Fotografia Milano 2016 – Vivian Maier a Forma Meravigli con la mostra Una fotografa ritrovata – di Edoardo Pilutti

Vivian Maier

Vivian Maier Una fotografa ritrovata – Autoritratto, New York 10 settembre 1955

Fotografia Milano 2016Vivian Maier a Forma Meravigli con la mostra Una fotografa ritrovata – di Edoardo Pilutti per Milano Arte Expo (magazine di Spazio Tadini HUB). In via Meravigli 5 (vedi MAPPA) a Fondazione Forma – Forma Meravigli fino al 31 gennaio 2016 a cura di Anne Morin e Alessandra Mauro e in collaborazione con di Chroma Photography.  Era da lungo tempo che non ci era dato di assistere a qualcosa del genere: un artista ignorato in vita, umiliato dalla società, escluso dalla buona sorte, che dopo la morte viene scoperto, compreso, osannato.

Il caso più eclatante fu quello di Van Gogh (pittore solo per cinque anni e morto trentasettenne), ma analoghi furono i casi di Egon Schiele (morto addirittura a ventott’anni) e di Amedeo Modigliani (scomparso anche lui a trentasette anni): grandi artisti fatti marcire in carcere, in manicomio o, nel migliore dei casi, lasciati ammalare in malsane soffitte fredde e umide. Grandi artisti fatti diventare un mito della creatività umana dalla cattiva coscienza di una società sempre tesa, ieri come oggi, al controllo ed al livellamento della soggettività individuale, per imporre una astratta normalità, normalità funzionale allora alla società industriale ed oggi a quella dei consumi.

Vivian Maier Una fotografa ritrovata

Vivian Maier Una fotografa ritrovata – senza titolo, October 31, 1954. New York, NY

Artisti assunti come emblemi di un disordine romantico, di una rivolta personale, di un’evasione dal grigiore della normalità, quando la normalità però viene imposta alle masse come valore assoluto e supremo, anziché essere smascherata come vacillante concetto statistico.

Come se periodicamente la coscienza borghese fosse tormentata dai rimorsi, ecco emergere dall’oblio un’altra grande artista, e poiché questi sono tempi in cui la vera buona pittura non ha più neppure la speranza di un riscatto postumo (in tempi in cui siamo assediati dagli errori e dalle incapacità in ogni campo, dalla politica alla burocrazia, dalla giustizia alla pubblica amministrazione, dalla tecnologia alla religione, a chi interessa più il dipingere bene?), si tratta di una fotografa: Vivian Maier.

Nata nel 1926 a New York, nel quartiere del Bronx, da madre francese e padre austriaco ( i genitori appartenevano ciascuno ad uno dei due diversi blocchi che fino a pochi anni prima si era combattuto sanguinosamente nella Prima Guerra Mondiale) , già nel 1930 perde il padre (separatosi, scomparso, deceduto?) e a lei con la madre si unisce Jeanne Bertrand, una fotografa di ritratti già abbastanza nota e apprezzata fin dal 1905 in Connecticut, che è probabile abbia influenzato la piccola Vivian nell’interesse per la fotografia e gliene abbia insegnato la tecnica. Ma gran parte dell’infanzia e dell’adolescenza, Vivian la trascorrerà in Francia, prevalentemente sola con la madre; finché nel 1951, a venticinque anni, torna da sola per stabilirsi definitivamente negli Stati Uniti, dove inizia a lavorare presso una famiglia come bambinaia.

Vivian Maier

Vivian Maier Una fotografa ritrovata – senza titolo, senza data

Vivian Maier aveva sperimentato la ripresa fotografica fin dal 1949 sulle Alpi francesi con una macchina amatoriale, una modesta Kodak Brownie che non permetteva una completa regolazione manuale dei tempi di esposizione e dell’apertura di diaframma. Ma già nel 1952 a New York acquistò una costosa Rolleiflex, prima di una serie di altre macchine fotografiche, che le permisero risultati più precisi, e da quell’anno cominciò a prendere forma il suo stile personale. Uno stile influenzato non solo dall’attività di Jeanne Bertrand ma anche dal lavoro di Cartier-Bresson, dalla ritrattistica di strada di Lisette Model, e dalle composizioni fantastiche di Andre Kertesz.

Nel 1956 si trasferì a Chicago, dove viveva e lavorava sempre come bambinaia presso una famiglia, e dove poté disporre di un bagno personale che adattò a camera oscura per sviluppare alcuni dei suoi rullini. In quella famiglia poté restare finché i bambini furono cresciuti, fino all’inizio degli anni Settanta, quando, circa quarantacinquenne, dovette cercarsi altre famiglie a cui poter prestare le proprie cure.

Le difficoltà finanziarie si accentuarono agli inizi degli anni Ottanta, per mancanza di stabilità d’impiego come bambinaia o badante di anziani. Negli anni Novanta e Duemila si trovò più volte senza casa, fu costretta addirittura al vagabondaggio mentre aveva trasportato i suoi averi, compresi migliaia di rullini impressionati ma non sviluppati, in un deposito bagagli.

