Milano Arte Expo magazine di Spazio Tadini: l’atto fondativo nelle parole di Emilio Tadini

Tadini

Emilio Tadini – dettaglio di un opera

Milano Arte Expo: Cosa è? Un blog / magazine che si occupa di tutto il nuovo di questa magnifica città. Chi lo cura e lo pubblica? Webmaster Francesco Tadini, direttore Melina Scalise. Perché un luogo d’arte, di mostre e di eventi culturali come la Casa Museo Spazio Tadini non si preoccupa solo di ciò che accade a casa propria? … Fate pubblicità alla concorrenza? Perché nasce nello studio di Emilio Tadini e, da lui, abbiamo imparato ad amare Milano prima ancora che Milano si occupi di noi. Perché un magazine che parla – oltre che d’arte – anche di moda, lifestyle, design, fotografia, locali nuovi, bar, vinerie, concerti, discoteche, ristoranti, startup di giovani imprenditori …?  Perché è il DNA, il genius loci di via Jommelli 24: di un uomo come Emilio Tadini che girava in bicicletta tutti i giorni a caccia di nuove idee e stimoli anche nei luoghi meno conosciuti e nelle mostre degli artisti giovanissimi – quanto al bar Giamaica o nelle bicchierate in luoghi “qualunque” – per poi ficcarli dentro ai suoi quadri, ai suoi romanzi, alle sue poesie, o negli articoli che pubblicava sul Corriere della Sera … Come siete organizzati? Con un discreto stormo di bravissimi collaboratori (con in testa la socia Federicapaola Capecchi) che – si augurano Melina Scalise e Francesco Tadini – possano far diventare Spazio Tadini (e Milano Arte Expo) casa loro. Proprio così: la loro casa quotidiana dove sperimentare e crescere. Volete comprendere meglio la faccenda del DNA? Leggete la seguente conversazione (del 1994) di Emilio Tadini a cura di Patrizia Ranzo edita nel volume La Metropoli accidentale Conversazioni su Milano (Edizioni Cronopio) … E’ (anche) quasi una lettera a un futuro sindaco di Milano …

MilanoArteExpo1994 – Nella Milano freddissima di febbraio lo studio di Emilio Tadini sembra un approdo; forse per i colori dei suoi quadri, le cose diverse lasciate in giro: libri, colori, lettere, appunti. Un luogo dove Tadini passa, evidentemente, molte ore della sua giornata, accumulando oggetti, segni, cercando relazioni; tuttavia non uno spazio disordinato. Ogni cosa qui ha un suo senso, anche se non appartiene ad un ordine immediatamente leggibile.

In questo studio Milano non è un esterno, un ‘fuori’. La parte della città più legata all’Europa, ad una cultura letteraria ed artistica che travalica i confini lombardi, è qui, ma come rinchiusa, custodita, in attesa di poter tornare a vivere nelle strade milanesi. Tadini stesso è un uomo europeo, fortemente legato alla sua città, ma certamente non a ‘questa’ Milano che sembra aver ripristinato il cerchio delle vecchie mura.

La Milano di cui parliamo a lungo è una città del passato, di intellettuali, pittori e critici desiderosi di scambiare opinioni e progetti. Il presente è una metropoli disperata, con tutti i caratteri ‘infernali’ che la accomunano alle altre metropoli, ma senza condividerne gli aspetti positivi. E la metropoli – isola in cui vive Prospero, il protagonista dell’ultimo libro di Tadini, che si emargina volontariamente, alla ricerca forsennata di un senso possibile.

In questo panorama, sotto i «cieli vuoti» che sovrastano la città, il rapporto tra Milano e l’arte è difficile: Tadini mi parla delle difficoltà che i giovani incontrano per la mancanza di quel tessuto fatto di relazioni, di incontri, di scambi di cui l’arte si nutre nella sua crescita. Mi parla della completa assenza delle istituzioni.

