Mostre fotografiche Milano 2016 | Riccardo Venturi fotoreporter – di Federicapaola Capecchi

Kabul , October 1996 - The minaret of the Shorenau Mosque Ph Riccardo Venturi

Kabul , October 1996 – The minaret of the Shorenau Mosque Ph Riccardo Venturi

Mostre fotografiche Milano febbraio 2016. Riccardo Venturi, a cura di Federicapaola Capecchi. Inaugurazione martedì 2 dalle 18:30 a Spazio Tadini Hub (vedi MAPPA – vedi dettagli della mostra). Kabul. Ottobre 1996, davanti al minareto della moschea Shorenau. Il sole è alto, Ariel*¹ è reduce da una nottata faticosa, le orecchie e lo sguardo ancora bassi, ma del cibo è riuscito a recuperarlo. Il portiere *² è a lato della strada, tra il camion ed Ariel, in attesa che il sole, salendo più alto nel cielo, arrivi a scaldare le sue stanche ossa. La città sembra essersi svegliata da poco. La striscia di sole sagoma la strada e apre l’orizzonte, i soggetti principali ci invitano a far scorrere lo sguardo ai lati, e sopra e sotto, nella pozzanghera, dietro l’ombra e oltre il minareto che svetta nel cielo; il cadenzare del passo di Ariel fa udire, piano piano, il rumore del camion, del carretto, delle biciclette.

Tutto immerge a fondo nel bianco e nero di Riccardo Venturi. Che è una scelta precisa. Non è un bianco e nero “normale”, nemmeno nella sua consustanziale attitudine a far emergere maggiormente forme e dettagli grazie ai passaggi chiaroscurali attraverso toni di grigio. La tridimensionalità qui è ancora più evidente e i volumi e i corpi, persino gli sguardi anche quando il volto è di spalle, si fanno più puri. Le ombre, grigie o nere, assumono la stessa importanza degli oggetti, delle persone, degli spazi che le producono. Un ritmo, un tempo, le pause appaiono particolarmente marcati. Tutto si staglia in modo netto e assume una forte espressività. La profondità spaziale è assolutamente e ancor più leggibile attraverso gradienti di grigio con cui Riccardo Venturi sembra agire in un modo particolare, nell’atmosfera che si frappone tra lui e i soggetti. Un bianco e nero che non rende le fotografie più distanti nel tempo e nello spazio dal pubblico che le osserva; che non fa sembrare i protagonisti, attivi o passivi, usciti da un film più che da una guerra. Che li rende, invece, assolutamente “al presente”; e tangibili le loro storie, forse anche i loro pensieri. Dal 27 settembre 1996 la città è stata conquistata dai talebani divenuti esercito grazie ai servizi segreti pakistani, con armi statunitensi e soldi sauditi. È crollato il parlamento, ogni organo elettivo ha perduto potere, il 75% del territorio afghano è controllato dai talebani. Lo sappiamo, abbiamo seguito, ci siamo informati. Ma qui, dinanzi a questa fotografia (come a tutte le altre del reportage “Afghanistan”), riusciamo ad avere una visione davvero realistica ed informata, quotidiana e intima, anziché romanzesca e retorica; riusciamo a cogliere le cose in sé, l’individuo, e non un’idea o un archetipo della guerra e della situazione dei civili, così come dei soldati in altre immagini. Gli stereotipi per l’occidente – il burka, le barbe folte e lunghe – arrivano sotto tutta un’altra luce: organica e strutturata, di analisi.

In queste fotografie Riccardo Venturi non da mai importanza alla compassione a discapito dell’informazione. Strade, sentieri. Di terra e sassi, polverosi. Lungo il percorso si incontrano persone a volte, e resti – (forse anche di persone, Venturi non li mostra, ma immaginiamo) -, macerie. Come è dopo un bombardamento, come è dopo una battaglia. Ma l’attenzione non cade nell’empatia della compassione – che potrebbe distrarre e impedire l’attenzione vera per soggetto e significato -, ma si avventura in alcune azioni precise: accoglienza, riflessione e un dialogo immaginato (ma diretto), una relazione delicata con i soggetti ritratti che sollecita interrogativi, e dubbi sulle dinamiche di quella guerra. Una vera e propria sollecitazione dell’opinione pubblica. Allo stesso tempo l’assenza del colore non accentua per nulla (come si ritiene per il bianco e nero) una distanza psicologica dalla paura, dalla sofferenza, dall’evento o situazione. Perché la fotografia in bianco e nero di Riccardo Venturi riesce a rendere ogni soggetto e situazione assoluto e intenso, diretto, permettendo di fermarsi, respirare, riflettere, scegliere, ragionare, ponderare … esattamente come fa lui quando sceglie ciò che vuole e va a fotografare ed ascoltare.

