Bob Dylan: Mosaico Zimmerman – di Michele Ulisse Lipparini, fotografie di Paolo Brillo

Bob Dylan - cover Buscadero gennaio 2014, foto di Paolo Brillo

Bob Dylan – copertina del Buscadero, numero di gennaio 2014, foto © Paolo Brillo

Bob Dylan – “Mosaico Zimmerman”, testo di Michele Ulisse Lipparini, fotografie di Paolo Brillo (here, and at the bottom of the page, is the link to the English version of the article) –  Quello che viene comunemente chiamato Never Ending Tour non è semplicemente un tour. Si tratta, in realtà, della più grande installazione nella storia della musica moderna: a partire dal 7 giugno 1988 Bob Dylan è andato ovunque, in continuazione, inseguendo, forse, la possibilità di dimenticare se stesso, o almeno alcune delle sue identità, forse è stato lo sviluppo di quel concetto elaborato dopo l’incontro con Norman Raeben, l’insegnante di pittura che gli mostrò come il passato, il presente e il futuro convivessero nella stessa stanza, e come scendere a patti con i molteplici sé che compongono la nostra individualità. 25 anni on the road, un quarto di secolo, la metà della sua carriera. Dopo aver plasmato la forma canzone moderna, dopo aver fornito un nuovo alfabeto a chiunque si volesse cimentare nello scrivere canzoni, Bob Dylan ha passato il tempo a riscrivere le proprie (e in alcuni casi anche quelle degli altri). Il senso di quest’odissea era iniettare nuova anima a quelle canzoni che ci sono entrate nel DNA, che ci hanno ammaliato dal microsolco nero, ma che erano solo un punto di partenza nella fluidità della prospettiva di Bob. 

Se questo lungo, quasi infinito, capitolo della sua parabola artistica è stato denso di entusiasmanti rivisitazioni, il NET, negli ultimi anni, aveva conosciuto un momento di stanca, il sound era diventato troppo omogeneo, come una patina che ammantava i pezzi, si sentiva il bisogno di un cambio di passo, e questo cambio è arrivato.

Bob Dylan @ Royal Albert Hall © Paolo Brillo

Bob Dylan @ Royal Albert Hall © Paolo Brillo

Quest’anno ha visto Bob Dylan interpretare il minor numero di canzoni differenti da quel 7 giugno 1988, l’impostazione di una setlist fissa è stata la novità più rivoluzionaria nell’arco di un flusso costante di cambiamenti che hanno definitivamente dato riscontro all’idea che Bob sia il Picasso del rock, un artista proteiforme e cangiante. Ma è stato solo col tour invernale che la setlist ha trovato una struttura a prova di bomba, si è allungata rispetto ai due tour precedenti, e le canzoni da Tempest sono aumentate. Gli arrangiamenti sono asciutti, quasi minimalisti, non c’è spazio per giri strumentali, per assoli che non siano quelli di armonica, misurati e intensi, e quest’approccio si riflette anche in nuovo disegno luci, intimo, quasi misterioso. Non c’è stata sperimentazione nel fraseggio, ma intensità e dedizione, ogni parola sentita, soppesata, la concentrazione era granitica. In altre parole, questo tour è stato il migliore degli ultimi 10 anni.

E un tour che ha visto un’oculata scelta della cornice in cui proporre il concerto, volta per volta. E dove poteva trovare il suo apice se non a Londra? In quale venue, se non alla Royal Albert Hall?

Nel 2003 e nel 2005 Bob Dylan aveva suonato a Londra a fine anno, e quei concerti rimarranno nella storia per l’esplosione delle setlist, alcuni pezzi mai sentiti prima né dopo, altri che non si sentivano da decenni, e cover dei Clash e di Fats Domino. Nel 2011 di nuovo, alla chiusura dell’anno, ma l’unico vero brivido giunse da Mark Knopfler, in un duetto su Forever Young, cantò il verso “May your song always be sung” facendo un cenno all’indirizzo di Bob. Quest’anno, come in precedenza, si sono riuniti a Londra appassionati da tutti gli angoli del globo, e nonostante esistesse la remota possibilità che ci fossero fuochi pirotecnici con la scelta delle canzoni, come seguendo un rituale, c’era anche la sensazione che non sarebbe accaduto, il concerto era troppo strutturato e compiuto così com’era. Però quest’anno Londra ha voluto trasformarsi in una sorta di Mecca Dylaniata, ad accogliere i pellegrini c’erano ben quattro mostre, se consideriamo che la Galleria Halcyon ne ospitava tre diverse.

Tony Garnier, Charlie Sexton, Bob Dylan @ Royal Albert Hall © Paolo Brillo

Tony Garnier, Charlie Sexton, Bob Dylan @ Royal Albert Hall © Paolo Brillo

Side Tracks – una serie di stampe, il cui soggetto sono dei binari, binari che si perdono all’orizzonte, e di cui non vediamo né l’inizio né la fine, un viaggio senza sosta, specchio dell’anima inquieta dell’autore. E nel solco della rivisitazione del canone, qui, Bob Dylan rielabora la stessa immagine, a ripetizione, tornandoci su con colori diversi, quasi come un autore della Pop Art che si distaccasse dall’applicazione industriale per eseguire artigianalmente quel gesto creativo. Oltre ai binari, sono esposti, nelle due sedi della Galleria, un certo numero di quadri dalle diverse serie di Drawn Blank.

