Rossana Bossaglia, signora del Liberty – di Luca Pietro Nicoletti – Milano Arte Expo

Rossana Bossaglia - 1968,  Il Liberty in Italia

Rossana Bossaglia – 1968, Il Liberty in Italia

Rossana Bossaglia di Luca Pietro Nicoletti – Le civette di Rossana Bossaglia, signora del Liberty.  Sarebbe riduttivo ricordare Rossana Bossaglia solamente come storico dell’arte. Certamente è questo il campo privilegiato dei suoi studi, ed è anche l’ambito su cui si sono formati i suoi allievi, prima a Genova e poi, soprattutto, all’Università degli Studi di Pavia: qui, in particolare, una generazione di studiosi è nata dal suo insegnamento. Tuttavia, un profilo di Rossana Bossaglia non può dimenticare alcuni tratti insoliti in un curriculum accademico. Per esempio una grande passione per la recitazione, coltivata anche con un diploma all’Accademia dei Filodrammatici, e per il canto. Sono noti i suoi studi sul Settecento Lombardo o sul Liberty, ma non tutti sapranno, forse, che a suo tempo aveva inciso anche un disco di canzoni di Edith Piaf (e con una voce più intensa della stessa Piaf). Deve essere una passione mai sopita e mai accantonata, se espresse il desiderio che sulla propria sepoltura non la si ricordasse né come storica dell’arte né come professoressa, ma come attrice. >

Questo, ovviamente, non sminuisce la statura della studiosa, ma penso sia utile a ricordare anche il lato umano di una donna con le sue passioni, il suo carattere fermo e battagliero, fuori dagli schemi per una certa società italiana: per molti versi, Rossana Bossaglia è stata una donna che ha precorso i tempi moderni con una lucidità e una forza di volontà che sono, a prescindere anche dagli esiti della ricerca, un esempio.

Rossana Bossaglia, Sironi e il Novecento, 2005, Giunti Editore

Rossana Bossaglia, Sironi e il Novecento, 2005, Giunti Editore

In altra sede si traccerà, prima o poi, un profilo intellettuale della studiosa, magari con un volume miscellaneo in memoria o, forse, come spesso di usa, attraverso un convegno. Vale la pena ricordare, però, che la Bossaglia faceva ancora parte di quella generazione che concepiva una sola storia dell’arte, priva di parcellizzazioni accademiche e settoriali, e contraria a qualsiasi forma di maniacale ed asettico specialismo: che non vuol dire, ovviamente, non saper scegliere quali fossero i propri campi di indagine, ma tenere l’attenzione vigile su uno spettro cronologico ampio e articolato, capace di abbracciare e dominare campi fra loro diversissimi. Si parte dall’alto medioevo, che deve essere stato la ragione della sua vicinanza e dell’amicizia sodale con Ermanno Arslan, per risalire poi al Sei-Settecento e alla mostra del Settecento lombardo a Palazzo Reale e giungere a grandi passi verso il XX secolo, con la prima antologia sul gruppo di Novecento e la partecipazione ai lavori per la prima mostra sugli anni Trenta, all’Arengario di Milano, al principio degli anni Ottanta. Si può dire che tutti, o quasi tutti, gli studiosi della sua generazione (era nata a Belluno nel 1925), hanno fatto i conti con l’Ottocento, scegliendo ciascuno per sé il proprio segmento su cui scavare in profondità. Per lei, quel segmento finale del XIX secolo sarebbe presto approdato a inaugurare una stagione di studi con il primo vero libro dedicato al Liberty, dato alle stampe da Il Saggiatore nel 1968 (poi ripubblicato da Charta).

Con l’amico pittore Giancarlo Cerri, che me la presentò nel 2009, e che le rimase vicino e affezionato anche negli ultimi, malinconici anni, ci piaceva chiamarla, fra noi, “la signora del Liberty”, perché quello, in effetti, è stato il campo in cui, più che in altri, il suo contributo è stato decisivo. Ma quella definizione, forse, le si attagliava bene anche perché il Liberty, in fondo, ha un carattere fiero e un’anima gentile: i temi che uno studioso sceglie di privilegiare, alla fine, sono quelli che nell’intimo si sentono più simili a sé, come compagni di viaggio per tutta la vita. E Rossana Bossaglia era una donna con un carattere dal piglio energico e fermo, mai del tutto sopito nemmeno nell’ultimo tratto della sua vita, ma capace anche di un sorriso cordiale che non sempre è comune negli storici dell’arte.

