Fondazione Corrente GIOVANNI PAGANIN – di Giorgio Seveso | Milano Arte Expo mostre 2015

mostre Milano 2015 - Giovanni PaganinFondazione Corrente GIOVANNI PAGANIN – di Giorgio Seveso. Mostra consigliata da Milano Arte Expo. E’ in corso l’esposizione, fino al 31 gennaio 2015, dal titolo Giovanni Paganin. Il grido della scultura, a cura di Giorgio Seveso in collaborazione con Patrizio Paganin. (> leggi tutti gli articoli di Giorgio Seveso) – “Gangli di materia ferita” le chiamava Giovanni Testori. E difatti le opere di Paganin rimarranno per sempre nel corpo vivo della scultura figurale italiana come uno tra i più alti momenti di drammaticità plastica, là dove l’urgenza dell’espressione si fa quasi brutale, e intaglia, lacera, ferisce e deforma, intacca e prosciuga il pieno e il vuoto della forma umana, alla ricerca della sua essenziale verità emozionale. >

Aspro, arcaico e insieme espressionisticamente moderno, il “gesto” di Paganin non finirà mai di commuovere e intrigare nella foga meditata dello scavo operato sulle ragioni della figura, inseguita per tutta la vita in una profonda ansia di sinteticità e immediatezza, vissuta soprattutto nella sua sostanza di autentico rapporto affettivo, di coinvolgimento emozionale diretto e sensibile con il sentimento stesso del vivere.

È dai tempi di Corrente che la scultura italiana deve ancora fare pienamente i conti con questo burbero poeta del disfacimento e della testimonianza, misurando l’altezza di lirismo disperato e di formidabile presenza materica che talune sue immagini hanno raggiunto e che tutto il suo lavoro ci ripropone.

Giovanni Paganin

Giovanni Paganin

I gessi e i legni, il bronzo e le terre, ma anche i carboncini e più tardi i dipinti, rappresentano un “grido” straordinario e profondo, difficilmente eludibile, con il quale, come ha scritto Mario Rigoni Stern, egli ha voluto “urlare al mondo la tragedia dei nostri tempi e la condizione umana alle soglie del terzo millennio”.

Di questo suo grido vogliamo oggi riportare qui un ricordo, con una serie di opere in parte inedite che provengono dalla sua famiglia.
È sempre e ancora vero, oggi come ieri, che la scultura può diventare, secondo il tragico aforisma di Martini, una “lingua morta”. Quando gli artisti che la praticano si rifacciano soltanto alle pure ragioni della forma, svendendo il loro lavoro e il loro immaginario alle esclusive logiche del gusto, secondo ben individuabili mode culturali.

Ma nel turbine appassionato e non sempre compreso fino in fondo del lavoro e dell’impegno di Paganin negli anni del dopoguerra, questa possibile “morte” della scultura è stata come non mai avvertita e consapevolmente vissuta, intimamente intesa e indicata.
Reagire a quella possibile riduzione del ruolo della scultura è stato il suo rovello d’ogni giorno, il suo impegno qualificante e problematico. Ne parlava, ne scriveva, ne litigava. E soprattutto lavorava.

Si è battuto con le opere e con l’esempio, con i sacrifici personali e con l’ostinazione del “montanaro” culturalmente raffinato e colto quale era diventato, scontrandosi ruvidamente con incomprensioni, difficoltà inenarrabili, problemi esistenziali che lo turbavano e lo perseguitavano.

E questa sua reazione, questa sua meravigliosa e suggestiva “resistenza” si è tradotta in elementi di forte, impetuosa identità plastica e lirica, in cicli di opere memorabili.

Fondazione Corrente - Giovanni Paganin

Fondazione Corrente – Giovanni Paganin

Come ebbe a scrivere Mario De Micheli, in questi suoi caratteri espressivi si è manifestata una energia plastica impetuosa, organicamente fusa alle sostanze dell’ispirazione. Nei loro atteggiamenti, le figure appaiono perentorie, drastiche, prepotenti, ma nella loro modellazione scoprono invece impronte profonde, anfratti, squarci, strappi, lacerazioni. E tuttavia non c’è dissidio tra l’impianto e tale modellazione, poiché la concezione è unitaria, così come dubbio e certezza convivono inseparabili nell’uomo d’oggi. L’asprezza delle forme, le fratture, gli spacchi, le tormentate superfici, non ne rompono la struttura, ma l’accentuano, la rendono più scoscesa e impervia, ne sottolineano la violenza e l’evidenza.
Il lavoro di Paganin, oggi come ieri, ha senz’altro un valore emblematico, che riassume efficacemente una visione dolente e insieme risentita dell’uomo contemporaneo, sottoposto alle violenze, alle torture, alle offese di una società come la nostra fatta di soffici totalitarismi e di striscianti prevaricazioni.

Giovanissimo aveva fatto il boscaiolo sulle sue montagne, “scoprendosi scultore quando l’albero sotto l’accetta aveva rivelato la sua forma umana, diritta o piegata dai primi sentimenti dell’esistenza” (Raffaele De Grada). Profondamente impressionato dalle sculture di Wiligelmo viste da bambino con la madre nel Duomo di Modena, e poi dalle distruzioni e sconvolgimenti dell’altipiano natale dovuti alle vicende della prima guerra mondiale, sente dentro di sé, come dato definitivo e segnante della sua personalità creativa, l’acutissimo bisogno di esprimere nelle forme plastiche l’urgenza dei propri sentimenti.

Giovanni Paganin, insomma, è uno tra gli esempi più eloquenti ed energici, luminoso e cupo insieme, di come la scultura possa diventare, nella sensibilità profonda di un artista sincero, di un uomo non eticamente o esteticamente opportunista, il portato attivo di una penetrante dilatazione lirica, l’innesco di una metaforizzazione profonda ispirata alla realtà, capace di trascinare le tensioni tattili e le dinamiche materiche dell’opera verso un largo, universale, indimenticabile territorio evocativo.

Giorgio Seveso

MAE Milano Arte Expo –mail:milanoartexpo@gmail.com- ringrazia Giorgio Seveso per il testo e le immagini relative alla mostra Giovanni Paganin. Il grido della scultura Fondazione Corrente di Milano. 

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