Alik Cavaliere – Alfredo Chighine – Milano Arte Expo 2015

Alfredo ChighineAlik Cavaliere – Alfredo Chighine.  Per la rubrica Documenti d’arte contemporanea italiana di Milano Arte Expo, un testo di Alik Cavaliere  (vedi pagina FB del Centro Artistico Alik Cavaliere) su Chighine, dal Quaderno della Galleria Matasci curato nel 1991 da Elisabetta Longari “Alfredo Chighine 1914 – 1974” – Lo studio con Alfredo Chighine l’ho avuto due volte – forse sarebbe più corretto scrivere: una volta e mezza. Manzù aveva dovuto cedere il proprio studio all’interno dell’Accademia, situato nell’ex scuola di Marini perché lo spazio cominciava a mancare; Marini era tornato dalla Svizzera e si prospettava il rientro dell’epurato Messina; il numero degli allievi — tra nuovi iscritti e rientrati dalla guerra desiderosi di concludere gli studi – era notevolmente aumentato. Carpi, direttore, aveva assegnato a Manzù solo un piccolo localino ricavato da un transennamento tra colonne, nella ex chiesa Braidense adibita a scuola serale, che Manzù non aveva mai usato (non ne aveva bisogno e non l’avrebbe comunque mai usato ritenendolo poco dignitoso). E così lo prestò a Chighine e a me per tutta l’estate. Lo spazio era minimo – 15/20 mq – ma dotato di un’ampia finestra che dava su un cortiletto stretto e lungo; inoltre potevamo anche debordare nello spazio circostante, essendo la serale chiusa per ferie. >
Fu un’estate lunga, più lunga delle altre che ricordo, e per noi di intenso lavoro. Ma… (ci sono sempre dei ma) il capo custode di Brera, che abitava nel palazzo, non approvava la scelta di Manzù, non tanto per una presa di posizione contro noi due in particolare – sembrava odiare tutti – quanto per un senso di ordine e di… proprietà (Brera d’estate era il suo regno personale e solitario che noi violavamo). L’uomo era attempato, alto, magro – direi segaligno se la parola fosse ancora di uso corrente – scostante e con gli studenti anche autoritario, sgradevole, come talora accadeva incontrando un subalterno di basso livello che poteva esercitare un’autorità. Al secondo o terzo giorno, dopo che ci eravamo appena organizzati, trovammo la porta della serale sprangata dall’interno con delle assi e noi, che pur avevamo la chiave del piccolo locale assegnatoci, eravamo messi nell’impossibilità di accedervi.

Alik CavaliereAlle nostre domande e proteste il Cerri, questo era il suo nome, diede una risposta logica: «Certo, voi potete stare quanto volete nello studiolo privato di Manzù, dato che vi ha autorizzato, ma non potete attraversare la scuola serale perché vi è accumulato materiale che non è di Manzù, ma dello Stato, e che è custodito sotto la mia responsabilità». Soddisfatto del proprio ragionamento se ne andò lasciandoci in difficoltà perché gli stessi Manzù e Carpi poco potevano contro il capo custode. Era estate e poiché in estate una volta c’era sempre bel tempo noi avevamo lasciata aperta la grande finestra che per l’intera estate divenne la nostra porta d’accesso. Chighine aveva una gamba lesa al ginocchio che era anchilosato e non poteva agevolmente saltare il muretto di cinta del cortile. Mi toccava quindi attenderlo per entrare insieme, insieme andare a mangiare e, ancora in sincronia, cessare il lavoro la sera.

Chighine era già un uomo maturo – rispetto a me maggiore di 11 o 12 anni — ed era molto preciso e puntuale, abitudini acquisite durante il lungo periodo passato come artigiano a “bottega”. Arrivava puntualissimo e quando non era puntuale potevo non aspettarlo, probabilmente coinvolto in qualche bevuta con Ciliberti, con Franco Francese o con altri occasionali, virtuosi bevitori. Talvolta, avendo passata in giro l’intera notte, arrivava ugualmente puntuale, scavalcava il muro, si sedeva sull’unica sedia e si addormentava immobile in un lungo sonno restauratore.