Nel 2007, per mancati pagamenti, parte del suo archivio viene messo all’asta e venduto all’agente immobiliare nonché scrittore e fotografo John Maloof, che inizierà a comprendere e divulgare l’opera di Vivian. Ma nell’inverno del 2008 la Maier, ormai ottantaduenne, scivolò su una lastra di ghiaccio per la strada a Chicago. Ricoverata in un ospedale, col passare dei mesi la sua situazione peggiorò; morì il 21 aprile 2009.

Per la prima volta a Milano, fino al 31 gennaio sono visibili presso le sale di Forma Meravigli (tutti i giorni dalle 11 alle 20, il giovedì fino alle 23) 120 stampe in bianco e nero scattate tra gli anni Cinquanta e Sessanta, oltre ad alcune stampe a colori degli anni Settanta ed a quattro filmati in super 8.

Fotografia Milano 2016

Fotografia Milano 2016 – Vivian Maier Una fotografa ritrovata a Fondazione Forma – Forma Meravigli

Sono fotografie straordinarie in cui una scena di vita quotidiana si trasforma in qualcosa di misterioso, se non di minaccioso, come se vi fosse qualche pericolo incombente: delle persone allineate contro un muro potrebbero essere in attesa di un autobus della Grey Hound, ma, proprio perché sono tutte donne in una foto e solo uomini in un’altra, potrebbero anche far rivivere i fantasmi delle deportazioni nei campi di prigionia o di una esecuzione di vittime di un plotone di esecuzione fuori campo. E la coppia che staziona sul ponte di una nave, forse un transatlantico sferzato dal vento, dove uno dei due pare accorgersi di qualcosa di strano verso l’alto… E quei bambini che trasudano angoscia, per chissà quali ingiustizie subite da normali genitori nevrotici o semplicemente per disagiate condizioni economiche… Come ogni grande artista, nella sua opera Vivian mette tutta la sua vita, tutta la sua sofferenza che solo così cerca di comunicare e di curare. E va alla ricerca anche della propria identità, di un Io che si puo’ supporre frammentato dalle tante sofferenze materiali e psichiche sopportate già nella fanciullezza ed in gioventù.

Numerosi i suoi autoritratti che potrebbero essere letti in questo senso, come appunto una perpetua e interminabile indagine sul proprio carattere, sulla propria identità psichica: sono autoritratti per lo più riflessi da vetrine e vetrate, da specchi, da superfici lucide ( lo psicoanalista francese Jacques Lacan avrebbe avuto molto da dire su quello “stadio dello specchio” protratto ad oltranza) se non addirittura sfumati in un’ombra del proprio corpo (e sull’Ombra, avrebbe da dire molto lo psicoanalista svizzero Carl G. Jung ).

Chi la conobbe la descrisse come eccentrica, di carattere forte e con opinioni precise, profondamente intellettuale e molto riservata. Non si sposò, non ebbe figli. Indossava cappelli ampi o floscii, vesti lunghe, cappotti di lana e scarpe da uomo, camminando con passo pesante: usciva di casa sempre con una macchina fotografica al collo, ma non faceva vedere le immagini riprese a nessuno.

Il suo scopritore, John Maloof, è arrivato ad archiviare migliaia di pellicole, molte delle quali non ancora sviluppate. Vivian aveva fatto numerosi viaggi durante la sua vita, non solo probabilmente per temporanee ricongiunzioni con i parenti del ramo materno nel Sud-Est della Francia, ma anche in Canada, in Sud America, in Medio Oriente ed in Asia, in Florida e nelle Isole dei Caraibi. Viaggiava sempre da sola, alla ricerca degli emarginati. E’ probabile che molti dei suoi rullini non sviluppati siano stati impressionati in quei viaggi.

Eoardo Pilutti

edoardo.pilutti@gmail.com

Leggi anche gli altri articoli di Edoardo Pilutti per il magazine Milano Arte Expo

MAE Milano Arte Expo, diretto da Melina Scalise (giornalista e ufficio stampa nonché ideatrice presidente della Casa Museo e location eventi, Fuorisalone 2016 Porta Venezia / Loreto / Lambrate, mostre d’arte contemporanea, di fotografia e di design Spazio Tadini HUB con Francesco Tadini) – mail: milanoartexpo@gmail.com –  ms@spaziotadini.it – ringrazia Edoardo Pilutti per il testo e le immagini dedicati alla mostra Vivian Maier Una fotografa ritrovataForma Meravigli.

Melina Scalise

Melina Scalise, direttore del magazine d’Arte Design Fashion Fotografia e Lifestyle fondato insieme a Francesco Tadini

Partecipa a Instaworld Milano 2015/2016  concorso fotografico  organizzato dal magazine Milano Arte Expo Photo Prize attraverso il social dedicato alla fotografia Instagram. Seguirà una grande mostra fotografica a Milano nel 2016.

Milano Arte Expo

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