Riccardo Venturi fotoreporter – intervista di Federicapaola Capecchi

Riccardo Venturi

Riccardo Venturi – Managua, Nicaragua, February 2009. Barrio Hugo Chavez. Sherley 33 years old, lives with her drug addicted partner; she denounced the abuses she suffers from her partner and those she inflicts on her 10 years old son

Riccardo Venturi fotoreporter – intervista di Federicapaola Capecchi per Milano Arte Expo magazine, rubrica Fotografia. Riccardo Venturi è già stato ospite di Milano Arte Expo con la presentazione milanese al Photoshow del libro Haiti Aftermath. Riccardo Venturi è fotoreporter che ha grande attenzione per l’uomo e la sua importanza; che lavora sugli eventi e, spesso, soprattutto sulle conseguenze degli eventi. È capace di descrivere orrori e atrocità restituendo dignità ad ogni singolo soggetto fotografato, anche allo spazio architettonico o ambientale laddove compare, rivelando terrore e speranza, violenza e pace, sofferenza e compassione. Ha una affascinante capacità di raccontare, di essere testimone, di restituire un punto di vista, di prendere una posizione, ha pensiero, sensibilità, capacità di vedere, cultura, metodo e molta passione.
E con questa sua passione oggi vogliamo parlare un po’ del senso della fotografia oggi e del fare il fotoreporter oggi.

Essere un fotoreporter è una vera e propria scelta. Immortalare eventi e storie in situazioni spesso molto difficili quando non rischiosissime. Capire e catturare quell’istante irripetibile, quell’immagine, che dopo essere stata ammirata o premiata, in diversi casi viene poi al tempo stesso accusata di spettacolarizzazione … mentre sempre più spesso giovani freelance ci lasciano la pelle. È cambiato qualcosa? Cosa?

Riccardo Venturi

Riccardo Venturi – Thanks to the bombings of the allied forces, rebels conquer the city – Corpses of the Gaddafi mercenaries killed by the bombings during the withdrawal >< Agedabia, Libia, March 26th 2011 – Grazie ai bombardamenti degli alleati le forze ribelli riconquistano la cittˆ – Cadaveri dei mercenari di Gheddafi rimasti uccisi nel corso dei bombardamenti, durante il ritiro delle truppe

È un’ipocrisia frequente. Lodare una cosa e poi accusarla o criticarla è una caratteristica fortemente italiana. Perché non vi è nessuna attitudine a sostenere gli sforzi che portano ad un risultato. Ma questo avviene in molti campi, anche nella ricerca scientifica per esempio, ed è un sistema Italia che proprio non funziona. Il fotoreporter vive questo meccanismo malsano unito ad una grossa crisi economica del settore giornalistico, soprattutto rispetto ai costi; e i primi ad essere colpiti sono ovviamente anche i fotografi, che sono più cari. Solo 4-5 anni fa era normale coprire le spese di un fotografo per un tot di giorni, oggi purtroppo questo non esiste più. Succede, però, anche in altri Paesi. Non è un privilegio solo italiano. Questo comporta, per esempio, che i giovanissimi per farsi conoscere e crearsi un mercato si buttino in situazioni rischiose che, senza esperienza, diventano pericolosissime quando non fatali. Passano direttamente dalla scuola o da alcuni workshop ad un viaggio in Libia, senza essersi prima costruiti, senza aver maturato nessun tipo di esperienza.