Ricordo un giorno di qualche anno fa, a pranzo con lei e Giancarlo Cerri, passando per piazzale Baracca. Aveva studiato, in passato, uno dei palazzi Liberty che affacciano sulla piazza, dove ora è aperta una farmacia; ne aveva compilato una piccola scheda, pensando che potesse far piacere, ai proprietari di quell’esercizio, di avere sede in un palazzo così bello e con tanta storia. Mi ricordo che era sinceramente dispiaciuta, raccontandolo, di aver constatato invece l’insensibilità un po’ sbrigativa di quel farmacista a cui pensava, in fondo, di aver fatto un favore: sarebbe stato un piccolo gesto, ma con un suo significato.

Per questo merita insistere su questa ampiezza di orizzonti, forse più praticabile a suo tempo che oggi, ma comunque sintomo di interessi complessi e, soprattutto, di una visione d’insieme: quella visione necessaria per poter coordinare un manuale di storia dell’arte per le scuole, o per imbastire un’opera monumentale come i quattro volumoni della Scultura italiana Electa dell’inizio degli anni Settanta, con un occhio, talvolta, alla divulgazione di alto livello ma di ampia circolazione. Ai suoi allievi, raccontava, raccomandava sempre di scrivere in modo chiaro e conciso, senza giri di parole e digressioni che non fossero strettamente necessarie: erano le coordinate di una scrittura piana, e di un ragionamento lineare e accessibile. Ma erano anche qualità che ne hanno fatto una delle firme interessanti, per molti anni, della terza pagina del “Corriere della Sera”.

Un’inclinazione letteraria, del resto, accompagna da sempre il suo percorso. Ne è testimonianza il romanzo La nave di Ulisse, pubblicato da Archinto nel 2005, ma la cui gestazione fu molto più lunga: nella cronistoria premessa al volume, infatti, si legge che «è stato immaginato nel 1952. La stesura è stata avviata il 7 agosto 1956, poi interrotta a varie riprese e in sostanza sviluppata fra il 1960 e il 27 luglio 1963», poi rivisto in seguito e infine pubblicato dopo qualche decennio. Non è il solo romanzo scritto da Rossana Bossaglia: ma gli altri attendono ancora un editore che li renda disponibili.

Vale la pena di ricordare, inoltre, che la generazione di Rossana Bossaglia è anche quella che ha tenuto unite e comunicanti la storia dell’arte e la critica militante: basta una breve ricerca nei repertori bibliografici per rendersi conto della mole di note, presentazioni, scritti più o meno brevi su artisti viventi, e spesso amici, su cui si è posata la sua attenzione, e che sono dispersi fra brochure, cataloghino e altri generi di pubblicazioni più o meno effimere. In uno di questi, con una punta di orgoglio, vedo ancora il mio nome vicino al suo: la sua firma a prefazione, la mia in coda al piccolo libro su La pittura dipinta scritto dal comune amico Giancarlo Cerri. Penso sia stato uno degli ultimi testi vergati e firmati dalla Bossaglia. Varrebbe la pena, in futuro, di riunire queste note e farne un libro, che permetta di ripercorrere una storia diversa del sistema delle arti a Milano, anche nei suoi recessi meno visibili.

È la stessa storia che raccontavano le pareti della sua abitazione milanese, tappezzata non solo di libri, come la casa di ogni umanista, ma anche di quadri donati da amici artisti. Accanto a molti suoi ritratti, con cui Susanna Zatti imbastì una mostra in suo omaggio al Castello di Pavia, ricordo moltissime civette: era nota agli amici la sua passione per questo animale, come era nota la sua collezione di soprammobili e oggetti di artigianato dei più vari e strampalati che ritraevano questo animale. Quasi in ogni angolo di quella casa uno stormo di civette di legno, di ceramica, di vetro e di altre mille materie fissava con sguardo fermo e comico l’ospite di turno. Era giocoforza che anche gli artisti amici, per farle un omaggio, le regalassero talvolta un disegno, o un dipinto o un’incisione che raffigurasse questo animale. Con alcuni di loro, anzi, c’era quasi un’amichevole competizione. Ricordo un’altra casa piena di civette, quella di Pietro Diana e Angela Colombo, amici di Rossana Bossaglia e, da tempi più recenti, carissimi amici anche per me. Per entrambi esiste una bella monografia con una sua breve e lucida prefazione. Le incisioni notturne di Pietro sono da cinquant’anni popolate da questo animale, ma anche per lui e per sua moglie, questa passione era diventata ragione di collezionismo: Angela, un giorno, mi disse che la loro collezione di “civette” era molto più estesa, ma che quelle della Bossaglia erano decisamente più belle!

Luca Pietro Nicoletti

MAE Milano Arte Expo -milanoartexpo@gmail.com- ringrazia Luca Pietro Nicoletti per il testo Le civette di Rossana Bossaglia, signora del Liberty.

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