Eppure, in qualche modo, non emerge in lui la disponibilità ad impegnarsi direttamente per la città. Ma non è proprio di questo che soffre la Milano ‘intellettuale’? Prima di andare via, quasi sulla soglia, non riesco a non comunicargli questa mia impressione. Tadini riconosce il problema senza nascondersi, spiegandomi tutta la dedizione che la sua doppia passione (la scrittura e la pittura) richiede, il valore del tempo per lui.

Ma non credo che questa conversazione rimarrà senza esito. Nel momento stesso in cui si portano alla luce progetti, si ‘dicono’ le proprie aspirazioni, inevitabilmente si aprono nuove possibilità, si è spinti a ‘fare’, perché è l’immaginazione il luogo dove il mondo prende forma e si anima.

***

Tadini, lei è un milanese autentico? Glielo chiedo perché mi pare che i milanesi ‘autentici ’ si possono davvero contare sulle dita di una mano…

È vero, siamo pochi. Io sono nato da genitori milanesi… posso considerarmi milanese a tutti gli effetti. Credo, però, che il fatto che Milano sia una città di ‘non milanesi’ rappresenti uno dei suoi caratteri più interessanti.

Tadini pittore e scrittore: quando nascono queste due figure, in quale clima culturale? Mi racconta la sua doppia storia?

Ufficialmente nasce prima la figura di scrittore, perché la sua storia inizia con un poemetto che mandai ad un concorso di poesia… il primo concorso, credo, che ci sia stato in Italia dopo la fine della guerra. In giuria c’erano Montale e Solmi. Io allora ero appena un ragazzo, ma vinsi il concorso. Conobbi Montale che mi presentò Vittorini… così il mio poemetto fu pubblicato sulle pagine de Il Politecnico. Fu per me un’occasione straordinaria perché la rivista aveva aperto, nell’immediato dopoguerra, ad un tipo di cultura che non era ancora conosciuta; per di più, Il Politecnico mi interessava per la sua parte grafica, che era veramente bellissima, vagamente costruttivista, molto forte. Pubblicare in quel contesto per me è stato in qualche modo l’inizio della carriera di scrittore. In quel tempo la pittura era nella mia vita una pratica quasi clandestina… facevo dei quadretti, li vedevano i miei (tanti!) amici pittori.

Frequentavo il Giamaica a Brera e in quell’ambiente cominciai a scrivere per i miei amici pittori alcune presentazioni… andavo nei loro studi e, intanto, la mia passione per la pittura cresceva sotterranea, fino a quando, subito dopo la presentazione nel ’68 del mio primo romanzo, mi ci sono dedicato più intensamente ed ho fatto le prime mostre. Da allora i due lavori vanno avanti insieme.

Lei è tra i pochissimi esempi di intellettuali che si dedicano ad una doppia attività creativa…

Beh, in Italia ce ne sono stati… Levi, Savinio… per carità, nomi importanti. Però, certo, non è usuale.

Soprattutto è raro trovare figure che abbiano avuto successo in entrambi i campi o che siano riuscite ad elaborare pittura e scrittura in reciproca autonomia.

Sì, in effetti può accadere di rimanere in entrambi i settori a livelli davvero mediocri…

Quale posto occupa Milano nella sua pittura?

Un posto molto importante… credo che in ogni pittura entri con grande forza la realtà che si ha intorno. Uno degli ultimi quadri che ho dipinto è un grande trittico che si intitola Lo studio ed è ispirato a quello straordinario quadro di Courbet che raffigura il suo studio. Lo studio di Courbet è pieno di gente, non è lo studio vuoto in cui il pittore lavora a contatto con qualcosa di ‘misticamente’ sepolto. Al contrario, la vita del tempo entra prepotentemente nello studio; ci sono personaggi sconosciuti, enigmatici, ma anche personaggi della vita parigina del tempo. Baudelaire, in un angolo del quadro, è raffigurato nell’atto di leggere un libro, seduto accanto ad un tavolo; più in là alcuni borghesi ammirano delle opere.

Insomma, la vita esterna entra nel quadro, come oggi credo che entrino la televisione, i giornali… entra a maggior ragione la forma, la struttura in cui si vive e che, per me, è la struttura della città. Con Milano ho sempre avuto dei rapporti molto intensi e forti; per una questione di generazione mi è toccato un modo di vita in cui il legame con la città era molto stretto.

Ho vissuto gli ultimi anni di guerra da adolescente. Per forza di cose dovevo aprirmi al mondo. Non potevo vivere pensando che il mio unico universo fosse la casa, quando i bombardamenti distruggevano tutte le case intorno, lasciando morti e macerie, quando c’era la lotta contro la Repubblica Sociale di Salò, nel periodo nero, tremendo, dell’ultimo anno di guerra, con i morti ammucchiati a Piazzale Loreto, e poi Mussolini, anche lui a Piazzale Loreto. E ancora: la Liberazione, gli americani che entravano in città, gli eserciti che passavano sotto casa mia… tutto questo legava profondamente la scena della città alla mia immaginazione, alle mie paure ed emozioni.

Da allora non ho potuto più fare a meno di vivere intensamente il rapporto con la città, a tal punto che, quando sono in vacanza, preferisco andare in un’altra città, non al mare né in montagna, ma, per esempio, a Parigi.

La sua cultura è, dunque, legata alla metropoli, al concetto di arte che questa ispira?

Penso proprio di sì, la mia arte non ha niente di naturale…

Da quello che mi ha detto, la sua adolescenza milanese è stata segnata da eventi molto drammatici, che ha vissuto su di sé così come la struttura della città ha subito materialmente gli eventi della guerra…

Da eventi drammatici ma anche fastosamente splendenti. Subito dopo la Liberazione, ad aprile (tra l’altro in un mese straordinario, con la luce, il sole, la primavera), ci fu di colpo il rimettersi in movimento di una struttura malandata, massacrata, ma che per forza di cose ha dovuto produrre un grande sforzo per ricostituirsi dal proprio interno. Le case si ricostruivano; la città rinasceva dalla somma di tante operazioni, da quel senso elementare e vitale che è il riedificare.

Da questo punto di vista, uno dei segni più sinistri della Milano degli ultimi anni è stato quel rudere precostruito del Piccolo Teatro… quel cantiere vuoto era come una balena col ventre buttato sulla riva, in putrefazione. Era veramente mostruoso, una costruzione invecchiata prima di essere terminata, che ha assunto un valore simbolico, così come avevano un valore simbolico, in senso opposto naturalmente, le rovine che tornavano a nuova vita nella Milano del dopoguerra.

La sua arte è nata in una Milano ricca di fermenti, di nuove energie costruttive…

Fu un periodo molto ricco, straordinario. Un momento in cui le vocazioni nascevano, o forse si chiarivano, in modo casuale, in relazione alle opportunità che venivano offerte, alle occasioni. Tipico fu l’inizio della carriera di Ugo Mulas ( che io avevo conosciuto come aspirante poeta, poi scrittore e pittore) che cominciò a fare il fotografo per caso, perché non sapeva come vivere… Pietrino Branchi, che era un grandissimo giornalista e uomo di cultura e dirigeva non so più quale rivista, gli propose di fare delle fotografie, tanto per vivere… così iniziò la straordinaria carriera di Ugo. Ecco, quelli furono momenti in cui alle aspirazioni, anche inconsce, della gente corrispondevano vere occasioni con le quali misurarsi e attraverso le quali emergere.