Riccardo Venturi

Riccardo Venturi – KOSOVO PEC JUNE 1999 – THE CITY AFTER THE BOMBINGS

Non è il problema dell’essere freelance, il problema è non essersi forgiati. Dunque sì, è cambiato che si sta depauperando un altro lavoro importante, quello del fotogiornalismo. Perché queste dinamiche peggiorano il lavoro, mettendo a rischio tanto il singolo fotografo quanto più in generale il fotoreportage. Pensa per esempio a come questa situazione cambi radicalmente anche il modo di fotografare. Sempre per quanto affermavo prima, cioè che i giovani devono bruciare molte tappe, succede anche che si fotografi più per il Premio che per pura e diretta informazione e scelta ponderata. Anni fa il Premio, vincerlo, era incidentale, non era il fine. Tu lavoravi su un progetto perché fosse pubblicato su una testata che ti interessava, di cui condividevi magari anche valori e obiettivi, che aveva finanziato la tua idea, permettendoti così di articolarla, svilupparla e indagarla. Di conseguenza tu fotografi per comunicare ai cittadini non agli addetti ai lavori. Se tu invece fotografi per il Premio, parli e vuoi comunicare ad una giuria – foto editor ed esperti del settore – trascurando magari il vero senso dell’informazione, e concentrandoti più su altro. In molti casi cambi proprio il modo di guardare e fotografare. Se ci fai caso oggi le immagini di fotoreportage sono sempre più sofisticate. Diretta conseguenza di questo cambiamento di focus e obiettivi. Questo, purtroppo, inoltre, rende le foto di reportage sempre più autoreferenziali. Il fotoreportage oggi rischia di deviare così. Mentre il fotoreporter deve essere dal mondo per il mondo, non raccontare sé stesso. Lo credo fortemente”.

Riccardo Venturi

Riccardo Venturi – LAKKA HOSPITAL, UN ANZIANO PAZIENTE NEL REPARTO DEDICATO AI TUBERCOLOTICI. L OSPEDALE CHE OSPITA SOLO CASI DI TUBERCOLOSI E DI LEBBRA E ISOLATO DAL CONTESTO DELLA CITTA E COMPLETAMENTE IN ABBANDONO .
UNA SOLA INFERMIERA-GUARDIANA SI OCCUPA DELLA STRUTTURA E DEI SUOI PAZIENTI – An old mand affected by tubercolosis. In the hospital there are only patients with leprosy and tubercolosis. It is isolated from the city andis totally abandoned. The is just one nurse for all the hospital

La fotografia per certi versi è rappresentazione. Dunque vi è una regia e un autore. Che deve essere descritto?

È evidente che dietro ogni fotografia e reportage vi è un fotografo e un uomo che ci propone la sua chiave di lettura, la sua visione, e lo fa con la sua sensibilità. Dunque è pur vero che esiste un intervento autoriale perché vi è una scelta, una storia e un modo scelto di raccontarla; ma altrettanto l’evento esiste a prescindere dal fotografo e dalle sue scelte in quel momento. C’è una realtà che prescinde da noi. E non è cosa brutta. Come le immagini hanno comunque anche una vita a sé, indipendente dall’autore e dall’uso che ne viene fatto”.

Roland Barthes ne <Alle sorgenti del senso> sostiene: ‘la fotografia sembra basarsi su un rapporto di “registrazione” dove la scena è captata meccanicamente ma non umanamente (il meccanico è impegno di oggettività) e gli interventi dell’uomo (inquadratura, luce flou, distanza) appartengono tutti al piano della connotazione’. È davvero così?

Sierra Leone

FREETOWN-UN EX PAZIENTE DI EMERGENCY RITRATTO NELLA SUA CASA DOPO UN INTERVENTO PER UNA PERFORAZIONE TIFOIDEA

Non credo sia davvero un mero piano di connotazione, ma è indiscutibile una valenza meccanica dell’atto. È la forza e la debolezza dello strumento in sé, la forza e la debolezza dell’immagine fotografica. Anche quando guardi un quadro di un iperrealista, però, hai sempre e comunque la percezione di qualcosa di “costruito” ad hoc da un altro. Ma poi nel fotografare e nel guardare un’immagine si muovono tutta una serie di altre dinamiche molto più affascinanti e importanti come per esempio una sorta di patto di fiducia tra chi la mostra e chi la guarda. Il fatto che, superato l’atto meccanico di un’impostazione e di un clic, vi è tutta la più intensa, pura e diretta dinamica di un punto di vista, del mettere sulla stessa linea del mirino mente, occhi, sguardo, animo e soggetto. Un mondo molto più complesso, articolato e ammaliante”.

