1892, e di tornare al romanticismo con la tela del catalano Brull. Non c’è spazio solo per le atmosfere fiabesche, ma anche per grandi episodi, di carattere epico, d’ispirazione letteraria e storica, come la Cleopatra del 1903, di un Gaetano Previati già ritornato all’Ordine dopo l’esperienza divisionista, oppure il Cerchio dei Lussuriosi di Prouve, in cui riemerge un certo senso della torsione barocca dei corpi in un chiaroscuro caravaggesco, molto utile nella rappresentazione del passo dantesco.

Il primo Simbolismo è anche esaltazione tardo-romantica dei valori nazionali inespressi (e repressi), come prova In un turbine di polvere del polacco Malczewski in cui, nel sublime episodio naturale, si manifesta la Polonia, in catene, sotto il giogo delle due potenze che la opprimevano, Russia e Prussia, così come espressione di un rito di iniziazione alla vita, terrena e ultraterrena, evidente nella grande tela dello svizzero Ferdinand Hodler intitolata L’eletto (1903). Man mano che si procede, il Simbolismo, ormai manifestazione transnazionale di valori ereditati dal Romanticismo, ma che gli artisti intendono mettere in crisi, diviene più tenebroso e demoniaco, da un lato, specie nell’area tedesca da cui arriva il Lucifero di Franz Von Stück, ispirato, nella posa più che nel tono, a quello di Michelangelo nel Giudizio Universale della Sistina, ma più estetizzante in Italia, ammiccante a quei valori neo-rinascimentali che diverranno propri dei preraffaelliti: il trittico delle Vergini Sagge e Stolte di Sartorio, in cui venne ritratta anche la moglie di Gabriele d’Annunzio, è un brano di pittura che ritorna allo stile del Quattrocento (evidente anche nel formato), mentre Gaetano Previati, con Il Giorno che risveglia la Notte, del 1905, dimostra già una sensibilità liberty evidente anche nell’Offerta del tedesco List.

Uno dei temi base del Simbolismo fu anche il ruolo della donna: un ruolo ambivalente, che, da un lato la vedeva come strumento di piacere, ma dall’altro come genitrice, forza primigenia da cui tutto nasce. Una donna, insomma, non del tutto emancipata, ma già in grado di essere indipendente e non solo angelo del focolare. La donna divenne anche oggetto di satira e ironia, in linea con la volontà di dissacrare tipica di soggetti come Baudelaire che, in compagnia dell’incisore Rops, realizzò Pornokratés, serie di disegni simboleggianti il trionfo del sesso in una chiave ironica: una donna nuda, che indossa solo un paio di calze, porta a passeggio, tenendolo al guinzaglio, un maiale, simbolo dell’uomo divorato dal turbine sessuale: fu una rivoluzione, perché la donna era posta in un ruolo dominante, decisionale.

A contrappunto di ciò, però, è stata esposta una tela dello svizzero Keller che raffigura una bellissima ragazza nuda appesa a una croce, segno chiaro che la donna veniva ancora vista come oggetto estetico, in questo caso unito a un briciolo di perversione sadica e macabra. Il Simbolismo fu anche tanta attività grafica, sia ironica, come la serie del Guanto di Klinger, a cui si è ispirato Francesco De Gregori per una sua canzone del 1997, sia onirica e visionaria, come il lavoro di Odilon Redon, uno dei più grandi e discussi artisti di questa corrente, oppure ancora simbolo di fantasie erotiche al limite della perversione e del demoniaco, come prova il lavoro del trevigiano Martini.

Anche il rapporto tra Arte e Musica fu fondamentale per definire la vasta gamma di simboli di riferimento di questa corrente artistica: se Previati celebrò la gloria dell’eroe con un trittico dedicato a una delle più note sinfonie di Beethoven, nel 1907, pochi anni prima, nel nome dell’Opera d’Arte Totale teorizzata da Wagner, Leo Putz, forse il più grande artista altoatesino di fine ‘800, realizzò una versione del Parsifal in chiave estetica e molto osé, con una sfilata di ragazze nude che incantano il cavaliere più noto della mitologia germanica, ritratto con una macchia di colore sul fondo, da un ponte, sfruttando un elemento che annuncia già il Liberty.

Il Mito si fonde con la Musica prima nella raffigurazione di Esiodo da parte di Gustave Moreau, a cui fa da contrappunto, a definire il silenzio dopo il canto, la copia dell’Isola dei Morti di Böcklin, e, poi, nel tema tipicamente simbolista di Orfeo, il cantore che, con la sua voce, riuscì a riportare in vita la sua Euridice dall’Ade, per poi perderla a causa di uno sguardo: su questo tema, in mostra, degne di nota sono le opere di Luigi Bonazza e di Jean Delville. Il primo, trentino di Arco ma vicino, come nessun altro artista italiano, al gusto di Klimt e della Secessione viennese, realizzò un trittico, con una meravigliosa cornice con cariatidi, raffigurante Orfeo su una spiaggia con un leopardo, simbolo di lussuria, mentre suona la lira e canta rivolto verso lo scomparto destro in cui appare Euridice, mentre, in quello sinistro, le tenebre dell’Ade regnano sovrane. Il secondo, francese, raffigurò, come il connazionale Courtois, Orfeo come una testa, un mascherone da palazzo, che giace sulla lira abbandonata a terra dopo un naufragio, simbolo della caducità della vita.