C’era poi, per quanto riguarda l’arte figurativa, un amore da parte delle classi medie, del piccolo borghese o anche del commerciante, veramente strano e forte. Ricordo tantissimi amici che vivevano scambiando le loro opere con tutto quello che capitava, dalla Ferrari alla carne. I quadri erano considerati qualcosa di importante, di necessario; si assisteva al fiorire di un gusto straordinario per il piccolo collezionismo, che non era dovuto a ragioni commerciali, ma al fatto che la gente amava i quadri e voleva averli in casa. A’ poco a poco questo fenomeno ha costituito un humus di grande ricchezza, tanto che a Milano negli anni ’50 e ’60 arrivavano tutti i pittori, persino da Parigi, perché sapevano che qui avrebbero potuto vendere i loro quadri… Non a caso nelle stanze al primo piano di Palazzo Reale, che adesso sono un ammasso di macerie, ci sono state mostre straordinarie: le mostre di Caravaggio, Van Gogh, Picasso. Nella mostra di Picasso c’era anche Guernica! C’era un clima straordinario…

Un clima dovuto, probabilmente, anche al rapporto che la borghesia nascente aveva, in quel periodo con l’arte, e che oggi sembra venuto a mancare.

In quel momento l’arte ha avuto un ruolo fondamentale nella ricostruzione del tessuto sociale… forse perché si poneva come «nuova», innescando un meccanismo di identificazione della gente con una immagine di novità, di nuova rappresentazione, di nuovo ‘inizio’. Inoltre, in quegli anni erano arrivati alla direzione dei giornali alcuni intellettuali che avevano vissuto duramente gli anni della guerra… non so perché, ma gli anni difficili contribuiscono molto a ricostituire la comunità degli artisti, a far vivere fianco a fianco pittori e scrittori con giornalisti e critici d’arte… giornalisti e critici che negli anni del dopoguerra, passo dopo passo, raggiunsero posti di rilievo nell’editoria permettendo agli artisti di avere sulle riviste e sui quotidiani intere pagine a loro dedicate. Ricordo Tofanelli… quando dirigeva Il Tempo, ha dato pagine e pagine ai suoi amici che così, di colpo, sono diventati molto noti.

La storia di una città, in fondo, è la storia di una generazione e del tipo di rapporti che intercorrono tra le persone…

Ciò che crea un clima favorevole nell’arte è il ritrovarsi insieme di uomini che hanno vissuto le stesse esperienze, si sono nutriti della stessa cultura, anche nelle reciproche diversità…

Che clima c’è nel panorama artistico milanese oggi? Non le sembra fortemente depressivo?

Mah! Ci sono tanti giovani che stanno lavorando. Probabilmente è necessario che si ricrei un clima favorevole in città, che si rimettano in moto delle energie. Accanto a tutti i discorsi cupamente pessimistici che si possono fare, bisogna anche dire che c’è molta disponibilità alla cultura da parte dei giovani. Umberto Eco, qualche anno fa, ha invitato Lotman per una conferenza e la sala straripava di giovani, pur non essendo Lotman un personaggio noto alle grandi masse… lo stesso è accaduto per una rievocazione di Gadda qualche tempo fa. In realtà, mancano quelle situazioni che determinano la ripresa, che fanno scattare in una stessa direzione un concorso di desideri, una collaborazione di energie… prima o poi questo si verificherà, anche se bisogna dire che ora la condizione di Milano è ‘nera’. Possiamo, dobbiamo sperare in meglio…

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MAE Milano Arte Expo è diretto dalla giornalista Melina Scalise (anche ufficio stampa e co – ideatrice / presidente della Casa Museo Spazio Tadini HUB, con Francesco Tadini) – mail: milano.arte.expo@gmail.com –  ms@spaziotadini.it – e ringrazia Federicapaola Capecchi, Paolo Lagazzi, Luca Pietro Nicoletti, Cristina Palmieri, Michele Ulisse Lipparini, Michela Ongaretti, Samanta Airoldi, Annalisa D’Amelio, Eleonora Prado, Francesca Ortu, Stefano Malvicini, Silvia Ceffa, Edoardo Pilutti, Maria Zizza e altri ancora per la preziosa collaborazione.

Melina Scalise

Melina Scalise, direttore del magazine d’Arte Design Fashion Fotografia e Lifestyle fondato insieme a Francesco Tadini

Milano Arte Expo

 

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