Alik Cavaliere, scultura: di Guido Ballo – Milano mostre e documenti arte contemporanea – Fondazione Marconi

Milano Arte Expo - Fondazione Marconi - quaderni Stusio Marconi, Alik Cavaliere

Milano Arte Expo – Fondazione Marconi – quaderni Stusio Marconi, Alik Cavaliere

Milano mostre e documenti arte contemporanea, Alik Cavaliere – Fondazione Marconi di Milano ha messo a disposizione della documentazione storica sulle mostre d’arte contemporanea di Milano Arte Expo una massa ingente di materiale cartaceo. Qui pubblichiamo il testo di Guido Ballo Metafora, realtà dal Quaderno 3 di Studio Marconi (una delle gallerie d’arte più influenti sin dagli anni sessanta), 1978: Alik Cavaliere, La scena della scultura. Ringraziamo vivamente Giorgio Marconi per il documento.  –  Sull’attività di Alik Cavaliere, in questi ultimi anni, si è scritto da varie parti: ma si è troppo insistito sugli aspetti letterari della sua opera. Si dimentica così un fatto, da cui invece bisogna partire se si vuol discutere di lui: che è uno scultore. Questo significa che per quanto possa caricare di ambiguità letterarie le sue opere, queste sue opere alla fine sono sempre di uno scultore che sente il valore dell’intervento manuale, che sente la forma anche se ne ha un concetto nuovo, aperto, fino al dispersivo, ma con nuclei precisi: in altre parole, è uno scultore che non rinunzia affatto alle premesse artigianali, del più abile mestiere. Tutto il resto, partendo da queste premesse, diventa semplicemente un fatto espressivo, che risponde alla sua concezione della vita.

Ebbene, la sua formazione plastica risale agli incontri nella scuola di Marino Marini a Brera: qui impara a modellare in modo chiuso, fino all’osso, e a ricollegarsi anche alle tradizioni più antiche. Certamente, ha appreso bene la lezione di Marini se non appena diplomato è assunto da lui come assistente. Insomma, come abilità plastica ha fin dagli inizi le carte in regola. Ma Alik Cavaliere — e qui entra in gioco la sua indole che non si accontenta mai dei risultato raggiunto, perché ama mescolare sempre le carte, rimettere tutto in discussione — non si accontenta di modellare in modo chiuso, per una forma espressiva che non risponde a quanto lui stesso intende esprimere: l’assurdità della vita, l’occasionale, il labirinto in cui ogni uomo giornalmente finisce, l’intrico insomma di questa esistenza dove la forma pura diventa quasi di altre epoche. Ha inizio così la storia di inevitabili crisi, di interpretazione in chiave letteraria delle sue opere, di equivoci critici.

Alik Cavaliere, La città, bronzo, cm 35x118x80, 1959

Alik Cavaliere, La città, bronzo, cm 35x118x80, 1959

Le prime sculture antiformali di Alik Cavaliere, nel dopoguerra, erano — e volevano essere — sproporzionate, personaggi quasi ramificati: la modellazione era abile, ma i risultati ancora intenzionali, lo stesso, che ho seguito la sua attività di scultore fin dagli inizi (fu tra i miei primi alunni a Brera, e diventammo amici perché si distingueva per la sua estrosa e lucida intelligenza) non ero molto convinto, e glielo dicevo. Ma capivo già dove tendeva e intuivo che ci sarebbe arrivato: ad aprire la forma, a farne sentire i rapporti nella mutevolezza dell’ambiente. Tra i due poli opposti della scultura moderna — forma chiusa, modulata, di Brancusi, e forma aperta, di origine costruttiva, di Calder — Alik Cavaliere era su un’altra via, che tutto sommato risaliva ancora all’insegnamento di Marini: apriva la forma, ma senza rinunziare alla modellazione, quindi ai passaggi plastici vari, con chiari e scuri, diversi dalla modulazione. Ed ecco l’uso del vetro, degli specchi in labirinti di città assurde: personaggi in una solitudine allucinata o addirittura, in reparti vitrei senza uscita, una testa tagliata, quasi un rudere, ma anche questo modellato con estrema abilità plastica, volta alla essenza. La scultura, in questa forma aperta, diventa già scenica: ma non perde le radici plastiche. Da qui, attraverso l’idea del labirinto che diventa intrico — chiara metafora del nostro intrico inconscio, della foresta che portiamo dentro di noi — calchi di rami, foglie, sterpi, tagli di boschi: qui la scultura, usando con estrema perizia il metodo del calco, sembra non esista più: falso e vero, metafora e realtà si confondono in un processo che sembra soltanto di metodo artigianale.