Revisionist Art – è uno dei più irriverenti divertissement che Bob Dylan abbia mai prodotto, un programmatico sfottò dei mezzi di comunicazione, della stampa nella fattispecie. La percezione è che abbia ancora il dente avvelenato, e molto spesso a ragione, viene da aggiungere.

Bob Dylan al microfono @ Royal Albert Hall © Paolo Brillo

Bob Dylan al microfono @ Royal Albert Hall © Paolo Brillo

Mood Swings – il sorprendente profilo dello Zimmerman saldatore è un ulteriore scorcio sul mondo interiore di un uomo che sarebbe a suo agio nel Rinascimento, con una bottega dove esercitare una creatività senza il bisogno di confinarla a un’unica forma espressiva. In questo caso non stupiscono le raffinate saldature, non è il lavoro di un operaio siderurgico specializzato, ma la capacità di assemblare pezzi di metallo recuperati da carrozzerie, motori, tubature, attrezzi da lavoro, macchine agricole e da qualsiasi altra provenienza, con un senso dell’armonia da scultore finito, i cancelli sono dei patchwork tutt’altro che casuali, e potrebbero rivelare persino più di quanto l’autore vorrebbe, a chi li sappia osservare. Realizzati senza che dovessero essere valutati da alcuno, sono pensiero in libertà, segno senza filtro, respiro freewheelin’.

Face Value – nuovamente con ironia, visti i nomi inventati dei soggetti ritratti, raddoppiati e diversificati con i titoli dei quadri, un pugno di primi piani esposti alla National Portrait Gallery. C’è ironia, ma c’è anche lo sviluppo di uno stile, aldilà del vociare che si è sollevato in occasione della mostra New Orleans Series, perché i soggetti non erano originali, come spacciati persino al curatore, il tratto naif tipico delle serie precendenti, Brazil, Asian, e dei carboncini della prima serie Drawn Blank, ha subito una rilevante aggiunta, un effetto sfocato che richiama l’idea del grande fotografo Robert Capa, proposta con il suo Slightly Out Of Focus. Anche nella sua identità di pittore, Bob Dylan si muove, si sposta, e quando credi di prenderlo, lui non è più lì.

Bob Dylan al pianoforte @ Royal Albert Hall 2013 © Paolo Brillo

Bob Dylan al pianoforte @ Royal Albert Hall 2013 © Paolo Brillo

Nonostante le molteplici incursioni di Bob nella terra d’Albione, la Royal Albert Hall è rimasta nel 1966, e nel nostro immaginario alterato, quella narrazione dove “Judas!” prende corpo a Londra e non a Manchester. Questa sala da concerti, concepita alla metà del diciannovesimo secolo, questo tempio della musica gode di un’acustica brillante e ineccepibile, l’atmosfera all’interno vale già un viaggio nel tempo, le balconate, le logge proiettano direttamente in uno scenario da regicidio anarchico o da film di Hitchcock. Si potrebbe entrare e passare alcune ore solo a esplorare i corridoi, i camerini, le rampe di scale. Il velluto rosso è canonico e imprescindibile. Il legno di alcuni arredi è caldo e accogliente. Entrarci è già un privilegio. Se poi sul palco c’è Bob Dylan, al suo ritorno in questo posto dopo 47 anni e mezzo, con la miglior proposta live dell’ultimo decennio, e se vi capita di avere dei posti a sedere negli stalls, in prima fila, ad altezza palco, anzi, contigui al palco, beh… è come aver partecipato con l’aggiunta di un mattone alla costruzione della Grande Muraglia.

Nell’ultimo decennio si sono susseguite una serie di intro musicali al concerto, e l’ingresso sul palco era scandito da una breve bio in pillole, ripresa da un articolo di Jeff Miers, del Buffalo News, quotidiano locale dello stato di New York. E a fine concerto Bob presentava i musicisti.

It’s all gone.

Oggi il compito è assegnato alla chitarra acustica di Stu Kimball, che attacca da retropalco, al buio. Una sequenza di accordi annuncia l’arrivo della band e chiama tutti a raccolta.