Dopo il regresso nella spontaneità e nella semplicità dei Nabis (i “Profeti”), guidati dal Maurice Denis che ritrasse la moglie come una contadina, la mostra ritorna ad affrontare la figura di una donna che, da amata e amante diviene femme fatale. L’amore, più fisico che spirituale, è alla base del Tritone e la Nereide di Klinger, così come della stupenda Sirena di Sartorio e della Venere tiepolesca di Tito: queste tre opere fanno da cerniera alla metamorfosi femminile da amata a tentatrice, il cui punto di arrivo è dato dai due capolavori della mostra, Il Peccato di Franz von Stück (1908) e Carezze di Ferdinand Khnopff (1896): il primo, presentato alla Biennale di Venezia, destò scandalo in quanto la donna si presenta come Eva, con tanto di serpente, e quindi genitrice, ma anche come tentatrice seducente in pelliccia, con sguardo sexy.

Dal quadro del belga, invece, emerge una verità al limite dell’incesto: il pittore si auto ritrasse come Edipo, tema scelto in linea con le teorie psicanalitiche di Freud in voga all’epoca, che si fa coccolare da una sfinge con le fattezze della sorella, di cui era segretamente infatuato. Due opere che segnarono un’epoca, destando scandali infiniti, specie se pensiamo che girarono nei salotti buoni delle Biennali veneziane!

La donna, però, continuò anche a essere considerata come motore sentimentale dell’Amore, in contrapposizione alla forte fisicità di Klinger, Previati, Stück e Khnopff: Giovanni Segantini celebra l’essenza femminile in un paesaggio campestre divisionista, mentre il ceco Kupka la identifica, panicamente, in linea con la letteratura di d’Annunzio e Huysmans, con il mare ondoso e la Natura, e il francese Puvis de Chavannes, ultimo Nabi, raffigura una Dea moderna della speranza, un po’ Flora e un po’ “modella del pittore”.

Con l’inizio del ‘900, la mostra lascia l’Estero per concentrarsi sull’Italia, in cui, tra Torino e Milano, nasce il Liberty, versione nostrana dello Jugendstil viennese, ma più floreale e celebrativo rispetto alla versione austro-tedesca. Di questa fase, il massimo simbolo è il trittico del fiorentino Giorgio Kienerk raffigurante tre donne che simboleggiano Dolore, Silenzio e Piacere, da cui traspira, specie nel Silenzio, un’angoscia esistenziale mutuata dalla filosofia di Schopenhauer. Il Piacere, come le tre ragazze, novelle Grazie canoviane, della Giovinezza, sono creature liberty, non solo cariatidi da architettura ma anche donne con una loro fisicità e una loro dignità.

Il trionfo finale è dato dal capolavoro di Giulio Aristide Sartorio, con il Fregio della Vita, che perfettamente riassume il passaggio dal simbolismo al Liberty in un tema già caro alla Secessione viennese: le tre età. In un turbine di figure che si contorcono, quasi alla Michelangelo, Sartorio raffigurò la vita di un uomo qualsiasi in preda al destino, dalla nascita alla maturità e alla morte, in un fregio che doveva essere, con ogni probabilità, un tributo a quello di Beethoven realizzato da Klimt a Vienna.

Questa metamorfosi stilistica si completò con l’opera dell’ultimo simbolista italiano, Galileo Chini, che lavorò anche per il re del Siam: i suoi putti sono un trionfo floreale ma anche un simbolo di un’età dell’oro che non c’è più, mentre le sue figure dipinte sono un palese omaggio all’arte di Klimt e della Secessione austriaca, tra celebrazione, tentazione e venature estetiche impregnate di orientalismo. Ultimo capitolo è l’opera di un artista veneziano, Vittorio Zecchin, il quale, per un albergo della sua città, fu chiamato a realizzare dipinti per una sala ispirata alle favole di Le mille e una notte: il risultato è un orientalismo mediato dalla lezione giapponista ma totalmente privo di terza dimensione e solo puramente decorativo, tra stucco dorato e orpelli nelle vesti delle principesse.

A riprova del messaggio finale della mostra: dal simbolo-concetto di Baudelaire si passa, alla vigilia della Grande Guerra, a un simbolo-decorazione grazie alla lezione delle Secessioni e dell’Art Nouveau in tutte le sue declinazioni.

Stefano Malvicini

> leggi anche gli altri articoli di Stefano Malvicini per Milano Arte Expo magazine della Casa Museo Spazio Tadini.

Stefano Malvicini

Mostra a Palazzo Reale di Milano

Simbolismo. Arte in Europa dalla Belle Epoque alla Grande Guerra

3 febbraio – 5 giugno 2013
Curatori: Ferdinando Mazzocca – Claudia Zevi
Palazzo Reale, Piazza Duomo 12 20122 Milano
Orari: lunedì 14.30-19.30; martedì, mercoledì, venerdì, domenica 9.30-19.30; giovedì e sabato
9.30-22.30
Biglietti: intero 12 €, ridotto 10 €, ridotto speciale 6 €
Info: www.mostrasimbolismo.it e  www.palazzorealemilano.it

MAE Milano Arte Expo, diretto da Melina Scalise (giornalista e guida, assieme a Francesco Tadini, dell’HUB di Loreto / Lambrate Spazio Tadini in via Jommelli 24: location Fuorisalone 2016)  – mail: milano.arte.expo@gmail.com –  ms@spaziotadini.it – ringrazia Stefano Malvicini per il testo / recensione e la selezione delle immagini sulla mostra a Milano a Palazzo Reale Il Simbolismo. Arte in Europa dalla Belle Époque alla Grande Guerra.

Melina Scalise

Melina Scalise, direttore Milano Arte Expo magazine d’Arte, di Design, Fashion Fotografia e Lifestyle

Milano Arte Expo

 

 

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