Border Uzbekistan-Afghanistan 2003 Ph Riccardo Venturi

Border Uzbekistan-Afghanistan 2003 Ph Riccardo Venturi

Così noi riusciamo a udire la filastrocca cantata sui danzano e ridono le due ragazzine al confine tra l’Uzbekistan e l’Afghanistan; a sentire il respiro del ragazzino seduto dinanzi a quel lenzuolo bianco, ne vediamo le mani (che nella foto non si vedono) far “giocare” faticosamente pollice con pollice, ne percepiamo il nodo in gola. Di tutti, di ogni luogo e situazione ci arriva il nodo del tempo, come infatti titola il libro di Riccardo Venturi sull’Afghanistan, edito da Contrasto *³.

1997, 2nd prize storie, General News, World Press Foto Ph Riccardo Venturi, Kabul october 1996

1997, 2nd prize storie, General News, World Press Foto Ph Riccardo Venturi, Kabul october 1996

Il reportage Afghanistan, con cui Riccardo Venturi vince il World Press Photo del ’97, vive di fotografie con inquadrature sapienti, sempre molto equilibrate, articolate, che chiedono all’osservatore di essere attivo in ogni senso, muovendo anche l’occhio e lo sguardo in ogni spazio e tempo della fotografia, oltre ogni soggetto attivo o passivo o in primo piano. Anche nei coni d’ombra. Perché è lì, in quella formula visiva e narrativa che conchiude ogni sfumatura e azione, che si svela il senso della realtà complessa che Riccardo Venturi sta raccontando; lì è il senso del suo impegno. Afghanistan è un racconto organico, strutturato ed emotivo, di un paese che è in guerra dal 1979, in cui i bambini a 7 anni imbracciano già un kalashnikov, un posto insicuro, un paese armato fino ai denti e al tempo stesso volto al misticismo. Un reportage figlio diretto dell’occhio e dello sguardo di Riccardo Venturi, che coinvolge tanto il corpo quanto la mente. Un occhio e uno sguardo che reputa il bianco e nero il modo per avvicinarsi davvero all’uomo, che ha grande attenzione per l’essere umano e la sua importanza; che lavora sugli eventi e, spesso, soprattutto sulle conseguenze degli eventi con “[…] l’intima convinzione che fare il fotoreporter significa offrire un servizio di mediazione culturale, traducendo atmosfere, sensazioni e urgenze in immagini”. Il suo linguaggio a volte secco rende ancor più forte ciò che sta raccontando, l’alto livello culturale e di pensiero combinato ad una capace visione delle cose offre immagini che aprono a infinite riflessioni, fotografie di una forza impattante. Scatti di anime dimenticate troppo spesso, che Riccardo Venturi riesce a volte a stagliare come protagonisti epici della storia; fotografie monocrome che raccontano anche la peggiore tragedia, singola o collettiva, non con il sangue (anche laddove c’è) ma con lo sguardo proiettato al dopo e al futuro di chi è vivo.

North Afghanistan 2002 Ph Riccardo Venturi

North Afghanistan 2002 Ph Riccardo Venturi

In questa chiave e modo inusitati racconta anche dei bambini, della loro sofferenza, della fatica dei soldati, degli sfollati, dei sopravvissuti. Inusitato anche come restituisce la stanchezza logorante – uno degli aspetti tematici ricorrenti dei reportage di guerra – raramente, in lui, affidata agli anziani come avviene sovente. Scopriremo e parleremo di molti aspetti dei reportage e dello stile di Riccardo Venturi, da qui alla fine della mostra. Delle fotografie che costituiscono il corpo vivo di Afghanistan voglio ancora mettere in luce, per chiudere, la potenza narrativa e comunicativa che hanno: anche nella situazione di guerra diretta riescono a raccontare una quotidianità parallela a quella del lettore occidentale. La formula visiva e narrativa di Riccardo Venturi fa sì cioè che un vissuto molto distante culturalmente divenga un quotidiano basato su assunti simili ai propri: riuscendo ad immaginare il proprio quotidiano in modo diverso, drammatico ed estremo, dovendo lasciare la propria casa, veder soffrire i propri figli, eccetera.

Dal mondo per il mondo.

Federicapaola Capecchi

*¹ Ariel personaggio de La Tempesta di Shakespeare.

*² Il portiere: l’usciere del castello di Macbeth, che immagina di essere l’usciere dell’inferno.

*³ Riccardo Venturi, Alberto Cairo – Afghanistan – Il nodo del tempo – Contrasto editore. Dai frenetici bazar di Kabul alla sonnolenta Jalalabad, dai bunker di Al Qaeda a Tora Bora alla mistica moschea di Mazar I Sharif, attraverso le montagne più impervie dell’Asia centrale fino ai Buddha distrutti di Bamyan, dalla quiete dei villaggi Uzbeki del Faryab allo spettacolo di Band I Amir, un lago dalle acque azzurre e trasparenti a 3.000 metri d’altezza, il viaggio di Riccardo Venturi ci porta a scoprire un paese gravemente ferito, ma dalla cultura antichissima e dalla bellezza commovente. Le immagini sono completate da un testo inedito di Alberto Cairo, “Storia di Mariam”. Il volume è pubblicato in collaborazione con InterSOS, l’organizzazione non governativa che opera da anni sul territorio afghano.

 

 

 

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