Inquadrare significa anche collocare, focalizzare, includere, fare il punto, arruolare, assumere, inserire, profilare, riprendere, schierare, descrivere … I contrari sono: astrarre, confondere, fraintendere. Guardando un’immagine di un reportage a volte misuriamo l’uomo di fronte a qualcosa che ha creato/causato o che è accaduto. Ci relazioniamo a quell’universo inquadrato dove viene parlata la lingua delle immagini e dei colori. Questo universo ritiene che oggi esista ancora lo spazio dell’uomo? Che sia possibile immaginarlo? La fotografia può fare ciò?

La fotografia ha l’eccezionale potere di creare degli spazi mentali, perché ha connaturato e fortissimo il potere della suggestione. Ognuno di noi dinanzi ad una fotografia vede delle cose sue, si racconta la sua storia; ognuno apre il suo di bagaglio immaginativo, anche per le foto di reportage. La fotografia da un lato dichiara dall’altro allude, non è mai un imperativo. La fotografia crea spazi di libertà. Quindi sì certo la fotografia, che è di per sé legata all’uomo, all’umanità, può farlo”.

Riccardo Venturi

Riccardo Venturi – KOSSOVO 1999

Parlando di fotoreporter spesso si usano espressioni come <fermare la realtà, catturare la realtà, documentarla, eccetera>. È così? Quale l’equilibrio tra fotografo – con la sua di poetica individuale -, mondo e rappresentazione oggettiva dei fatti? Esiste la realtà in fotografia? O mentre la guardo sono già in un’altra dimensione e realtà, tra memoria e immaginazione?

Sull’oggettività degli eventi facciamoci una domanda: esiste l’oggettività di un evento? Esiste la realtà dei fatti? Con questo non voglio assolutamente favorire l’alibi di molti che sostengono che la realtà oggettiva sia pura invenzione, perché questo è sbagliato, soprattutto nel reportage e, appunto, un grosso alibi per fare un po’ ciò che si vuole e come si vuole. Voglio invece soffermare l’attenzione su ciò che dovrebbe essere dettato, precetto, norma per un fotoreporter: senso di responsabilità e avvicinarsi il più possibile ad una rappresentazione sostenuta dai fatti; una tensione etica, filosofica, emotiva, chiamala come vuoi, che ti porta ad assumerti consapevolmente la responsabilità di dire <l’evento, il fatto è così>. Con anche il rischio di essere contestati. L’importanza, il privilegio e il rischio di scegliere un punto di vista. Questo non rende il racconto della realtà – se vogliamo usare questa espressione – parziale. Questo è il bello di questo lavoro: che l’atto del fotografare è promanazione di un corposo, intenso e profondo conoscere – e continuamente indagare – te stesso, il mondo, gli uomini. Mi ha fatto piacere poi il tuo usare la parola memoria. Perché ci sarebbe tutto un discorso molto importante da fare: lo strumento per eccellenza per la memoria è la fotografia. Studi e ricerche, anche attuali, indagano proprio come ricordare un fatto, un evento, come anche un sogno, avvenga per immagini fisse nella mente; come una situazione vista dal vivo e poi in una fotografia, tramite l’immagine, perda o acquisisca infiniti dettagli e profondità che giocano proprio nella memoria. Ma apriremmo un capitolo, per quanto affascinante, lungo e complesso”.

Lo affrontiamo nella prossima intervista? “Certo, volentieri”.

In base a cosa scegli un evento, un luogo?

Riccardo Venturi

Riccardo Venturi – Ra’s Lanuf, Libya, March 2011 – Rebels on the frontline

I fattori sono molteplici. Ho seguito grandi eventi internazionali ma soprattutto seguo il mio metodo di analisi e di indagine, come ci siamo detti alla presentazione di Haiti Aftermath a Milano, e cioè l’attenzione per il dopo evento. Mi viene in mente quando da ragazzino giocavo a calcio e il mio allenatore diceva sempre <non correte dietro una palla! cercate di fare uno schema>. Poco interessante se tutti noi fotoreporter corriamo contemporaneamente sullo stesso evento e con la stessa visione, molto più avvincente e vincente scegliere prima con quale criterio andare verso quel reportage. Decidendolo anche in corso d’opera. Può succedere. Ma avendo un pensiero, un’idea. Cerco di scegliere storie che abbiano un senso giornalistico, non sempre e non per forza umanisticamente; cerco di raccontare soprattutto storie sulle quali ho un vissuto o delle opinioni e un punto di vista”.

Fare il fotoreporter porta spesso ad avere a che fare con la violenza, e con il problema della rappresentazione di essa, a volte, gratuita o strumentale. Tu come ti poni? Fotografi tutto e sei del parere di mostrare tutto?

No. Non tutto deve essere mostrato. Un conto è la scelta di fotografare, altro quella di mostrare. Io d’istinto non mi pongo limiti: fotografo tutto, sì. Ma tutto. Poi, soprattutto in fase di editing, arriva il momento della fase etica, della scelta. Ti ho raccontato della fotografia, forte, di quella catasta di bambini ad Haiti … ecco nel libro, come hai visto, quella foto non c’è, non l’ho voluta mostrare. Non vi era motivo, in questo contesto, di scioccare il pubblico. Se quelle morti fossero state invece frutto di un genocidio, per esempio, allora sì l’avrei anche mostrata. Perché a quel punto avrebbe avuto un senso scioccare il pubblico, sarebbe stato sostenuto da una scelta etica di informazione e denuncia. Mai in modo strumentale ma si può dover scioccare, l’importante è che abbia un senso. Se invece è pretestuoso, per vendere di più o altro … va da sé…”.

Quando affidi il tuo lavoro ad una testata ti chiedi se ne verrà rispettato il senso o se potrebbe venire snaturato?

Oggi non più. Ormai l’esperienza mi ha abituato che ogni immagine può essere manipolata, estrapolata, snaturata. Lo accetto, so che può succedere e amen. Anche perché non è esattamente quello che ti svela il pensiero vero di un fotografo, la foto su una testata intendo. Per conoscere davvero un fotografo devi leggere e guardare i suoi libri, lì emerge di più e in profondità chi è e il suo pensiero”.

Fotografia Riccardo Venturi

Fotografia Riccardo Venturi

Hai un metodo preciso per la scelta delle immagini da usare, sia sul piano fotogiornalistico che su altro?

Tendenzialmente no. Nel senso che quando faccio un editing scelgo subito quelle che a colpo d’occhio, esteticamente o a pelle mi hanno colpito. Poi le ricompongo, cerco una storia; mi domando se è eterogenea, se soddisfa me, il fruitore o eventuale cliente, se è ripetitiva, e via così. Dunque la prima scelta è irrazionale, la seconda ragionata e ponderata. Fare un editing per me è un’analisi approfondita che richiede spesso anche settimane”.

Come scegli se fotografare in bianco e nero o colore?

Uso indipendentemente tutti e due. Le mie scelte sono sempre un po’ di getto: una storia la sento in bianco e nero, un’altra a colori. È una scelta di campo non ragionata razionalmente. Il bianco e nero mi distrae di meno rispetto a situazioni ed eventi forti, impegnativi, drammatici. E mi consente di avvicinarmi davvero a quello che sta succedendo e soprattutto all’uomo. Il colore io lo uso in forma di narrativa. Tendenzialmente io vedo più in bianco e nero che non a colori. È raro che senta la mancanza del colore”.

Progetti imminenti o futuri?

Ora sto finendo un progetto cominciato questa estate, e di cui uscirà il libro verso Marzo, Aprile, che è una riflessione molto più tranquilla rispetto a quelle che faccio di solito. Il titolo provvisorio è Italians and the UK. Un racconto della nostra immigrazione nel Regno Unito in 100 anni. Vi è una parte fortemente storica e concettuale, una grande panoramica sulle nuove comunità e vi sarà anche una parte multimediale con un video. Fino agli anni ’50-’60 ho lavorato proprio negli archivi, sulle memorie dei nostri nonni; poi ho articolato l’indagine su tutte le comunità e le nuove a partire da quella degli Italiani che è una delle più numerose ed estese. Analizzando anche la mutazione del tipo di migrazione e migrante: prima emigrava il povero analfabeta, oggi il laureato, benestante. Quindi proprio un’analisi della società, della nostra società negli ultimi 100 anni”.

Un tuo allievo, entusiasta, ti dice ‘voglio fare il fotoreporter’. Lo appoggi o glielo sconsigli?