Alik Cavaliere, Scena famigliare in casa B, bronzo, cm 90x105x100, 1961

Alik Cavaliere, Scena famigliare in casa B, bronzo, cm 90x105x100, 1961

Ma l’equivoco può chiarirsi: nessun calco, in opere così intricate, è inerte, la mano e la mente intervengono sempre a modificare, a ricomporre, ad equilibrare nell’apparente meccanicità del groviglio carico di squilibri. E anche quando Alik Cavaliere fa calchi sul nudo femminile vivo, poi rifinisce modellando ancora, colorando, e soprattutto mettendo in particolari spazi, in gabbie appunto spaziali, gli elementi compositivi. In tutto questo processo, dove la forma plastica è diventata ambientazione, certo influsso di automatismo surrealista si è fatto sentire: ma in sostanza, si tratta ancora di scultura, in nuove concezioni plastiche; anzi, scultura che proviene ancora dalla prestigiosa abilità della mano-mente. Il passaggio alle stanze costruite, agli ambienti della vita di oggi, diventa a questo punto conseguente: personaggi vivi, noi tutti, possiamo entrare e uscire da quegli ambienti in cui la banalità del quotidiano dà nuovi accenti espressivi. Anche qui però non si tratta di architetture o di scenografie: pareti in legno e oggetti vari hanno preso il posto dei vetri e degli specchi dei primi labirinti, ma ci sono sempre elementi plastici — su bancarelle, in angoli imprevisti — che possono essere anche calchi eseguiti col metodo cui accennavo o addirittura modellati.

Alik Cavaliere, Immagini delle cose, particolare, 1963

Alik Cavaliere, Immagini delle cose, particolare, 1963

Alik Cavaliere insomma, pur aprendo la forma all’ambientazione più varia fino al ‘banale’, rispunta infine come scultore. Ma è scultore nuovo proprio per la concezione esistenziale della vita, che Alik Cavaliere riesce a esprimere con semplificazione di mezzi: gabbie spaziali, interni, strade, personaggi fissati come manichini in rapporti assurdi, bancarelle, la vita insomma nel suo divenire spesso inafferrabile, creano una scena, che opportunamente può chiamarsi ‘la scena della scultura”. Purché non si dimentichi il termine ‘scultura’, che risponde alla formazione e al temperamento di questo artista estroso, lucido, sempre controcorrente, non furbo affatto, chiaro anzi, tanto che parlare per lui di vero e falso che si confondono significa soltanto una implicita condanna che egli fa del falso in cui viviamo, quasi con nostalgia di antichissime verità perdute per sempre: Alik Cavaliere, se mai, pecca per eccesso di provocante sincerità, che però lo rende, essendo dotato, un artista autentico che non cambia le carte in tavola pur di arrivare, come altri amano fare oggi (e anche ieri).

Guido Ballo

Alik Cavaliere, La scatola di Pandora, bronzo, cm 15x52,5x38, 1964

Alik Cavaliere, La scatola di Pandora, bronzo, cm 15×52,5×38, 1964

Milano mostre e documenti arte contemporanea

Fondazione Marconi – Quaderno 3 di Studio Marconi

Alik Cavaliere

Metafora, realtà di Guido Ballo

Alik Cavaliere, Ogni cosa è limite e libertà di un'altra, bronzo, particolare, cm 121x126x82, 1964

Alik Cavaliere, Ogni cosa è limite e libertà di un’altra, bronzo, particolare, cm 121x126x82, 1964

MAE Milano Arte Expo -milanoartexpo@gmail.com- ringrazia Fondazione Marconi Arte Moderna e Contemporanea di Milano – e particolarmente Giorgio Marconi – per la documentazione messa a disposizione sulla scultura di Alik Cavaliere, uno dei protagonisti dell’arte italiana del dopoguerra. 

Milano Arte Expo

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