Alfredo Chighine

Alfredo Chighine, 1969

Lo spazio era piccolo e Alfredo teneva e richiedeva un ordine assoluto, maniacale; iniziava e smetteva con ritmi precisi; prima di smettere puliva e depositava allineati sul tavolo pennelli e strumenti di lavoro. Dipingeva grandi acquarelli su carta gialla, da spolvero, poco costosa, ma anche poco adatta. Usava l’acquarello quasi fosse tempera, a campiture larghe e su un impianto di disegno narrativo. Ne ricordo in particolare due: i figli che entrano nella stanza di notte con una candela in mano e guardano la madre addormentata e sempre i figli che pescano nel Naviglio svuotato dall’acqua, infilzando con una forchetta i pesciolini rifugiati in qualche residua pozzanghera. Quadri e non disegni acquarellati, di circa tre metri per l’altezza della carta di un metro e ottanta.

Il primo era di impianto picassiano, forse accentuato dalla luce che proveniva dalla candela che richiamava alla mente Guernica, con una zona d’ombra dove il letto della madre creava quasi un soppalco nel quale la donna, ripresa con un segno netto, pareva giacere prigioniera e i figli sembravano immobili, vicini, fortemente illuminati di colore pili che di luce, con le grandi teste, riprese con tratti sommari, ancora con un riferimento picassiano. L’altro quadro era ricco di verdi – i verdi che poi Chighine avrebbe ripreso e raffinato nei successivi quadri ad olio — e pareva in contrasto con il precedente, molto solare. (Ho indugiato nella descrizione perché devo annotare come i due grandi quadri descritti siano oggi esistenti solo nella memoria: Chighine li espose in S. Fedele e non avendo posto a casa – cioè nell’unica stanza nella quale viveva con la famiglia – li lasciò là in deposito permanente. Quando anni dopo si decise a ritirarli c’erano solo i telai di supporto e la parte di carta a essi incollata. Sono passati oltre quarant’anni… non credo più che saltino fuori.)

… Franco Francese veniva regolarmente a trovarci e con caustica acutezza metteva sempre in discussione ogni nostro segno: le sue critiche erano particolarmente taglienti, ma anche, forse proprio per questo, stimolanti…
… Nel maggio dell’anno seguente – 1947 – con Chighine e Sangregorio decidevamo di prendere uno studio “vero”. Distruzioni, superaffollamento, prezzi eccessivi ci spingevano a cercare sempre più in periferia… fino ai boschetti di Trenno. In una villetta abitata da gente modesta, in aperta campagna dietro le scuderie del trotto, era libera una grande stanza luminosa, con le finestre su un giardinetto e una piccola aiuola con una magnolia fiorita nel centro. Un affitto, per fortuna modesto, di tre mesi anticipati. Chighine — che non aveva una lira – insisteva per concludere e, vinta la nostra resistenza, con Gian Carlo decidemmo di versare la somma pattuita. Tornando in città Chighine giustificava il dubbio affare e tentava di dissipare le nostre perplessità sulla accessibilità del luogo con un unico argomento che riteneva decisivo: «Avete visto cosa erano i piedini nudi del bambino sul prato: un ricordo da non perdere!». Teoricamente potevamo percorrere i 30 Km. giornalieri in bicicletta, ma Chighine non poteva pedalare e noi per solidarietà optammo per il pulmann che effettuava una sola corsa al giorno. E tra un ritardo, un equivoco, uno sciopero o altri accidenti, nei tre mesi seguenti non siamo mai riusciti a raggiungere lo studio.

Alik Cavaliere – Milano, settembre 1990.

MAE Milano Arte Expo 2015 –mail:milanoartexpo@gmail.com– ringrazia il Centro Artistico Alik Cavaliere la Casa Museo Spazio Tadini – e in particolar modo Francesco Tadini – per a digitalizzazione del testo di Alik Cavaliere e le immagini messe a disposizione.

Milano Arte Expo

Potrebbero interessarti anche...

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *