Igor Mitoraj, ultimo dei classici, di Luca Pietro Nicoletti – Milano Arte Expo

Igor Mitoraj

Igor Mitoraj, scultura a Santa Maria del Carmine, Milano

Igor Mitoraj, ultimo dei classici, di Luca Pietro Nicoletti per Milano Arte Expo – In un’intervista di qualche anno fa, lo scultore polacco Igor Mitoraj affermava di non amare la scultura di Antonio Canova: la trovava “kitch”. Pensandoci bene, quella frase faceva probabilmente piazza pulita di qualsiasi tentativo di considerarlo uno scultore neoclassico. La classicità di Mitoraj, in fondo, era più complessa ed inquieta di quanto uno sguardo superficiale poteva far credere. Nella sua algida statura formale, egli dava vita a una rinascita del classico non banale, che univa l’estetica del frammento e i turbamenti formali del surrealismo più visionario ed illustrativo: a entrambi, però, tornava in una stagione in cui l’arte della citazione era all’ordine del giorno, ma senza che l’arte del passato diventasse, anacronisticamente, un serbatoio da cui attingere indiscriminatamente. Al contrario, aveva come scelto un proprio repertorio di forme fisse a cui aveva prestato fedeltà dal bronzo al marmo alla pietra, dalla dimensione del soprammobile a quella della grande scultura monumentale. >
Su ogni scala, egli si misurava con la statuaria del mondo classico, con una Grecia rivisitata e prassitelica, levigata e fatta di forme turgide e tese, ma soggette, come ogni cosa, alla caducità del tempo: non per nulla, la sua era una scultura che si adattava, meglio di altre, a un dialogo diretto con le grandi rovine dell’archeologia greca e romana. Ecco quindi che la Valle dei Templi o i mercati traianei diventavano una cornice naturale in cui la sua scultura sembrava aver vissuto da sempre. Attraverso le patine, il tempo si era incrostato su queste sculture mutile o bendate, colte nel movimento o adagiate come magnifici reperti.
Ma Mitoraj aveva ben presente anche la dimensione monumentale della grande statuaria tardo romana: le sue teste addormentate, coperte di bende (e con virtuosismo degno della letteratura antica sull’illusione del vero nella scultura), erano gli splendidi, levigati frammenti di un mondo superiore e decaduto.

Eppure, nella sua apollinea bellezza era entrato il germe della violenza: il frammento non è soltanto frattura, ma è un taglio esatto e chirurgico, è inserimento di protesi geometriche e umane, di slittamento di piani. Una violenza “bianca”, se si vuole: che non deturpa e non ferisce. Le parole più belle, su questo scultore algido e sublime, sono forse quelle di Giovanni Testori, a commento di una mostra di Igor Mitoraj alla milanese Compagnia del Disegno, poco dopo che lo scultore aveva lasciato alla città una sua grande scultura, tutt’oggi nella piazzetta del Carmine. Questo ampio torace frontale, -lamina fatta per ritagliarsi sullo sfondo di mattoni della chiesa retrostante, con una testa bendata e piena d’amore incastonata nel petto come una finestra aperta su un’anatomia interna, dal cui fianco fuoriesce timidamente un torso femminile-, aveva sollecitato la fantasia visionaria dello scrittore: una divinità superiore e malefica, gigantesca, doveva essere sopraggiunta a passi pesanti, recidendo la testa con un taglio netto ed esatto. Ma in quest’atto truce, in fondo, non poteva fare a meno di rispettare l’algida bellezza delle labbra sensuali del giovane dio: in un secolo martoriato, in una ricerca di alterità e di bellezza che eroicamente cerca di sopravvivere all’orrore del presente, le mutile divinità di Mitoraj hanno ferite che non sanguinano.

Luca Pietro Nicoletti

MAE Milano Arte Expo – milanoartexpo@gmail.com– ringrazia Luca Pietro Nicoletti per il testo Igor Mitoraj, ultimo dei classici, in ricordo dello scultore polacco morto a Parigi. Clicca a questo >LINK per leggere tutti gli articoli di Luca Pietro Nicoletti.

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