Nel giro di pochi secondi, dal nulla, una sostenuta e trainante Things Have Changed apre la serata. Una voce salda prende possesso della Hall. Il passaggio successivo è uno dei due soli momenti sixties della serata, un incedere a marcetta, una batteria a metronomo sono l’inesorabile cornice di She Belongs To Me, ricamata con l’armonica e rinnovata in un arrangiamento che sancisce l’incisività del testo. Il piano a coda è il veicolo perfetto per What Good Am I? Il brano aveva fatto timidamente capolino in qualche serata degli scorsi anni, dopo un paio di lustri di oblio, e oggi torna a essere una pietra miliare, e uno dei momenti topici del concerto. L’atmosfera è raccolta, e col proseguire della setlist, dopo un valzer, un pezzo minore, leggero, ma sapientemente collocato, si sprofonda in uno scenario il cui elevato peso specifico dev’essere ancora svelato, Pay In Blood. Bob paga col sangue, ma non il suo. Poi Tangeld Up In Blue, il pezzo cangiante per eccellenza, mille e ancora mille volte l’autore è tornato sul testo, come testimonia Real Live del 1984, ma non pago dei risultati, nel 2013, è ancora una questione aperta. O invece è il contrario, ne è così soddisfatto che lo rivisita in sfida a se stesso, può fare ancora di meglio. A chiudere la prima parte della serata, Bob torna al centro del palco, e col ritmo perpetuo del pendolo di Love Sick decide di sospendere il tempo, quadrato, squadrato, eterno, in loop, la canzone scelta per aprire Time Out Of Mind, nel 1997, dopo 7 anni di silenzio creativo, per ricordarci ancora una volta che lui non era mai scomparso, e a che a volte il silenzio può essere un tuono. La seconda parte del concerto si apre con un omaggio ai padri del blues, High Water (For Charley Patton), un blues che blues non è, un banjo diabolico definisce la dimensione della storia, la piena che incombe. Un incerto futuro. Ma non si può credere a tutto. A volte è meglio dimenticare, Forgetful Heart, un’invocazione? Un rimpianto? Un auspicio? Senza dubbio, la verità della nostalgia partorita dal violino, quattro minuti e rotti di un arazzo scintillante, ma con i colori del tramonto, forse del crepuscolo. E con un contrappunto di armonica, calda, potente e affilata a un tempo, che ci dà una risposta. Un responso lancinante.

Bob's smile @ Royal Albert Hall © Paolo Brillo

Bob Dylan sorridente @ Royal Albert Hall © Paolo Brillo

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A questo punto, potremmo stare a disquisire su quale delle tre serate sia stata la più riuscita, la più intensa, la più coinvolgente, ma sposterebbe poco nella valutazione di quest’avventura londinese. Il concerto, per com’è oggi, ha alcuni picchi d’intensità che ammutoliscono qualsiasi platea non perché quello sul palco sia Bob Dylan, ma perché Bob Dylan ha asciugato il nucleo che si stava annacquando, ha saputo liberarsi degli orpelli e trovare una formula nuova, ispirata. La materia prima ha quel valore speciale che l’ha sempre contraddistinta, non sono canzoni da show business ma istantanee che congelano la realtà, narrazioni dell’umano, sintesi fra poesia e crudezza, le canzoni sono dura verità che non lascia spazio a ciò che è futile, e quando si abbassano le luci, e Bob di nuovo al centro scandisce la concisa, puntuale, drammatica Long And Wasted Years, vero grande capolavoro dall’ultimo album, non c’è anima che non venga toccata, non c’è partita che non venga giocata, non c’è speranza che non venga rinfocolata.

E infatti, almeno per una volta, neanche la nostra speranza viene disattesa. Quell’omaggio drammatico, quel saluto rispettoso, l’inesorabile commiato non tardivo, secondo la linea del tempo di Bob Dylan, arriva. Dopo l’esordio al terzo concerto di Blackpool, luogo caro a Lennon, ecco Roll On John a chiudere la prima notte di Londra. La melodia strazia il cuore ma ha sapore conciliante, quella morte che tanto l’aveva scosso ha trovato una collocazione, e la Royal Albert Hall racchiude in un colpo solo Bob e i Beatles. Sarà un unicum. Un attimo a raccogliere gli applausi, calano le luci, la cowboy band esce di scena.

Si rincorrono i rumors, durante questo tour: “è l’ultimo, con la Royal Albert Hall chiude la carriera”, stavolta c’erano tutti i crismi perché questa voce che si ripresenta incessante quasi ogni anno fosse verosimile. Poi, abbiamo saputo che il tour giapponese del 2014 era già quasi tutto organizzato, e ora è stato annunciato ufficialmente. Niente paura, time is a jet plane…

Bob Dylan @ Royal Albert Hall 2013 © Paolo Brillo

Bob Dylan @ Royal Albert Hall 2013 © Paolo Brillo

la pagina Flickr di uno dei migliori fotografi di Bob in circolazione, Paolo Brillo

http://www.flickr.com/photos/highw61/sets/72157618773549454/with/11133299704/

e quella Facebook

https://www.facebook.com/pages/Paolo-Brillo/229443057105274?fref=ts

l’articolo in forma cartacea si trova sul numero 363, gennaio 2014 de Il Buscadero

http://www.buscadero.com/

the English version of this article is here > link

Michele Ulisse Lipparini

 MAE Milano Arte Expo -mail:milanoartexpo@gmail.com- ringrazia Michele Ulisse Lipparini per l’aritcolo qui gli altri testi di Lipparini su Bob Dylan: > LINK .

Milano Arte Expo

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