Dico sempre di no, non lo fare, se puoi fare altro nella vita fai altro. Io amo il mio lavoro intendiamoci. È il mestiere più bello del mondo, perché investi su te stesso, ti fa conoscere chi sei davvero e il mondo. Però oggi l’investimento è tale, anche proprio da un punto di vista economico, da indebolire in qualche modo l’intensità e l’importanza di questa scelta. Rispetto a 10 anni fa oggi è difficilissimo mantenersi con questo lavoro e quindi – torniamo alla domanda iniziale – un giovane sarebbe costretto a crearsi subito mercato piuttosto che mettere pensiero, desiderio e passione nelle scelte e nel crearsi un’esperienza ed una pratica. Poi sono comunque ottimista, credo che questa crisi in generale, e del settore in particolare, passerà. Ma fare il fotoreporter è talmente intenso e forte che, oggi, credo uno debba pensarci veramente bene. Soprattutto rispetto alle motivazioni e alla propria determinazione. Ribadisco comunque che è il lavoro più bello del mondo. Per me è così”.

Questo consiglio ai suoi allievi a noi suona più “protettivo” che realmente convinto. Riccardo Venturi è uno dei fotoreporter che meglio sa trasmettere il valore, il senso e l’importanza, forse soprattutto oggi, di questo lavoro, di questa scelta di vita. Soprattutto col suo farlo con grande convinzione, dedizione e capacità.

I suoi reportage hanno un respiro diretto, puro, intenso, anche quando le immagini urtano, fanno male; riesci ad avere la possibilità di un atto (e attimo) di respiro e di riflessione. Come ho avuto modo di dire parlando di Haiti Aftermath il suo bianco e nero poi fa sì che tutto si stagli in modo netto e assuma una forte espressività; che il dolore, la violenza, la paura siano assoluti e intensi restituendoci davvero – anche se sembra paradossale – il senso, la dignità e il valore dell’essere umano.

<A cosa serve una grande profondità di campo se non c’è un’adeguata profondità di sentimento?> Eugene Smith

Ciò che il suo occhio e sguardo affrontano Riccardo Venturi lo restituisce con grande profondità, con evidente sensibilità e profondità di sentimento. Alcune delle immagini che accompagnano questa intervista sono del Kossovo, della Sierra Leone … non ho potuto fare a meno di andare a vedermi tutto il reportage …

Il suo linguaggio a volte secco descrive emozioni forti, l’alto livello culturale e di pensiero combinato ad una capace visione delle cose offre immagini che aprono a infinite riflessioni, immagini di una forza impattante. Scatti di anime dimenticate troppo spesso, che Riccardo Venturi riesce a volte a stagliare come protagonisti epici della storia; fotografie monocrome che raccontano anche la peggiore tragedia, singola o collettiva, non con il sangue (anche laddove c’è e si vede) ma con lo sguardo proiettato al dopo e al futuro di chi è vivo. Fotografie di vita. Dal mondo per il mondo. Grande informazione e testimonianza.

website di riferimento: http://www.riccardoventuri.com

Federicapaola Capecchi

…. > leggi anche gli altri articoli della coreografa e blogger Federicapaola Capecchi per il magazine Milano Arte Expo.

MAE Milano Arte Expo, diretto dalla giornalista (e presidente della Casa Museo Spazio Tadini di Milano fondata con Francesco Tadini) Melina Scalise  – mail: milanoartexpo@gmail.com –  ms@spaziotadini.it – ringrazia Federicapaola Capecchi per il testo / intervista e la selezione delle immagini del fotografo Riccardo Venturi e la rubrica sulla fotografia del magazine.

Melina Scalise

Partecipa al concorso fotografico  organizzato dal magazine Milano Arte Expo Photo Prize “Instaworld Milano 2015″ attraverso il social dedicato alla fotografia Instagram. Seguirà una grande mostra fotografica a Milano nel 2016.

Milano Arte Expo

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Una risposta

  1. gennaio 26, 2016

    […] Martyrs” – di cui saranno esposte circa 80 fotografie. La scelta è avvenuta in seguito all’intervista che feci a Riccardo Venturi novembre scorso. Una scelta che verte proprio sul senso e sul ruolo […]

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